Contratti che ci fanno dormire la notte. Viva Mancini, e viva Mentana

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

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Foto di Alfredo Falcone per LaPresse

Al direttore - Martedì sera avevo appena cominciato a condurre il tg quando, alle 20.03, mi è comparso sullo smartphone un messaggio del vostro Carmelo Caruso: “Ma la clausola di non concorrenza con La 7, come la risolvi?”. Questa domanda epocale, che sicuramente agita le notti degli italiani, ha trovato poi posto in un articolo sul Foglio di ieri. Ecco: che io abbia o non abbia clausole contrattuali di quel tipo però sono fatti solo miei, e dei miei vertici aziendali. Anzi ne siamo a conoscenza solo io e chi ha firmato il mio contratto. Il quale, se ci fosse qualche problema, potrebbe farmelo sapere direttamente. Sarebbe un modo di confrontarsi più urbano.
Enrico Mentana
Risponde Carmelo Caruso. Suggeriamo un vertice di pace al Cairo!
   
Al direttore - Mancini è il nuovo allenatore degli Azzurri. Lei e anche io speravamo in Conte. Bon. Cambierà qualcosa ? Mah. Se la Scala scegliesse Muti per dirigere una filarmonica di provincia sarebbe comunque un flop. Sbaglio?
Gino Roca
Conte era il top, Pirlo era un flop, ma Mancini non è niente male. E avere, come dice Jack O’Malley, due allenatori, Mancini e Ranieri, che hanno vinto in Premier, al netto degli errori fatti in questi anni, è cento volte meglio che avere un allenatore che a stento sapeva muoversi in Serie B (Pirlo), che a malapena da coach conosce la Serie A (Grosso), che sul campo ha ancora molto da dimostrare (De Rossi). Viva Mancini!
 
Al direttore - Un editoriale pubblicato martedì sul Foglio AI riprende una tesi cara al mondo produttivo: la ripartenza economica del nostro paese passa dai territori dove l’industria è ancora forte, radicata e capace di generare valore. Il pezzo cita – a titolo di esempio – realtà come Firenze, Livorno e Piombino in cui la presenza di filiere consolidate, di competenze industriali storiche e di un tessuto imprenditoriale capace di innovare, senza perdere la propria identità, fanno ancora la differenza. Siamo una parte importante di quella manifattura toscana che produce oltre 23 miliardi di euro di valore aggiunto; che contribuisce in modo significativo all’export italiano, e che vale oltre 312 mila posti di lavoro. Dal lusso, alla farmaceutica; dalla meccanica, alla cantieristica; dalla siderurgia, all’agroalimentare, fino al lapideo, i nostri territori sono un esempio di quell’Italia manifatturiera capace di produrre “all’ombra dei nostri campanili le cose che piacciono al mondo”. Per non parlare dell’industria turistica e di quella dei servizi; o di quelle filiere innovative che stanno crescendo, grazie alla capacità di mettere a sistema grandi player internazionali, Pmi e centri di ricerca presenti sul territorio. Tutto bene, dunque? Non proprio. Dai primi anni Duemila anche noi abbiamo subìto un processo di progressiva deindustrializzazione. Ne hanno fatto le spese il lavoro di qualità, la ricchezza – la crescita del pil, che fino al Duemila superava stabilmente il 2 per cento annuo, si è stabilizzata intorno allo zero – e anche la stessa demografia. Esportiamo giovani, mentre gli over 60 hanno superato il 33 per cento della popolazione; numeri insostenibili che non si correggono con i convegni o con gli annunci, ma con scelte precise di politica economica e di politica industriale, a tutti i livelli istituzionali. Abbiamo dedicato la nostra recente assemblea alle politiche industriali necessarie alla reindustrializzazione. Con un focus particolare sulla sicurezza, intesa come meta-settore che riguarda l’energia, le materie prime critiche, le catene di fornitura ostaggio dei nuovi precari equilibri geopolitici; ma che riguarda pure l’incertezza delle regole e dei tempi autorizzativi; e passa anche dalle infrastrutture e dalla coesione sociale. Un paese che vuole tornare a crescere per numeri interi, deve dare risposte certe a questi temi; e lavorare sulle scelte necessarie da compiere con tempi industriali: dal nucleare, all’acciaio (dove Piombino si candida a essere una delle capitali della siderurgia italiana, perché un paese industriale non può dipendere dall’estero per l’acciaio); dalle infrastrutture, alla formazione. L’etimologia della parola sviluppo significa togliere da un groviglio, liberare dalle catene. La reindustrializzazione del paese dipenderà dalla capacità di “scatenare” davvero le forze imprenditoriali presenti nei nostri territori, soprattutto da quelli che hanno ancora la massa critica, le competenze e la capacità di inserirsi nelle nuove catene del valore. Investire in quelle realtà, con certezza delle regole, energia a prezzi competitivi e infrastrutture adeguate, non è un favore a Firenze, Livorno o a Massa Carrara: è la condizione perché l’Italia intera torni a crescere. Perché senza industria non c’è innovazione, senza innovazione non c’è lavoro di qualità, e senza lavoro di qualità non c’è coesione sociale. Le imprese sono pronte a fare la loro parte; accanto a noi servono classi dirigenti, a ogni livello, capaci di scegliere con coraggio chi lavora per lo sviluppo e non chi fa il tifo per il declino. Il tempo delle parole è scaduto: quello dei “fatti industriali” deve cominciare subito.
Lapo Baroncelli, presidente di Confindustria Toscana Centro e Costa
   
