Nonostante l’Islanda, c’è ancora la coda per entrare in Europa

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

1 SET 26
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Al direttore - La presenza italiana in Germania non si misura soltanto in banche, televisioni, porti e treni. Una parte decisiva dei rapporti fra i due paesi passa dalla cultura: musica, arte, architettura, ricerca, università e memoria hanno costruito legami spesso più duraturi di quelli registrati dalle statistiche. L’articolo dell’ambasciatore Fabrizio Bucci mi ha riportato agli anni trascorsi in Germania, quando alcuni nomi rendevano già visibile questa presenza: Claudio Abbado a Berlino, Giuseppe Sinopoli a Dresda, Vittorio Magnago Lampugnani a Francoforte. Alla Neue Nationalgalerie arrivarono Sandro Chia, Ferrari als Kunstwerk, Gianni Versace; Sophia Loren ricevette alla Berlinale l’Orso d’oro alla carriera; il Kupferstichkabinett riaprì con una grande mostra dedicata al disegno italiano. Arturo Benedetti Michelangeli lasciò a Monaco serate memorabili con Celibidache. Ma lo scambio non correva in una sola direzione. I rapporti con le istituzioni tedesche ci permisero di portare nell’Ambasciata d’Italia grandi calchi ottocenteschi di sculture romane: la passione tedesca per l’antichità italiana entrava così in una casa italiana nel cuore della nuova Berlino. E la cultura poteva entrare anche nelle ferite della storia. Ricordo “Rifugio precario”, la mostra sugli artisti e intellettuali tedeschi, molti ebrei, che dopo Hitler avevano cercato riparo in Italia per poi perderlo con le leggi razziali. Dopo la mostra arrivarono lettere di famiglie che, grazie alle nostre ricerche, avevano ritrovato tracce dei loro congiunti. Ci furono poi la “Settimana italiana” all’Università di Bonn, il centenario di Marconi, l’omaggio a Renzo Piano e, con l’aiuto di Inge Feltrinelli, i libri italiani destinati alle università dei nuovi Länder. Sarebbe però un errore trasformare questi ricordi in un inventario di successi. Dicevano qualcosa di più importante: dietro le cifre dell’interscambio correva una trama di arte, musica, scienza, università, memoria. La lettera di Bucci mostra che oggi quella trama è ancora più fitta. Non vediamo soltanto italiani arrivare in Germania e lasciare un segno: vediamo artisti, studiosi e musicisti vivere dentro le grandi istituzioni tedesche, animarle, dirigerle. Non è una “conquista” italiana della Germania. E’ la permeabilità fra due grandi culture. Nessuno conquista nessuno: le due culture si attraversano, si prestano opere, uomini, idee, memoria. Restano diverse, ed è proprio per questo che continuano ad avere qualcosa da darsi. Friedrich Overbeck lo dipinse due secoli fa in “Italia und Germania”. Non rende Italia e Germania uguali. Le avvicina. E le fa tenere per mano. Il sogno europeo è ancora tutto lì.
Umberto Vattani
Al direttore - Ogni analisi del risultato del referendum islandese che inizi da paralleli con consultazioni aventi analogo quesito (Moldavia, addirittura Regno Unito ecc.) è già in partenza da scartare. Più interessante sarebbe un’analisi che provasse a rispondere a questa domanda: perché mai uno stato che gode già di tutti i vantaggi della libera circolazione (in quanto membro Eea e Schengen), oltreché essere paese fondatore Nato, dovrebbe legarsi mani e piedi come membro Ue a tutti gli effetti?
Giovanni Boggero
Ottima domanda. Alla quale aggiungerei un elenco. Ucraina, Moldavia, Montenegro, Albania, Serbia, Macedonia del nord, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo. Ci sono paesi che vivono come se fossero nell’Unione europea ma non vogliono entrarci ufficialmente, come l’Islanda. Ci sono paesi che sono usciti dall’Unione europea e che ora cercano di rientrarci dalla porta secondaria, come il Regno Unito. Ci sono paesi, come quelli elencati, che farebbero carte false pur di entrare rapidamente nell’Ue. Chi vuole trasformare il caso islandese nella fotografia dell’Europa di oggi può farlo, ma nel farlo dovrebbe forse ricordare che la differenza tra la stagione della Brexit e quella di oggi è che dieci anni fa c’era la coda per uscire, dall’Europa, oggi, con buona pace dell’Islanda, c’è la coda per entrare.