LETTERE AL DIRETTORE
I campolarghisti che cantano in coro: meno male che Donald c’è
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
23 OTT 26

(Foto Ansa)
Al direttore - I campolarghisti (sia pure con qualche cautela da parte di Giuseppi) non hanno mai esitato a coprire di critiche feroci le discutibili azioni di Donald Trump. Hanno però guardato sempre altrove ogni volta che Trump ha pugnalato alle spalle l’Ucraina, soprattutto quando ha chiesto a Zelensky di togliere il disturbo e arrendersi all’amico Putin.
Giuliano Cazzola
C’è un equivoco però da mostrare. I campolarghisti in modalità troll anti Zelensky – dopo aver passato gli ultimi quattro anni di opposizione a criticare Meloni per il suo essere una follower di Trump – si ritrovano lì a osservare le movenze criminali con cui Trump prova a far crollare la resistenza dell’Ucraina uniti tutti da un unico e inconfessabile desiderio e da un unico e inconfondibile coro: meno male che Donald c’è.
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Al direttore - “Togliere lo sguardo dalle vetrine spaccate (e dai cittadini terrorizzati, ndr) e continuare a tenerlo sui ragazzi, sulle loro ragioni, è l’esercizio obbligatorio di queste ore. Il minimo che possiamo fare per loro, diserbando stereotipi, per spezzare la spirale del dibattito distorto che rischia di schiantarsi nel burrone securitario” (Concita De Gregorio, la Repubblica, 20 ottobre). Concita, ma davvero?
Michele Magno
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Al direttore - Le influenze russe hanno provocato incongruenze da penna rossa. Del mio colloquio con Franco Gabrielli serve precisare che il passaggio su Avs si riferiva alle proposte dell’ex capo della polizia (che hanno trovato ascolto in questo partito). Riguardo ai numeri del governo, anche qui, un bot cirillico ha messo lo zampino. Ironia a parte, le percentuali citate da Gabrielli riguardano il rapporto sbarchi e rimpatri. Per Gabrielli le cifre roboanti (“ammesso che lo siano”) si riferiscono al numero dei rimpatri nell’ultimo anno. Ma se guardiamo l’intera legislatura, dove sono arrivati più irregolari rispetto alla precedente, il numero dei rimpatri è proporzionalmente inferiore, tanto che, ricorda Gabrielli, nella scorsa legislatura “sono stati il 13 per cento degli arrivi e in questa il sette per cento”. Un saluto a Gabrielli che ci fa coniare questo slogan: più sostanza e meno maranza.
Carmelo Caruso
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Al direttore - Le immagini delle violenze che hanno attraversato Milano ci interrogano non soltanto su chi le abbia commesse, ma sulla società nella quale quei ragazzi sono cresciuti. C’è una contraddizione che fatichiamo ad ammettere: chiediamo ai giovani di rispettare le regole, ma viviamo in un mondo che troppo spesso offre riconoscimento a chi le sfida. Nella mia esperienza di avvocato penalista ho incontrato ragazzi molto diversi tra loro. Non credo esista una generazione perduta, né che un’etichetta come “maranza” possa spiegare comportamenti e storie personali. Mi colpisce, piuttosto, quanto sia diventato difficile indicare ai più giovani una relazione credibile tra impegno, responsabilità e successo e quanto questo vuoto sia sempre più spesso alla base di comportamenti criminali in età molto giovane. Lo studio, il lavoro, l’impegno e la perseveranza sono la strada per costruirsi un futuro. Ma quale messaggio arriva a un adolescente quando vede che la provocazione e la violenza procurano attenzione, l’ostentazione produce ammirazione e la notorietà sembra prescindere da ciò che si è realmente costruito? La rivoluzione digitale ha reso questa contraddizione più acuta. Internet rimane una conquista di libertà e conoscenza. Ma le piattaforme che occupano una parte così importante della crescita degli adolescenti non sono spazi neutrali: selezionano, amplificano, premiano. Spesso ciò che cattura attenzione non coincide con ciò che aiuta a maturare. La vita diventa una vetrina, il successo una sequenza di immagini, il confronto con gli altri una competizione senza tregua. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di domandarci chi stia formando desideri e aspettative dei giovani mentre gli adulti guardano altrove. C’è poi un paradosso ancora più profondo. Abbiamo giustamente posto la libertà individuale al centro della convivenza democratica, ma rischiamo di dimenticare che essere liberi richiede prima di tutto la capacità di governare se stessi e rispettare gli altri. Accettare un rifiuto, sopportare una frustrazione, rispettare il tempo necessario per raggiungere un risultato: sono esperienze essenziali per diventare adulti. Eppure chiediamo ai ragazzi di imparare il valore del limite in un ambiente che promette gratificazioni immediate, nel quale ogni desiderio sembra esigere soddisfazione. E troppo spesso gli stessi adulti, anziché insegnare ai figli ad affrontare le conseguenze delle proprie azioni, sono pronti a giustificarne ogni errore. Non basta, naturalmente, predicare il sacrificio. Chi parte da condizioni difficili deve poter trovare occasioni reali per studiare, lavorare e scegliere il proprio futuro. Ma neppure le opportunità bastano se non restituiamo valore al percorso, e non soltanto al risultato. Quando si verificano violenze e saccheggi, la risposta delle istituzioni deve essere ferma e le responsabilità individuali accertate. Chi ha devastato Piazza Duomo deve rispondere delle proprie azioni. Ma forze dell’ordine e tribunali non possono riparare da soli una frattura culturale. A noi adulti spetta una responsabilità diversa, ma non meno impegnativa: restituire credibilità a quei valori che continuiamo a indicare ai giovani come fondamentali, senza essere sempre capaci di riconoscerli nelle nostre stesse scelte.
Guido Camera