Serve più intelligenza umana contro le degenerazioni dell’AI

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

18 SET 26
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Foto di Nahrizul Kadri via Unsplash

Al direttore - Quale sarà secondo lei, direttore, la prima amministrazione comunale italiana a conferire la cittadinanza onoraria ai registi israeliani del film “Naza’” che racconta la storia di notti in cui – come è noto – tutte le vacche sono nere?
Giuliano Cazzola
Propongo uno scambio: fuori le cittadinanze ad Albanese, dentro quelle a “Naza”.
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Al direttore - Grammelot mistico di Lucio Caracciolo sulla fine dell’impero americano: “Forse la ‘ricerca della felicità’ da Jefferson inscritta nella Dichiarazione d’indipendenza (1776) s’intendeva sprone ad avvicinare l’utopia suprema: impero della libera Repubblica o come altro si vogliano miscelare i termini della contraddizione che non si può sciogliere. L’inseguimento alla tartaruga identitaria è lo sport nazionale degli Achille a stelle e strisce, da preambolo costituzionale chiamati alla “more perfect Union”, irraggiungibile per non-definizione, eppure impegnativa. Supplizio di Tantalo oggi specialmente doloroso nel colosso al nadir dell’orgoglio nazionale e del prestigio internazionale. E che perciò soffre le fitte di un sentimento raro per quel popolo orgoglioso in depressione catatonica: la vergogna. Coscienza di non poter più confermarsi all’altezza della missione originaria, rifare il mondo daccapo. Timore anzi di finirne disfatto” (dall’Introduzione all’ultimo numero di Limes).
Michele Magno
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Al direttore - Quando alle 2.30 di mattina quattro forti esplosioni a qualche centinaia di metri ti svegliano di soprassalto e con la luce rigorosamente spenta per non diventare tu a tua volta un bersaglio, vedi la notte illuminata dagli incendi dove sono arrivati i missili balistici e poi leggi che sono missili russi che hanno causato 12 feriti civili, beh, capisci cosa vuol dire vivere in guerra, anche a Kyiv, anche nella capitale. Il fronte si avvicina, ma noi in Italia facciamo gli struzzi con la testa nella sabbia e ci preoccupiamo solo di arrivare alle 19 per prendere lo spritz con gli amici e di dire scemenze dal palco di una festa di partito.
Carlo Ferrari
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Al direttore - Letto tweet niente male: se Altman, Musk, Amodei vogliono trovare un modo per rallentare, con l’AI, non hanno altro da fare che venire in Europa.
Luca Maffei
Potenza di calcolo dell’Europa sull’AI: 5 per cento. Potenza di calcolo degli Stati Uniti sull’AI: 75 per cento. Spunto ulteriore, anti apocalittici. Spunto dal Wsj: contro gli errori dell’AI serve più intelligenza umana, non meno. Perché, dice il Wsj, l’AI se sbaglia, se assume comportamenti degenerativi, lo fa perché qualcuno l’ha programmata male. E più autonomia le si concede, all’AI, più rigoroso deve essere il controllo e più rigorose devono essere le verifiche indipendenti. Più intelligenza umana contro le degenerazioni dell’AI: per migliorarla, più che passi indietro, forse servono passi in avanti.
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Al direttore - Il confronto aperto dall’intervento di Giorgio Tonini sul Foglio del 14 settembre, dal titolo “Idee non negoziabili per un campo largo antipopulista”, riporta al centro una questione decisiva: la sinistra italiana non dispone oggi né del paradigma teorico né del soggetto politico necessari per affrontare la nuova conflittualità globale. A mio parere, difatti, anche il normativismo kantiano – preso a riferimento da Tonini –, che legge la pace come esito universale della civilizzazione, non regge più in un mondo segnato da potenze revisioniste e da una “gathering storm” geopolitica che configura una Terza guerra mondiale frammentata. La pace non è un dato morale, ma un equilibrio di potenza garantito dalla deterrenza. Aggiungo che, in questo quadro, parlare di “centrosinistra” significa evocare un attore che non esiste più. Esiste il campo largo, ahimè: un aggregato identitario e populista, privo della cultura di governo che caratterizzava il riformismo. L’analisi di Tonini finisce così per presupporre un interlocutore politico inesistente: il centrosinistra; mentre il campo largo è incapace di elaborare una strategia realista sulla guerra e sulla pace. La crisi delle democrazie liberali richiede invece un nuovo realismo: riconoscere che la difesa dell’ordine liberale è la condizione della pace, non il suo esito. E richiede un soggetto politico riformista autonomo, capace di “sparigliare” il campo largo, non di correggerlo. La minaccia alle democrazie viene oggi dall’esterno – la guerra russa contro l’Ucraina – e dall’interno, con l’avanzata dell’ultradestra europea. La tradizione riformista deve dunque liberarsi dalle illusioni normative e dalle nostalgie terminologiche. La pace non è un dovere morale astratto: è un equilibrio politico concreto. Il compito dei riformisti è definire – in autonomia – le forme politiche e strategiche per ricostruire un soggetto riformista per un centrosinistra credibile, in vista delle scadenze delle elezioni politiche del 2027, delle quirinalizie del 2029 e delle politiche del 2032.
Alberto Bianchi