Sconfitti Hezbollah e Hamas, resta da combattere l’antisemitismo

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

9 OTT 26
Immagine di Sconfitti Hezbollah e Hamas, resta da combattere l’antisemitismo

Foto ANSA

Al direttore - Dal Liri al mare. Viva la Ciociaria!
Giuseppe De Filippi
Viva la Ciociaria!
Al direttore - Una proposta per reagire alla censura dichiarata antisionista, più spesso antiebraica: perché non ripubblicare alcuni tra i testi più importanti scritti da autori israeliani negli ultimi anni? Ancora meglio, poi, se una casa editrice come la Silvio Berlusconi riprendesse e ampliasse l’iniziativa allestendo una collana di cultura israeliana: visti i tempi, che ci sarebbe di più liberale di questo? Dal fiume al mare liberi di pensare, liberi di parlare. Con ottimismo fogliante.
Andrea Pinghelli
Nel caso, suggerisco una prefazione, di poche righe, citando un perfetto Erri De Luca di qualche mese fa. “La parola sionismo indica il diritto di Israele a esistere come stato. Chi sostiene la necessità di due stati, Israele e Palestina, è naturalmente sionista, poiché considera Israele uno dei due stati. Chi, invece, sostiene la cancellazione di Israele, non è per la soluzione a due stati e coincide con Hamas”.
Al direttore - Ecco la meglio gioventù europea: alla scuola media accoltellano gli insegnanti e i compagni; al liceo incendiano gli edifici scolastici. Cosa faranno all’università?
Giuliano Cazzola
Al direttore - Grazie per la vostra incessante opera di giustizia (non trovo altro termine) su Israele. Perché non pensare di pubblicare la storia nuda e cruda di quanto successo dal Dopoguerra a oggi in quelle zone? Per rimettere, per dirla alla francese, la chiesa al centro del villaggio? Aiuterebbe molti a capire più di quanto non si voglia. Ancora complimenti per l’imparzialità e l’intelligenza che traspare da ogni vostro articolo. Cordialmente.
Pierluigi Biondi
Sul tema, ieri perfetto, come sempre, il Wsj: dopo il 7 ottobre, Israele ha reagito, allontanando le minacce esistenziali (Hezbollah è stato annientato e il programma nucleare iraniano è ridotto in macerie), ma l’antisemitismo scatenatosi tre anni fa è ancora presente e sconfiggerlo resta un dovere dell’occidente.
Al direttore - Caro Cerasa, mi permetta, ma la legalità non è mai una commedia. Non posso che ringraziarla per l’ampio spazio che il Foglio ha voluto dedicare a me, ad Antonio Ingroia e al movimento Controcorrente. Sa, non è scontato che a un movimento nato dal basso venga data questa attenzione su un quotidiano nazionale. Le riconosco inoltre che lei è uno dei direttori più attenti e critici in Italia ma, dopo aver letto gli articoli, non posso che chiederle di venire in Sicilia. Le propongo una giornata insieme – io, lei e Alessandro Onorato – la porto a vedere cosa accade in questa terra dove una volta al mese arrestano un componente della maggioranza Schifani. Insieme potremmo ripercorrere quello che ho fatto. Ad esempio a Mondello, una concessione balneare, una banale vicenda amministrativa che però ha portato lo stato a disporre una scorta nei miei confronti. A soli 32 anni e sposato appena da un anno. Sia chiaro direttore, non lo racconto per costruirmi un merito ma per farle capire che la politica siciliana non può essere raccontata come se fosse una normale competizione elettorale. La questione morale qui è una cosa concreta e voi ne parlate con il tema del garantismo. Io però la vivo come una necessità: distinguere le responsabilità individuali, rispettare le garanzie e non essere ingenui davanti a contesti nei quali la criminalità organizzata prova a penetrare. Questo, per me, è il senso della legalità. Né una patente di superiorità morale, né tantomeno una commedia. C’è poi il passaggio su Antonio Ingroia, Salvatore Borsellino e Sonia Alfano, ridotti a semplici “icone” di una stagione politica e che, a mio avviso, significa perdere di vista la storia dalla quale questi provengono. Ingroia è stato magistrato della procura di Palermo e ha lavorato accanto a Paolo Borsellino. Salvatore Borsellino è il fratello di Paolo e da decenni porta avanti una battaglia di verità sulle stragi. Sonia Alfano, invece, è la figlia di Beppe Alfano, e ha portato in Europa, per la prima volta, la commissione Antimafia. Non le dico che non si possono discutere le loro scelte politiche, è legittimo farlo. Ma non si possono trasformare delle storie personali in caricature. La storia siciliana, purtroppo, è fatta di nomi, morti, processi e pezzi di