Lettere al direttore
Salis, da icona dell’antipolitica a simbolo di lotta all’antipolitica
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
14 OTT 26

Foto ANSA
Al direttore - A proposito di moralisti moralizzati: il processo a Ilaria Salis non vale almeno quanto quello (mediatico) al dottor Ranucci?
Mario Mattei
Nella formidabile stagione dei moralisti moralizzati, la storia della condanna di Ilaria Salis, della sua difesa e dell’annullamento della condanna è, in effetti, interessante per molte ragioni. La storia la conoscete: Salis è stata condannata a risarcire con circa 300 mila euro due collaboratori che l’avevano accusata di averli licenziati senza giusta causa. La vicenda, oltre a essere gustosa, ha un suo interesse per almeno tre motivi. Primo: un esponente, molto in vista, della sinistra che denuncia il malfunzionamento della giustizia (a Salis, per un vizio di procedura, non era stato notificato correttamente un atto) non sta cercando di aggirare la giustizia ma sta cercando di far valere i suoi diritti. Secondo: nella difesa di Salis non compare in nessun passaggio un tentativo di respingere l’accusa di licenziamento ingiusto, ma si dà per scontato che ciò che un pezzo importante di sinistra ha sempre considerato un errore, il licenziamento discrezionale, debba essere considerato un diritto. Terzo: anche nel caso in cui Salis non dovesse pentirsi della linea politica adottata dai suoi compagni di partito sul tema dei licenziamenti, Salis ci sta dicendo che, se qualcuno che lavora per te lavora male, hai tutto il diritto di licenziarlo. La storia dell’europarlamentare di Avs è ugualmente istruttiva: poter predicare bene e razzolare male è un diritto che dovrebbe essere riconosciuto a tutti. Non sappiamo se Salis sia consapevole delle sue lezioni, evidentemente involontarie, ma dopo averci regalato delle chicche eccezionali sul tema della difesa delle guarantigie dei parlamentari, con la grande battaglia combattuta dalla sua sinistra a difesa della sua immunità, oggi non possiamo che ringraziare un simbolo dell’antipolitica per essere diventata, probabilmente a sua insaputa, un simbolo, per un giorno, della lotta contro l’antipolitica.
Al direttore - Sono un fedele lettore dell’edizione weekend del Foglio dai tempi in cui c’era la rubrica centrale “Discorsi non parole” che ricordo con un filo di nostalgia... (perché non si trova più chi faccia un discorso “serio” sulla realtà…). A proposito di discorsi seri le scrivo provocato dal suo editoriale dello scorso 10/10… la sua lettura “ottimistica” della realtà – che condivido integralmente – è davvero un atto di fiducia nell’uomo e uno schiaffo ai profeti di sventura di tanti giornalo(i)ni e talk-show. E, questa volta a proposito di ottimismo, le lancio una provocazione; per noi gente di periferia che non viviamo a Firenze, Milano, Roma, eccetera e ci risulta non sempre facile partecipare alle feste che organizza il Foglio, perché non pensare a un format della “Festa dell’Ottimismo di provincia”? Le assicuro troverà delle belle sorprese! Per San Benedetto del Tronto noi ci siamo. Un caro saluto.
Domenico Pellei
Sarebbe bello. Grazie di cuore e chissà che nel futuro non spunti qualcosa dal cilindro.
Al direttore - Trump se ne infischia della pace: propone solo affari. Lo ha fatto con la Cina sui dazi, dove la logica era una concessione immediata in cambio di un annuncio che suona come risultato. Il copione prevedeva un perdente che non sedeva al tavolo dell’accordo: Taiwan. Adesso il copione si ripete con la Russia, e il perdente è l’Ucraina. Il benservito a Zelensky apre una fase più pericolosa per l’Europa, laddove Mosca incassa un riconoscimento del suo ruolo strategico senza pagare il costo della propria aggressione. Quello che salva Putin sul campo non è la forza del suo esercito. E’ il sostegno militare balbuziente dell’occidente a Kyiv: in grado di prolungare la guerra, non di farla vincere. Un sostegno pieno e convinto avrebbe probabilmente già cambiato l’esito di un conflitto in cui è avvantaggiato chi ha più uomini da sacrificare. Poscritto: come ha documentato Donatello D’Andrea sul quotidiano online InOltre (13 ottobre), dal 2020 a oggi l’Ue ha chiuso impianti di raffinazione equivalenti al 21 per cento della propria capacità complessiva. E le raffinerie esistenti lavorano già oltre l’80 per cento della loro capacità. Non c’è margine per produrre di più, anche se il greggio costasse zero. I margini di raffinazione – la differenza tra il costo del greggio e il valore del prodotto finito – hanno raggiunto a settembre 2026 quasi 79 dollari al barile per il diesel. Sono i raffinatori che guadagnano sulla crisi attuale, non i produttori di greggio. Riaprire i rubinetti russi non costruirebbe un solo impianto in più.
Michele Magno