lettere al direttore
Conte telefoni davvero a Putin, si farà un bagno di realtà
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
4 AGO 26

Foto ANSA
Al direttore - Mi hanno portato a vedere l’Odissea di Nolan, che si fa guardare ma mi ha lasciato la bocca amara. Da seminapoletano vissuto in gioventù nel Mediterraneo (Eolie, Egadi, San Vito Lo Capo, Linosa e poi Grecia e Turchia ecc.) a palermitano che forse ha fatto qualcosa di simile, la cosa che mi ha rattristato di più è stata la resa cupa di un mare che ho sempre visto e sperimentato come bellissimo e “avventuroso” – anche se, certo, a volte cattivo – trasformato in un maraccio qualunque. Da qui un’Odissea che non è più anche e soprattutto una grande e bellissima avventura che, come tanti altri, ho sempre immaginato che a Ulisse sotto sotto – e nemmeno tanto – piacesse, anche perché sennò tornava prima. La vita con Calipso sulla spiaggia, poi, sembrava il massimo. Insomma niente Mediterraneo, niente avventura e niente ricerca di virtute e canoscenza – solo un altro cupo Batman.
Andrea Graziosi
Caro Graziosi, ma no! Il mare di Nolan è come nella famosa frase di Mario Brega in “Bianco, rosso e Verdone”: “’Sto mare pò esse’ fero o pò esse’ piuma. Oggi è stato ’na piuma”. Nella versione di Nolan, il mare è una piuma quando si sceglie di fare i conti con la propria coscienza. E’ ferro quando la propria coscienza non riesce a fare i conti con la realtà. C’è chi legge nel mare, nel rapporto di Ulisse con Zeus, con gli dèi, con Poseidone, un richiamo al diritto internazionale, al senso di colpa dell’occidente. A me il mare sembra lo strumento perfetto con cui Nolan ha dato corpo a una parola inafferrabile, che ha ossessionato per anni e continua a ossessionare gli studenti del classico e non solo loro: hybris, tracotanza. Il mare di Nolan è lo specchio della tracotanza. Pò esse’ fero quando la hybris non viene domata. Pò esse’ piuma quando la hybris viene riconosciuta e affrontata. Quanto a Calipso: da palermitano a seminapoletano, ma davvero esiste qualcuno che, dovendo e potendo scegliere, preferisce immergersi nelle avventure del mare piuttosto che lasciarsi andare alle coccole di una spiaggia calipsiana?
Al direttore - Donald Trump sostenne durante la campagna che lo riportò alla Casa Bianca che, eletto presidente, avrebbe risolto il conflitto in Ucraina in 24 ore. Per seguire il modello del tycoon e non essere da meno Giuseppe Conte assicura che, giunto a Palazzo Chigi, telefonerà a Putin e in quattro e quattr’otto rimetterà le cose a posto. E guai, aggiunge, a ritenere che Mario Draghi possa essere il rappresentante dell’Unione europea per spingere Putin al negoziato. Glielo avevo anche detto a Draghi di incontrare Putin, confessa Conte, ma non ha voluto e poi Draghi, quando esplose la guerra, era capo del governo, e difendeva l’Ucraina. Inutile ricordare a un uomo ossessionato dalla figura di Mario Draghi che l’allora presidente del Consiglio fu uno dei leader europei che tentarono di stabilire un contatto con Putin per scongiurare che l’aggressione proseguisse. Non ebbe risultato diverso da Macron, che si recò a Mosca due settimane prima dell’aggressione russa avanzando proposte di pace e fu umiliato da un tracotante Putin che aveva deciso la guerra. Sono quattro anni e mezzo che Putin si sottrae a un’intesa di cessate il fuoco e bombarda ciecamente con missili e droni il cuore delle città ucraine mietendo vittime tra la popolazione civile. Cose evidenti a chi segue le vicende del conflitto. La verità è che quella di Conte non appare solo una ridicola presunzione, è anche una manifestazione di immaturità politica. Insieme all’impegno a telefonare a Putin, Conte dovrebbe interrogarsi sul perché Putin, malgrado i costi drammatici della guerra per i giovani russi mandati allo sbaraglio, si dimostra indisponibile al negoziato. Questo è il punto. Emergerebbe allora che il problema per Putin non è la sicurezza della Russia o l’autonomia regionale da concedere ai russofoni: il problema è il controllo politico di Mosca su Kyiv. Il Cremlino vuole uno stato ucraino vassallo con sovranità limitata. Del resto, fu questa pretesa che portò al fallimento degli accordi di Minsk. Per Mosca il destino dell’Ucraina è diventare una seconda Bielorussia. Occorrerebbe ricordare che con l’avanzare del processo di democratizzazione l’Ucraina si distanziò progressivamente dal modello autoritario russo orientandosi verso l’Europa. Questa prospettiva divenne per il Cremlino inaccettabile. La guerra è quindi uno scontro tra la scelta democratica dell’Ucraina e l’autoritarismo imperialista russo. Insomma, Putin è portatore di un disegno neoimperiale: ricostruire una sfera egemonica europea analoga a quella che un tempo fu dell’Urss. La condizione, per il despota russo, per l’affermarsi di una struttura del mondo in cui l’egemonia occidentale ormai in declino sia sostituita da un equilibrio multipolare che assegni alla Russia una posizione di primo piano. La stessa logica che si nasconde dietro quella sorta di “crudo realismo della forza” incarnato da Trump. Problemi enormi che interrogano la coscienza politica e morale di chi ha responsabilità politiche. Il sostegno all’Ucraina non è un cedimento a manie belliciste, è l’unica via per tentare di percorrere la strada del cessate il fuoco, di una pace giusta e duratura. Confesso che di fronte alla manifestazione di immaturità e presunzione di Conte, che irresponsabilmente sostiene che la linea sull’Ucraina non è affidata al confronto delle idee ma ai gazebo delle primarie, sono portato ad apprezzare la condotta di Elly Schlein.
Umberto Ranieri