istituzioni che hanno pagato prezzi altissimi. Vorrei però entrare nel merito del vostro articolo: perché avete costruito un filo che collega Ingroia, la politica siciliana, Crocetta, Cuffaro, Schifani, vicende giudiziarie e candidature. Una costruzione giornalistica legittima, ma un accostamento, direttore, non è una prova. Se Ingroia ha avuto un’altra esperienza, quella va raccontata. Ma significa in automatico che chi oggi collabora con lui fa parte del “sistema”? Se così fosse ogni partito sarebbe responsabile delle biografie di chi ne abbia fatto parte e – caro direttore – mi creda questo non è garantismo. Nel suo articolo, inoltre, la mia esperienza viene accostata a quella di Rosario Crocetta. Glielo chiarisco: dietro di me non c’è né Montante e neanche Lumia. Anzi la ringrazio, perché mi ha permesso di fugare ogni dubbio. Abbiamo solo persone libere e che ci hanno messo la faccia. Una cosa, però, gliela riconosco. L’articolo chiede cosa significhi fare politica in nome della legalità. Una domanda che mi faccio ogni giorno e che vorrei fosse rivolta a chi governa, a chi fa opposizione, a chi denuncia e anche a chi scrive e commenta. Perché la legalità non può essere una parola utilizzata per delegittimare qualcuno e poi dimenticata quando riguarda qualcun altro. Caro direttore, può darsi che io sia ingenuo, può darsi che Ingroia abbia sbagliato e può darsi anche che il progetto costruito non riuscirà a cambiare la Sicilia. Saranno però i fatti, il tempo e gli elettori a dirlo. E soprattutto, direttore, non confondiamo la memoria con la propaganda. Perché in Sicilia uomini e donne hanno pagato con la vita il prezzo della legalità. A loro dobbiamo rispetto. E su Ingroia, mi lasci dire che non ha chiesto nessun seggio blindato ma si misurerà con le preferenze alle regionali. Non è poco.
on. Ismaele La Vardera
fondatore Controcorrente
presidente Progetto Civico Italia
Caro La Vardera, apprezzo la sua arte da acrobata, ma quando si parla di legalità bisognerebbe saper distinguere tra l’antimafia delle chiacchiere, che usa le chiacchiere per fare carriera e fare politica, e l’antimafia dei fatti, che alle chiacchiere preferisce i risultati. Il vostro adorato paladino dell’antimafia delle chiacchiere, il dottor Ingroia, è il simbolo di tutto quello di cui la politica non ha bisogno: usare la giustizia come una leva per fare politica costruendo inchieste spericolate finalizzate a promuovere teoremi senza prove. L’inchiesta sulla trattativa stato-mafia è stata una boiata pazzesca, ma la trattativa centrismo-Ingroia promette di non essere da meno. Grazie della sua lettera appassionata e in bocca al lupo.
Al direttore - La vittoria dell’Indonesia all’Asean Cup è stata raccontata come un successo sportivo. In realtà è molto di più: un segnale politico e culturale in una regione che oggi è uno dei laboratori più vivaci del mondo. Il punto non è il trofeo, ma la scelta identitaria. L’Indonesia ha costruito la nazionale sulla diaspora: giocatori cresciuti in Europa, formati nei campionati che contano, integrati senza complessi nella narrativa nazionale. Non “naturalizzati”, ma indonesiani a pieno titolo. E’ un ribaltamento culturale: l’appartenenza non come geografia, ma come progetto. In un mondo ossessionato dai confini, l’Indonesia fa la cosa più moderna: li attraversa. E qui torna Sukarno. Uniti nella Diversità era il motto per tenere insieme un arcipelago di etnie e religioni. Oggi diventa un manifesto geopolitico: una nazione che non teme la pluralità, ma la usa come leva competitiva. L’Indonesia applica Sukarno al XXI secolo: l’unità non come uniformità, ma come architettura. Accanto all’identità, c’è la tecnologia. L’intelligenza artificiale per scouting e analisi non è un vezzo tecnocratico: è la prova che il paese vuole correre più veloce dei vicini. L’AI amplifica il talento, riduce la distanza tra intuizione e decisione. Infine, la geopolitica. Nel sud‑est asiatico la competizione è continua, ma raramente dichiarata. Il calcio diventa un linguaggio di potere morbido: chi vince, comunica. E l’Indonesia comunica una cosa precisa: non vuole solo partecipare, vuole guidare. Per questo il trionfo all’Asean Cup non è un episodio sportivo, ma un caso di studio. Mostra come una nazione possa usare design, tecnologia e diaspora per riposizionarsi nel proprio spazio geopolitico. E dimostra che il vecchio motto di Sukarno è oggi più moderno di molte retoriche occidentali che si credono progressiste. Cordiali saluti.
Andrea Zirilli