Lettere al direttore
Sull’antifascismo del presente, quelli del passato hanno da imparare
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
4 SET 26

Foto ANSA
Al direttore - Non lo dico con leggerezza, ma mai mi sarei aspettato, quest’anno, di dover annunciare il mio abbandono dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi). Le motivazioni sono molte: nel tempo sono state assunte posizioni che hanno aumentato il divario e le incomprensioni, sia sulle riforme istituzionali sia sui fatti geopolitici. Non posso accettare posizioni di finto pacifismo sulla questione ucraina; la nostra stessa Resistenza è stata aiutata dagli alleati e anche il popolo ucraino ha il sacrosanto diritto di resistere. Ricordo, in particolare, un galantuomo che si distinse su questa linea come Carlo Smuraglia. Al contempo, le derive filocastriste e filochaviste vedono l’Anpi schierarsi con alcuni dei peggiori regimi al mondo, responsabili della violazione dei diritti umani. Mi angoscia profondamente anche la posizione assunta sul tema israelo-palestinese, a partire dall’accettazione a braccia aperte della teoria complottista del “Grande Israele”. E’ inaccettabile accogliere nei cortei del 25 Aprile gruppi antisemiti organizzati e, di contro, ostacolare la partecipazione della Comunità ebraica e della Brigata ebraica, per non parlare della contrarietà al ddl Antisemitismo e dell’esclusione di altre forze politiche di ispirazione riformista. C’è poi un grave relativismo sui diritti di alcuni popoli, come quello iraniano. L’associazione ha inoltre mostrato una pervicace ostinazione nel contrastare le riforme costituzionali e istituzionali di cui il paese ha urgente bisogno, preferendo appoggiare lo status quo; una chiusura che si è manifestata chiaramente anche in occasione dell’ultimo referendum. Personalmente, non posso stare al fianco di chi fa asse con l’Associazione nazionale magistrati. Non dico addio ai valori della libertà e dell’antifascismo: continuerò a impegnarmi su questo fronte, da uomo libero.
Gabri Zammillo
Sull’antifascismo del presente, gli antifascisti del passato hanno molto ancora da imparare. Grazie e complimenti per il coraggio.
Al direttore - Previsione: Ranucci sarà il Vannacci del campo largo.
Andrea Minuz
Come si dice: prima il programma (“Report”), poi il candidato (da “Report”).
Al direttore - Noi imprenditori sappiamo che la stabilità e la coerenza di indirizzo sono condizioni indispensabili per fare qualsiasi cosa di buono e di utile, nell’impresa e non solo. Per questo cinque anni fa, insieme a decine di altri imprenditori, costituzionalisti e cittadini, abbiamo fondato ioCambio, un movimento apartitico che promuove la stabilità di governo attraverso le necessarie riforme istituzionali. La legge elettorale attualmente in discussione, che ha l’obiettivo di stabilizzare i governi, non ha certo la portata di una più risolutiva riforma delle istituzioni, ma potrebbe andare nella direzione giusta. La condizione perché sia efficace è però che venga introdotto, come da alcuni giorni si discute, il ballottaggio. Innanzitutto, il ballottaggio piace ai cittadini perché garantisce stabilità, scongiura il rischio di maggioranze occasionali e disomogenee (come ricorda Pera), indebolisce le forze più estreme e garantisce trasparenza e potere decisionale agli elettori. E’ poi gradito al sistema delle imprese, che nella stabilità prosperano. Infine – coincidenza rarissima in politica – potrebbe essere utile alla maggioranza per arginare Vannacci, e persino alla sinistra, da sempre sostenitrice del doppio turno e per questo paladina dell’attuale sistema elettorale dei sindaci. In pratica, quattro piccioni con una fava: cittadini, imprese, maggioranza e opposizione. Il 15 settembre, con il voto in Aula sulla legge elettorale, si presenterà questa rarissima opportunità. Per una volta, non sprechiamola.
Nicola Drago
vicepresidente De Agostini
fondatore di ioCambio
Non sarebbe niente male, il ballottaggio, ma come si può fare affidamento su una legge elettorale nata quasi per caso, che ha diviso la stessa coalizione che l’ha proposta, che ha fatto scannare gli stessi parlamentari che l’hanno votata, che ha lacerato le stesse leadership che l’hanno ideata e che cambia ogni giorno come se fosse un’estrazione del lotto? Buona volontà molta, sul tema, ma credibilità purtroppo pochina.
Al direttore - Il 26 luglio del 1990 si dimisero in blocco cinque ministri del sesto governo Andreotti (tra i quali anche Sergio Mattarella, titolare dell’Istruzione), tutti appartenenti alla sinistra Dc, per protesta contro la legge Mammì, ritenuta da loro un “regalo” alla Fininvest di Silvio Berlusconi, sponsorizzato da Bettino Craxi. Andreotti non perse tempo; in poche ore – d’accordo con Francesco Cossiga, allora capo dello stato – procedette al rimpasto sostituendo i dimissionari. La legge fu approvata il 1° agosto. Che cosa faranno i vertici della Rai (un’azienda in cui ci sono 1.760 giornalisti) di fronte alla minaccia di dimissioni della redazione di “Report”?
Giuliano Cazzola