le lettere
Perché le carriere tra “Report” e Ranucci si possono separare
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
18 AGO 26

Sigfrido Ranucci alla Galleria Alberto Sordi, Roma, 26 Maggio 2026. ANSA / GIUSEPPE LAMI
Al direttore - In questi giorni mi è sgusciata in mente una canzone. Un pezzo da balli di gruppo, e che gruppo! In uno spagnolo che suona familiare dice più o meno così, da leggere con suadente andamento reaggaeton. Bomba, un movimento sensual, un movimento muy sexy, bomba, Y aquì viene el africano con el baile que es una bomba, para bailar esto es una bomba, para gozar esto es una bomba, todas les mujeres lo bailan, bomba, todas los hombres lo bailan, bomba, todas las radios lo ponen, bomba, las discotecas lo ponen, bomba, toda la gente lo baila, bomba.
Giuseppe De Filippi
Suondagitos para abajo para abajo para abajo. Suondagitos para arriba para arriba para arriba. Suondagitos para abajo para abajo para abajo. Suondagitos para arriba para arriba para arriba. Bomba!
Al direttore - L’amara disillusione che fa seguito alla presa di contatto con i propri idoli è stata tratteggiata da Flaubert con parole quasi definitive: “Il ne faut pas toucher aux idoles: la dorure en reste aux mains”. Eppure, nella sinistra italiana, la continua ricerca di un cavaliere errante sembra ancora rispondere a un’esigenza quasi irrinunciabile, forse perché incarna l’ideale di una ribellione solitaria contro un sistema di potere consolidato o più semplicemente perché consente di nascondere la necessità di interrogarsi più a fondo sull’attualità sociale, economica e tecnologica e la totale perdita di contatto con i ceti popolari e con il mondo degli esclusi. Resta però ancora da capire come, dalla capacità militare di un Che Guevara o dalla compostezza morale attribuita a Berlinguer, si sia potuti poi passare al “fascino discreto” della magistratura requirente, fino addirittura ad atterrare sul randello televisivo di Sigfrido, spacciato ingannevolmente alle masse come moderno giornalismo d’inchiesta. Con il rischio che in questo caso a rimanere sgradevolmente sulle mani non sia in questo caso solo una banale doratura.
Francesco Compagna
Da notare che quando fu il Foglio a raccontare delle spese di “Report” fu Ranucci a intervenire, provando a smentire numeri non smentibili. Ora che lo fa il Tempo, riportando dati simili, a rispondere è il collettivo di “Report”, lasciando intendere forse con questa scelta che Ranucci non può più essere utilizzato per difendere la trasmissione, non può più esserne il garante, come a voler suggerire che le carriere, almeno qui, si possono separare.
Al direttore - Ho letto come sempre con interesse il lungo intervento di Stefania Craxi, ora capogruppo di Forza Italia al Senato, sul tema del fine vita. Ho due osservazioni al riguardo. La prima, Forza Italia si è accorta di essere ormai a fine legislatura e inutilmente al governo da quattro anni (d’altra parte, il segretario Antonio Tajani lancia una campagna contro l’eccesso di burocrazia, mentre Forza Italia ha il ministro competente alla Pubblica amministrazione)? Perché tanta buona volontà non è stata messa prima, in tempo utile per approvare una legge? Davvero era tutta colpa dei capigruppo precedenti (il relatore forzista è lo stesso…). Pare di assistere allo stesso teatrino, stavolta molto più doloroso, di qualche estate fa sullo ius Italiae, che fine ha fatto? La seconda, di merito. Con il ragionamento di Stefania Craxi il dibattito sul ruolo del Servizio sanitario nazionale torna indietro di decenni. Ai tempi in cui si diceva, con gli stessi argomenti di Stefania Craxi, che le strutture pubbliche non dovevano praticare l’interruzione di gravidanza. Meno male che allora Forza Italia non esisteva ancora… non avremmo avuto la pur perfettibile legge 194! Cordialmente.
Elio Vito
Al direttore - Mi rivolgo alla gentilissima senatrice Craxi, come medico palliativista la ringrazio per quanto ha voluto scrivere in merito alla vicenda legislativa sul fine della vita. Alcuni passaggi di quanto afferma sono fondamentali: un approccio chiaro, non ideologico, che eviti “scorciatoie emotive”, che tenga presente la realtà della medicina palliativa e la dolorosissima vicenda di malati e famiglie spesso completamente tagliati fuori da ogni assistenza necessaria. Mi permetto però, e lo faccio da medico, di sollevare qualche perplessità. Innanzitutto ancora una volta Lei scrive come se una “legge sul fine vita” in Italia non esistesse: questo non è vero. La legge 219 del 2017 è una realtà, completa e specifica, corredata anche da un articolo, quello sulla pianificazione condivisa delle cure, che è uno dei passaggi fondamentali ma tristemente ignorati del testo vigente. La “normativa statale” che Lei invoca non è da intendersi in senso lato sul fine vita ma sulla morte medicalmente assistita, questa sì assente finora nel nostro ordinamento. E su questo punto un medico dovrebbe far fatica a dimenticare che l’atto di prescrivere un prodotto letale che il paziente possa autosomministrarsi (suicidio assistito) o l’azione di iniettare direttamente un veleno per porre fine alla vita di un paziente, che pur lo richiede, non è cosa che appartenga alla medicina classica, di qualsiasi orientamento etico sia. Il fatto che alcune nazioni “progredite” abbiano deciso di legiferare permettendo alcune “eccezioni” dove ciò divenga “non punibile” e quindi legalmente fattibile non significa che oggidì questo genere di azioni abbia un valore o una gravità diversa rispetto al passato. Infine Lei si augura una legge statale che “chiarisca confini”, “fissi garanzie”, “impedisca fughe in avanti”, “protegga i malati”, “tuteli i medici”, “preservi l’identità del sistema sanitario” ed “eviti il caos normativo”. Purtroppo, gentilissima Senatrice, sono molti i paesi che avevano iniziato con gli stessi auspici e che, oggi, si trovano di fatto di fronte a confini scomparsi, garanzie evaporate, terribili fughe in avanti, malati più o meno sottilmente pressati affinché si facciano da parte, medici palliativisti (quelli veri) in grande sofferenza. Dopo aver realmente e ovunque applicato nel nostro paese la legge vigente 219/2017 (cosa molto, molto più complicata che fare una legge nuova e ad altro mirante) potremo fare il punto, certi di avere già compiuto quel lavoro “sul campo” del quale hanno bisogno i malati e le loro famiglie.
Ferdinando Cancelli