lettere al direttore
Si può ragionare sull’antisemitismo anche senza parlare di Netanyahu
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
14 AGO 26

Foto ANSA
Al direttore - Ha ragione Giuliano Ferrara. A uscire con maggiore dignità dalla messa in scena bombarola di Pomezia è proprio Valter Lavitola, il quale ha cercato di assumersi (se gli inquirenti si accontenteranno delle precarie motivazioni fornite nell’interrogatorio di garanzia) l’intera responsabilità penale della vicenda. Certo, Sigfrido Ranucci, nella ricostruzione dei fatti, non ci fa una gran figura da giornalista d’inchiesta che non si accorge di quanto succede sotto i suoi occhi. Ma nessuno va in galera perché è un po’ pistola.
Giuliano Cazzola
Meravigliosa la nuova puntata dei manettari folgorati sulla via del garantismo da Ranucci. Un tempo bastava una mezza dichiarazione ai pm per avere la verità. Oggi, ai tempi di Lavitola-Ranucci, no, non ci si può fidare, serve prudenza, bisogna contestualizzare. Hashtag di riferimento: #lavitolaindiretta.
Al direttore - A me di questa vicenda non sconvolge tanto Lavitola, di filibustieri, faccendieri e personaggi spregiudicati è piena la storia di questo paese. Quello che mi colpisce davvero è la quantità di italiani che, negli anni, ha finito per interiorizzare una cultura politica fondata sulla narrazione permanente del complotto: le trame nere (e non solo nere), i servizi segreti deviati, i poteri occulti, i mandanti nascosti dietro altri mandanti. Si è costruita così una sorta di visione settaria della realtà, un modo di leggere l’Italia nel quale nulla accade mai semplicemente per ciò che è e dietro ogni fatto deve necessariamente esistere un disegno più grande, invisibile e inconfessabile. Anche questa volta il copione è lo stesso: si cerca il “mandante del mandante”, si racconta Ranucci come la vittima di un sistema che vorrebbe eliminarlo. Ed è proprio questo che trovo più preoccupante: una deriva profondamente populista da parte di chi del populismo si proclama avversario, ma ha finito per adottarne fino in fondo il linguaggio, i meccanismi e, forse, una delle sue forme più nefaste.
Matteo Zilocchi
Al direttore - Condivido molte delle riflessioni esposte da Livia Ottolenghi nel lungo colloquio avuto con lei, soprattutto l’importanza di non sottovalutare la gravità dei numerosi episodi di antisemitismo e l’errore aberrante nel confondere la critica a un esecutivo con la demonizzazione di un popolo. Dovrebbero essere considerazioni di normale buon senso ma, evidentemente, così non è. Tuttavia credo che la presidente dell’Ucei avrebbe potuto e dovuto dimostrare maggior coraggio nel criticare Netanyahu e alcuni suoi ministri, sottolinearne i crimini ed esprimere dolore “percepito” per i 73.000 morti civili di Gaza. Di malnutrizione, collasso sanitario e distruzione di infrastrutture nella Striscia non c’è traccia. Forse è questo assordante silenzio, questa “quasi rimozione” di una scomoda verità che fa sì che “amicizie di vecchia data siano diventate silenziose” e che il legame identitario tra comunità della diaspora (ebraismo) e stato di Israele (sionismo) emerga con evidenza, quasi per osmosi. Vedremo la risposta che gli israeliani vorranno dare, nelle urne, il prossimo ottobre e soprattutto se lo stato ebraico avrà la forza di non concedere alcuna grazia al suo primo ministro (sotto processo, invano, dal 2020). Serve riconciliazione e ammissione di colpa, da parte di tutti. Allora antisionismo e antisemitismo potranno essere considerati sinonimi solo da persone intellettualmente disoneste.
Roberto Remondi
Gentile Roberto, grazie della lettera. Le rispondo offrendole uno spunto di riflessione: considerare doveroso parlare di Netanyahu per ragionare sull’antisemitismo significa accettare il fatto che l’antisemitismo di ritorno sia una reazione alle guerre combattute da Israele dopo il 7 ottobre. Io penso che non sia così. E penso che l’antisemitismo nascosto dentro il cavallo di Troia dell’antisionismo si nutra anche di questo equivoco: considerare l’odio contro gli ebrei del mondo figlio non tanto dell’Intifada globale ma delle guerre di Israele. In un caso, si tende ad accreditare l’idea che l’antisemitismo sia frutto di una reazione che si abbevera nella resistenza. In un altro caso, si pensa che l’antisemitismo sia frutto di un’azione che si abbevera nell’ideologia. E’ chiaro che lei pensa che l’antisemitismo sia frutto di un’azione, ma non parlare di Netanyahu per parlare di antisemitismo non è una dimenticanza: è una scelta. Un abbraccio e grazie.