Un nuovo programma garantista. Suggeriamo un titolo: “Non è Report”

Chi ha scritto al direttore, Claudio Cerasa

27 AGO 26
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Valter Lavitola arriva alla citt giudiziaria di Piazzale Clodio per essere ascoltato in Procura in merito all'attenato a Sigfrido Ranucci (foto di Cecilia Fabiano/ LaPresse)

Al direttore - Per sapere come va a finire ai campolarghisti bisogna fare due cose: una leggere Salvatore Merlo sul Foglio di mercoledì 26 agosto; l’altra rileggere il testo della “Guerra di Piero” di Fabrizio de André. Per chi non conoscesse la canzone di Faber riproduco l’attacco: “Dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa non è il tulipano che ti fan veglia dall’ombra dei fossi ma sono mille papaveri rossi”. Adesso mischiate il “segretario vegetale” di Merlo con “campo di grano” - avendo l’accortezza di sostituire “grano” con “largo” (vabbeh,salta la rima) – ed è tutto chiaro.
Valerio Gironi
Al direttore - “Report” può non garbare, ma cogliere l’occasione per accoltellarla, è comunque una gaglioffata. Detto ciò, da ex Rai con più di vent’anni di servizio in cronaca: in che mondo vive Ranucci che definisce “Report” la migliore trasmissione nella storia della tv. Trascorra qualche ora a visionare le teche dell’azienda. Avrà modo di ricredersi.
Valter Vecellio
A proposito di Ranucci. Interessante la tesi esposta due giorni fa. “L’amicizia con Lavitola? Per il mio lavoro, andrei a cena anche con Riina se potessi”. Un tempo, Ranucci avrebbe trasformato in una prova di colpevolezza una cena con un criminale: oggi no. Un tempo, Ranucci avrebbe trasformato in una prova di colpevolezza un’amicizia con un massone: oggi no. Un tempo, Ranucci avrebbe considerato un bavaglio l’utilizzo delle querele: oggi no. In sintesi: Ranucci, in questi mesi di bombe d’amore, sta riscoprendo una vena che speriamo venga preservata nel suo lavoro futuro: iniezioni di garantismo quotidiano, indotte dalla frequentazione di Valter Lavitola. Suggeriamo un titolo, garantista, per un programma futuro: non è “Report”.
​Al direttore - C’è un filo invisibile ma chiarissimo che unisce due immagini recenti di Giorgia Meloni. La prima è una locandina con la frase consegnata al New York Times: “La vera uguaglianza non è essere chiamata ‘la Presidente del Consiglio’ ma poterlo diventare”. La seconda è uno scatto privato sul volo di stato, con la figlia al seguito e un commento rivendicato: “Se questa immagine dice a una ragazza che non è vero che deve scegliere tra essere madre e avere una carriera, allora sono contenta”. ​E’ la traccia controcorrente sul gender gap che dalle pagine di questo giornale avevamo tracciato lo scorso 8 marzo e che sembra, finalmente, iniziare a far breccia nella narrativa del governo. Un cambio di paradigma reale, pragmatico, svincolato sia dal recinto simbolico di un certo femminismo ideologico che per decenni si è incartato sulle declinazioni linguistiche, sia dalle soluzioni di comodo delle quote rosa e delle certificazioni di genere, che dimenticano le strutture reali della società. ​Mostrare che il potere non richiede l’annullamento della maternità fa crollare il più grande tabù culturale del nostro paese. E’ un buon segnale politico, ma proprio per questo ora serve il passo successivo. ​Il rischio, di fronte all’onda d’urto emotiva e drammatica dei recenti fatti di cronaca sui femminicidi, è che l’esecutivo ricada nei soliti automatismi della politica italiana: la scorciatoia del panpenalismo o la solita, consolatoria “oretta di educazione” introdotta nelle scuole. ​Rincorrere l’emergenza con l’ennesimo inasprimento di pena-simbolo non restituisce la vita alle donne e non spaventa chi agisce spinto da una violenza tossica; così come un formale compitino in classe non rieduca una generazione se attorno resta il vuoto, spesso (troppo) riempito da smartphone e social. ​L’uguaglianza si costruisce garantendo asili nido, welfare aziendale, conciliazione vera e una parità strutturale che renda le donne culturalmente inattaccabili. ​Il governo ha imboccato la strada giusta nell’immaginario: adesso trovi il coraggio di non deviare verso le solite illusioni legislative.
Erminia Giorno