Lettere al direttore
Per garantire sicurezza meglio risolvere problemi reali che percepiti
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
17 OTT 26

Foto Ansa
Al direttore - Si è tornati a discutere negli ultimi giorni di numeri sulla sicurezza. Due dati sono apparentemente in contrasto: per il sondaggio Ipsos Doxa del Corriere della Sera, la sicurezza, indicata tra i problemi più urgenti dal 10 per cento degli intervistati nel 2022, è oggi citata dal 35 per cento; per i dati del Viminale, anticipati dal Sole 24 Ore, i delitti denunciati sono diminuiti dell’1,8 per cento nel 2025 e del 9,9 nel primo semestre del 2026. E’ il paradosso della stagione presente: i reati registrati calano, le fattispecie incriminatrici aumentano. La spiegazione più plausibile sta in ciò che le statistiche non misurano: la percezione di insicurezza. Ridurla a illusione ottica è un errore speculare a quello di chi legifera sull’onda emotiva. Chi ha paura esce meno e chi esce meno subisce meno reati: la rinuncia è una restrizione autoimposta, che riduce scippi e aggressioni senza che il rischio diminuisca per chi continua a uscire. E’ una sicurezza per sottrazione, tanto maggiore quanto più si contrae l’esercizio delle libertà: non attesta una società più sicura ma riflette una collettività che ha smesso di esporsi. Della percezione occorre dunque tenere conto, senza farne un passepartout per punire, sia rapportando i dati dei reati alle occasioni in cui il bene protetto è davvero esposto al pericolo sia includendola nella valutazione del bisogno di pena, chiedendosi il legislatore, prima di ogni nuovo intervento, quanta libertà sia già stata ceduta al timore e quali strumenti extrapenali siano stati seriamente apprestati.
Cristiano Cupelli
C’è forse un altro elemento da considerare. Chi ha a cuore la sicurezza dovrebbe imparare a distinguere, senza vergogna, tra i problemi reali e quelli percepiti. Di solito, invece, chi si occupa di sicurezza, per non affrontare i problemi reali, si occupa di quelli percepiti. Occuparsi dei problemi percepiti significa creare emergenze fittizie (l’invasione dei migranti) mossi dal desiderio di far dimenticare i problemi ordinari (la sicurezza nelle città) la cui risoluzione passa più dai fatti che dai tweet. Conoscere i numeri reali, quando si parla di sicurezza, al netto degli errori che ci possono essere, è importante perché ci aiuta a capire chi, quando si occupa di questi temi, è interessato alla verità e chi alle chiacchiere.
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Al direttore - Ho letto il dialogo a distanza, sul tema mafia appalti, tra Ermes Antonucci e Filippo Facci. Li apprezzo entrambi, sono due bravi giornalisti, ma non capisco il punto di Facci: le sentenze vanno valutate non per le prove, ma per quello che dicono?
Luca Maffei
Concordo, gentile Maffei. Sul tema mafia e appalti ci sono molte ricostruzioni storiche che andrebbero considerate. E credo che ci siano elementi molto interessanti, come ha raccontato anni fa anche Mario Mori a questo giornale, che riguardano il fatto che Borsellino aveva paura che quell’inchiesta sarebbe stata insabbiata. Facci però sostiene una tesi discutibile. Dice che “la storia non si scrive con le sentenze, ma anche con le sentenze”. Io credo che, se esistono sentenze che aiutano solo a ricostruire la storia, prima di ragionare sulla storia occorra concentrarsi sul fatto più importante: i magistrati non sono storici, dovrebbero cercare fatti, non ricostruzioni storiche, e se una sentenza non dimostra un fatto bisogna concentrarsi sulle indagini smontate, a meno di non voler sostenere che i giudici che usano le sentenze come occasioni per offrire il loro punto di vista sulla storia forse hanno sbagliato mestiere.
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Al direttore - Arriva anche qui l’agognata “protesta francese”, così invocata negli editoriali progressisti – “ma perché i nostri giovani non fanno casino come i loro cugini francesi?”. Eccoci. Gli adulti sono fieri di voi. Anche perché li fate tornare giovani: stessi slogan, cori, bandiere americane da bruciare in piazza (con la new entry di quella israeliana, ma è lo stesso – la lobby giudaico-americana si portava anche nei Seventies). Divertitevi con giudizio, mi raccomando. Però una cosa: inventatevi almeno qualcosa di vostro. Non dico una bandiera ucraina (si fa il gioco di Meloni!), ma almeno bruciarne una – che so – della Repubblica islamica che condanna a morte una vostra coetanea per un post sui social. Così. Giusto per sparigliare. Per sorprenderci. Differenziarvi insomma dalle sedici generazioni di protesta che vi hanno preceduto – sempre a sgolarsi contro le cattivissime democrazie occidentali e mai, neanche una volta, neanche per sbaglio, contro le dittature intorno.
Andrea Minuz
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Al direttore - “Picierno e Calenda vanno per conto loro. Auguri”. Mi hanno colpito queste parole di Luigi Marattin, a cui va tutta la mia stima, pronunciate nell’intervista al vostro Riccardo Carlino. Se così fosse, saremmo alle solite: “Il centro è mio e lo gestisco io”. Autosufficienza che non porta voti (di sicuro uno: il mio). Urge un chiarimento da parte dei leader di Spazio pubblico e Azione.
Michele Magno