Lettere al direttore
Una legge per la scuola? Prima l’italiano, dopo il passaporto
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
24 SET 26

Foto Getty
Al direttore - Giorgia e Sergio, sui ghetti a scuola: quando il confronto esce dai retroscena, il Colle parla e Palazzo Chigi risponde. Le istituzioni dialogano alla luce del sole. Ci guadagna la Repubblica. Buona notizia per tutti.
Alberto Bianchi
Finché si dialoga con il fioretto, ben venga il dialogo, purché resti il fioretto.
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Al direttore - Sulle intenzioni del governo riguardanti la composizione delle classi scolastiche, mi è sfuggito un particolare: quale è il tetto stabilito per i figli di italiani che non sanno parlare la nostra lingua?
Giuliano Cazzola
Buon punto. Nel sistema attuale, un ragazzo con cittadinanza italiana che non parla bene italiano non viene conteggiato nel tetto del 30 per cento. Nella legge futura, potrebbe restare tutto così. Errore blu. Perché il tema non sono gli stranieri. Il tema sono coloro che parlano male l’italiano. Prima l’italiano, dopo il passaporto.
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Al direttore - In definitiva, dopo quattro anni si può dire: se a Palazzo Chigi avessero mandato un robot col solo compito di tenere sotto controllo i conti, avrebbe ottenuto gli stessi risultati del governo Meloni. O no?
Luca Rocca
Non so se riuscirei a darle ragione al 110 per cento.
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Al direttore - “Alcune religioni impongono codici di abbigliamento alle donne per limitare la loro libertà al di fuori della famiglia e per rafforzare le restrizioni che subiscono all’interno della famiglia. Per altro verso, gli sforzi per proibire particolari capi di vestiario, per esempio il velo in Francia, sembrano soltanto aumentare il numero delle donne che scelgono di indossare ciò che è vietato – magari più per solidarietà che per convinzione. Più leggi, insomma, comportano più veli e più corpi coperti. Con una possibile eccezione, aggiunge Walzer: il burqa musulmano. Non solo perché nasconde l’identità negli ambienti legali – allo sportello passaporti, nei tribunali – che richiedono il volto scoperto. Ma anche perché in una democrazia liberale l’inimitabile sé di ciascuno dovrebbe essere mostrato senza vincoli tanto in pubblico che in privato” (Michael Walzer, “Che cosa significa essere liberale”, Raffaello Cortina, 2023).
Michele Magno
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Al direttore - Dopo oltre quattro anni di guerra, l’attenzione dell’opinione pubblica e il sostegno diretto dei cittadini all’Ucraina stanno progressivamente diminuendo. Mentre il conflitto continua a provocare vittime, distruzioni e sofferenze, molte organizzazioni di volontariato che operano sul campo incontrano crescenti difficoltà nel raccogliere fondi e mantenere attivi i propri interventi. Per questo motivo, uso queste righe per un piccolo desiderio: vedere pubblicate su queste pagine annunci dedicati alle associazioni impegnate nel sostegno umanitario all’Ucraina. Un’iniziativa di questo tipo sarebbe pienamente coerente con l’impegno del Foglio a favore dell’Ucraina, consentendovi di indirizzare la generosità dei vostri lettori verso organizzazioni meritevoli che portano aiuto alle comunità più duramente colpite dal conflitto. La ringrazio per l’attenzione e per l’impegno che lei e la redazione continuate a dimostrare nei confronti dell’Ucraina, nella consapevolezza che la difesa della sua libertà è parte della difesa dell’Europa.
Sandro Momigliano