Lettere
Ricordiamo anche le vittime italiane del terrorismo internazionale
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
11 SET 26

Al direttore - Achille Lauro, armatore e sindaco di Napoli negli anni Cinquanta, regalava la scarpa sinistra prima del voto; la destra se eletto. Se Trump fosse serio e onesto come il leggendario “’o Comandante”, dovrebbe anticipare agli americani la metà dei cinquemila dollari promessi, e saldare il conto dopo la vittoria repubblicana alle elezioni di midterm.
Michele Magno
Segnalo che Superbonus e altri bonus edilizi hanno generato crediti per oltre 200 miliardi di euro. In media: circa 4 mila euro per ogni elettore italiano (Trump, delizioso, ne offre 5 mila di dollari a ogni americano). Leggere Salvatore Merlo oggi per capire perché anche su questo Trump ha molto da imparare, anche dall’Italia.
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Al direttore - E’ passato esattamente un quarto di secolo dall’atto terroristico più grave della storia per numero di vittime. Tutti conosciamo il Memorial eretto a New York nel luogo chiamato Ground Zero, con incisi i nomi delle quasi 3.000 vittime. Un monumento semplice e coinvolgente con i nomi scritti sulle lastre di granito e due vasche collocate nello spazio dove si trovavano le Torri, con l’acqua che scorre simbolo di vita e di rinascita. A quell’attentato ne sono seguiti, nella stagione di al Qaida e dell’Isis, molti altri, anche con vittime italiane all’estero. E’ accaduto in Iraq, Egitto, Tunisia, Bangladesh, Turchia, Nigeria, Indonesia, Arabia Saudita e anche in Europa, in Germania ai mercatini natalizi di Berlino, in Francia a Parigi e a Nizza, in Spagna sulle ramblas di Barcellona, a Londra nella metropolitana. In tutto sono più di 50, senza contare i militari caduti nelle missioni all’estero. Erano nostri concittadini diversi tra loro, tecnici in servizio all’estero, lavoratori in alberghi, operatori umanitari, semplici turisti, giornalisti, tutti vittime dell’odio propagato dal radicalismo islamico, un odio che alligna ancora. In Afghanistan più di venti milioni di donne, venti milioni, camminano come sudari ambulanti e hanno diritto di andare a scuola solo sino a quella che noi chiamiamo scuola elementare, in realtà una scuola dove si insegna loro a servire. Vivono quasi come schiave, soggette al diritto di proprietà. Altro che woke. Nei luoghi dove vi sono state le stragi in Italia, a piazza Fontana, a Brescia, a Bologna, un monumento ricorda le vittime e aiuta a non dimenticare quegli eccidi. Lo stesso, almeno una targa, avviene sui luoghi dove sono cadute le vittime del terrorismo di estrema sinistra. Comuni e associazioni vi indicono incontri e manifestazioni. Le vittime italiane del terrorismo internazionale sono invece del tutto dimenticate, di loro sono evaporate le storie e i nomi come quelli dei morti nei comuni incidenti stradali. Da dove venivano i quattro pensionati italiani morti nel 2015 nella strage al museo del Bardo a Tunisi? Non si sa, sono solo inchiodati al loro essere pensionati. Chi erano i sei italiani morti sul lungomare di Nizza? Chi era Valeria Solesin, uccisa al Bataclan? Una studentessa forse, e chi Antonio Megalizzi, morto a Strasburgo? Un giornalista, così si ricorda vagamente. C’è purtroppo, era inevitabile che accadesse, chi ha vissuto sulle spalle dei morti nelle tragedie italiane, qualcuno ha anche fatto un po’ troppo carriera, imprevista e anche un po’ sopra le righe Ma questi morti, le vittime del terrorismo islamico, al contrario, non servono a niente, anche perché politicamente poco spendibili. Quando un Memorial collettivo in una piazza di Roma che li ricordi, su iniziativa del sindaco o del governo e dell’opposizione una volta tanto insieme? Sarebbe questo un modo di onorare non solo i caduti italiani ma anche quelli di tutta Europa, una entità non solo geografica ma un luogo in cui la vita umana ha un valore e che, con la sua libertà e la sua cultura, ha scelto di non odiare.
Guido Salvini
Non ricordare vuol dire rimuovere. Non rimuovere vuol dire guardare in faccia alle radici del terrore. Ottima idea, da sottoscrivere.
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Al direttore - Concordo con quanto da lei illustrato nel suo brillante articolo. Colgo l’occasione per osservare che il quartiere Tamburi di Taranto si estende per 93 ettari accanto al siderurgico e dovrebbe avere circa 17.000 residenti. Nel periodo 1956-1964 mio padre fu trasferito a Catania per un progetto di demolizione del vecchio quartiere centrale San Berillo e, al contempo, di costruzione (su roccia lavica) di nuovi alloggi per 30.000 abitanti (noti in letteratura come i “deportati di San Berillo”). Il progetto è ricordato come una grande speculazione edilizia insieme agli infiniti strascichi giudiziari che ne seguirono. Da un punto di vista strettamente tecnico, in confronto, il trasferimento del quartiere Tamburi negli anni 60 si sarebbe presentato come un esercizio molto più rapido, semplice e limitato. Qualcuno ha mai pensato di trasferire gli abitanti di Tamburi in case migliori, magari in una delle aree demaniali dello stato? Italia ideologica senza coraggio e pragmatismo? Cordiali saluti.
Alberto Laurenti
Al direttore - Sul Pnrr si è detto e scritto molto di ciò che non ha funzionato, dei ritardi, dei cantieri fermi, dei progetti incagliati. Giusto. Ma ogni tanto vale la pena raccontare anche quello che ha funzionato. A Fara San Martino, 1.270 abitanti, capitale della pasta e paese di De Cecco, quasi 5 milioni di euro del Pnrr hanno trasformato un vecchio plesso scolastico in una scuola nuova. Scuola Futura, finanziata dal ministero dell’Istruzione, è stata demolita e ricostruita nello stesso sito in circa due anni: edificio sicuro, inclusivo, innovativo, ad alta efficienza energetica, progettato da due giovani architetti e realizzato in gran parte da imprese locali. Lunedì 14 aprirà le porte a 120 bambini e ragazzi, dalla materna alle medie. Non è una grande opera, ma forse è proprio questo il punto: il Pnrr doveva servire anche a questo, a rendere migliore la vita quotidiana di comunità piccole. La lagna va fatta quando serve. Ma quando i soldi europei diventano scuole vere, va raccontato anche quello.
Antonio Tavani, sindaco di Fara San Martino