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Israele al botteghino. E se il 7 ottobre lo avessero capito meglio in alcuni paesi arabi che in occidente?
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
7 OTT 26

Foto Ansa
Al direttore - Il docufilm “Naza” sta contendendo il successo di pubblico e di cassetta del film “Süss l’ebreo”, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia del 1940. La pellicola fu definita da Joseph Goebbels “uno dei più celebri film prodotti nella Germania nazista”. In Germania fu visto da oltre venti milioni di persone. Anche se il budget di 2 milioni di Reichsmark stanziato era elevato per gli standard dell’epoca, gli incassi di circa 6,5 milioni ripagarono ampiamente l’investimento. La tragedia si ripete come farsa.
Giuliano Cazzola
Leggo che “Naza” è in testa al botteghino italiano. E leggo che la quinta stagione di “Fauda”, nella settimana dal 7 al 13 settembre, era prima nella classifica Netflix delle serie in Libano, quarta in Giordania e Qatar, quinta negli Emirati Arabi Uniti. In tutti questi paesi occupava una posizione più alta che in Francia, dove era sesta, in Italia, ottava, e in Germania e Spagna, decima. Una domanda sorge spontanea: e se il 7 ottobre – inteso prima di tutto come presa di coscienza di ciò che producono l’estremismo jihadista e islamista – lo avessero capito meglio in alcuni paesi arabi che in una parte dell’occidente? Ne riparleremo.
Al direttore - Dall’inizio del suo pontificato non si contano gli appelli di Leone XIV perché la pace, cioè il “bene assoluto”, prevalga sulla guerra, cioè il “male assoluto”. Nonostante l’alto e nobile magistero del Pontefice, questo male assoluto non sembra però sradicabile dalla storia umana. Ciò ripropone anche a un non credente come chi scrive, ma che si considera crocianamente cristiano, una questione che fu affrontata nella sua formulazione più radicale da Kant in uno dei suoi scritti più celebri, “Per la pace perpetua” (1795). Nel corso del tempo è stato visto come un vero e proprio manifesto pacifista, talora perfino elevato al rango di archetipo del pacifismo moderno, in cui la condanna umanitaria della guerra va di pari passo con l’edificante appello a favore di un’ecumenica convivenza fra uomini d’ogni razza e nazione. Ma a differenza dell’integralismo pacifista, ancorato all’assunto di Erasmo da Rotterdam secondo cui “la pace più ingiusta è migliore della più giusta delle guerre” (“Querela pacis”, 1517), ovvero che la pace è il bene supremo, da anteporre incondizionatamente a ogni altro valore, Kant respinge decisamente l’idea di una pace realizzata a qualsiasi prezzo, anche a costo di essere edificata sul “cimitero della libertà”. E, pur riconoscendo nella guerra un “flagello del genere umano”, non la considera però un “male così incurabile” come la ben più temuta “tomba di un dominio unico”. Egli infatti mette in guardia contro i rischi di una pace universale e durevole realizzata “sotto un solo sovrano”, destinata a sfociare nel “più orribile dispotismo”. Per altro verso, nella Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” del Concilio Vaticano II, promulgata da Paolo VI il 7 dicembre 1965, si può leggere: “La guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa”. Del resto, la dottrina del “bellum iustum” affonda le sue radici nel pensiero di sant’Agostino (354-430): “La pace deve essere nella volontà e la guerra solo una necessità, affinché Dio ci liberi dalla necessità e ci conservi nella pace! Infatti non si cerca la pace per provocare la guerra, ma si fa la guerra per ottenere la pace! Anche facendo la guerra sii dunque ispirato dalla pace in modo che, vincendo, tu possa condurre al bene della pace coloro che tu sconfiggi” (“Epistola al generale Bonifacio” n.189, Punto 6). Infine: “Vim vi repellere licet” (E’ lecito respingere la violenza con la violenza), è un principio presente già nel Digesto di Giustiniano (533). E’ accettato da ogni ordinamento giuridico e da ogni dottrina morale. Con una sua interpretazione perfino estensiva, è stato accolto anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, voluto nel 1992 da Giovanni Paolo II come espressione del magistero conciliare. “Opus iustitiae, pax” (Isaia 32,17) era il suo motto episcopale. E, poiché la pace può nascere solo dalla giustizia, Papa Wojtyla arriverà a dire che “ci sono casi in cui la lotta armata è un male inevitabile a cui, in circostanze tragiche, non possono sottrarsi neanche i cristiani” (Omelia sulla Heldenplatz di Vienna, 10 settembre 1983).
Michele Magno