lettere al direttore
Toh, il Fatto si è accorto dei magistrati che fanno processi mediatici
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
22 OTT 26

Foto ANSA
Al direttore - Nella stagione dei nuovi diritti è fondamentale anche il diritto alla felpa griffata.
Giuliano Cazzola
Al direttore - Bisogna ascoltarli. Però con il casino che fanno non si riesce a sentirli: purtroppo si vedono.
Valerio Gironi
Al direttore - Dice Stefano Patuanelli che l’unico modo per spingere verso “un tavolo di pace” sia quello di “interrompere l’invio di armi” all’Ucraina. Putin, in effetti, non aspetta altro: non appena avranno raccolto l’invito del vicepresidente del M5s e smesso di armare Kyiv, si siederà al tavolo della pace con le migliori intenzioni. C’è poco da fare, dalle parti dei contiani hanno vinto, ormai da tempo, Orsini e il Fatto di Travaglio. Anche se la partita, diciamoci la verità, non era di quelle più difficili.
Luca Rocca
A proposito del Fatto. Commovente il tentativo, da parte del giornale di Travaglio, di demonizzare il procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, la cui grave colpa sarebbe (a) quella di utilizzare le audizioni per fare monologhi e (b) sputare giudizi morali contro persone non indagate, utilizzando anche i provvedimenti di archiviazione per spiegare cosa pensa del mondo. Noi siamo d’accordo: i magistrati dovrebbero fare i magistrati e occuparsi di prove, non di processi mediatici. Ci chiediamo se il principio invocato dal giornale di Travaglio sia un principio generale, valido anche quando i magistrati prendono di mira persone meno amate dal Fatto, o sia un principio che vale soprattutto perché stavolta il mascariato da un magistrato è un magistrato amato dal Fatto e dal M5s, che di nome fa Roberto e di cognome fa Scarpinato. Chiediamo per un amico. Grazie.
Al direttore - Come tutti seguo con apprensione i recenti devastanti eventi delle piazze italiane. Con molta preoccupazione seguo il dibattito politico che ne consegue, dibattito che trovo poco concentrato nella ricerca delle cause. Non entro, e non è compito mio, nella disquisizione piuttosto defatigante sulla necessità di denunciare le violenze e sostenere il ruolo delle forze dell’ordine. E’ più che evidente che si debba denunciare quanti provocano danni, rubano, sfasciano, colpiscono brutalmente uomini e donne deputati all’ordine pubblico. Anche se è difficile chiedere reclusione per i responsabili quando ti accorgi che questi hanno 12 o 13 anni, è evidente che qualcosa debba essere fatto subito, con urgenza. Condivido con lei una riflessione che mi riporta a sei anni fa, all’epoca a tutti noi ben nota della pandemia di Covid. E’ difficile pensare che all’epoca della pandemia alcuni dei ragazzi fermati sabato a Milano avevano sei, sette, otto anni. I più anziani tra quelli fermati in questi giorni e poi arrestati avevano dieci o undici anni. Erano bambini allora. Ci ricordiamo cosa ha significato per tutta la popolazione subire la decisione di restare reclusi nelle proprie abitazioni per molte settimane, più di due mesi solo durante il lockdown imposto il 9 marzo. Pensando ai giovani dobbiamo aggiungere al periodo di lockdown le molte settimane di chiusura delle scuole decisa dalle singole regioni. Chiusure queste ultime talvolta strumentali, improvvisate e incomprensibili; non c’erano motivi validi per continuare a chiudere le scuole tenendo ad esempio aperti i centri commerciali. Ricordo che in quei mesi io e i miei colleghi del Comitato tecnico scientifico ci siamo battuti per far riaprire le scuole, in sicurezza ovviamente, ma chiedevamo di cercare a tutti i costi di riaprirle. Eravamo tutti ben consapevoli che la segregazione dei ragazzi nelle proprie abitazioni, l’abbandono del rito quotidiano dell’incontro a scuola e delle relazioni con i loro compagni avrebbe provocato danni assai gravi. All’epoca gli psicologi parlavano di sindrome della capanna; in sostituzione della frequenza scolastica si inventò la cosiddetta Dad, la tragica didattica a distanza. Ebbene guardando ai ragazzi di sabato scorso a Milano, molti dei quali vivono in aree periferiche della città, in quartieri ghetto, posso solo pensare che questi stessi giovani, all’epoca bambini, proprio in quelle settimane si sono esercitati a entrare nel terribile mondo dei social media. In quelle drammatiche settimane di reclusione hanno sviluppato una morbosa curiosità per tutto ciò che riguarda l’universo dei social. Hanno bene imparato a condividere la socialità totale, l’essere connessi col mondo intero, restando soli e sempre più lontani da quelle essenziali relazioni ed esperienze umane che solo la scuola è in grado di regalarci. Io non sono uno psicologo o uno psicoterapeuta esperto di temi della crescita, ricordo solo che in quei terribili mesi immaginavo con dolore e con terrore migliaia di bambini, giovani, reclusi nella loro “capanna” lasciati soli per giorni e giorni con un telefonino, l’unico compagno ad assisterli e far loro compagnia. Penso a quelle immagini e mi auguro che qualche riflessione il mondo politico riesca a fare su questo aspetto, ricordandoci che si paga sempre e con un prezzo molto alto la distrazione nei confronti delle esigenze di vita, di sviluppo e di attenzione del sistema scolastico.
Agostino Miozzo
Tutto molto interessante, caro Miozzo, e il problema è reale. Ma non dimentichiamoci che le minchiate i ragazzi spesso le fanno perché sono ragazzi, perché hanno cattivi maestri, e le minchiate, se non ci ricordiamo male, anche minchiate più gravi, venivano fatte nel passato anche senza aver avuto i social, senza aver fatto la Dad e senza aver avuto un telefono in mano. Un abbraccio a lei.