Al direttore - Scrivo da medico e da dermatologa, ma soprattutto da cittadina. Il noto video della dottoressa Debora Rasio, molto diffuso sulla rete, video in cui si sostiene che il sole non faccia male alla pelle, non riguarda una lite tra specialisti né una difesa corporativa. Riguarda ciò che accade quando un medico afferma che il sole non provoca il melanoma, che una maggiore esposizione protegge e che le creme solari sarebbero tossiche, invitando i genitori a non usarle sui figli. Il titolo professionale diventa parte del messaggio: parla un’autorità riconoscibile, con un dovere maggiore di accuratezza. Nessuna laurea rende esperti di tutto: il camice non è una patente enciclopedica. Chi interviene in un campo specialistico deve dichiarare i limiti della propria competenza e rappresentare correttamente le prove. L’esperto conosce i propri confini. Il falso guru usa un titolo autentico per vendere certezze che i dati non consentono. Lo studio citato nel video non dimostra né la tossicità delle creme né un effetto protettivo del sole. Analizzava l’interazione tra varianti genetiche e fattori ambientali. L’associazione tra uso più frequente della protezione e tumori cutanei viene definita dagli stessi autori un dato paradossale, da non interpretare come rapporto di causa ed effetto. Tra le spiegazioni indicano una maggiore esposizione al sole, la carnagione chiara, un uso insufficiente della crema e la causalità inversa. E’ uno studio usato per sostenere il contrario di ciò che gli autori ricavano dai dati. Le conoscenze disponibili non autorizzano equivoci: i raggi ultravioletti sono il principale fattore di rischio per i tumori cutanei. Le raccomandazioni sono chiare: evitare l’esposizione eccessiva, proteggere i bambini, cercare l’ombra, usare abiti adeguati e la protezione sulle zone scoperte. La crema non è un lasciapassare per restare al sole senza limiti: è una parte della fotoprotezione. Non si demonizza il sole, ma l’esposizione eccessiva e non protetta. La scienza non è un catechismo e il consenso non è infallibile. Ma il metodo non è facoltativo. Il dissenso scientifico espone dati e incertezze, confronta le evidenze e accetta la correzione. Il metodo dell’influencer-guru annuncia invece che “è tutto falso”, promette un sapere nascosto e usa una ricerca scientifica come scenografia. Chiunque può sbagliare. Ma un medico che parla a una platea enorme deve correggersi rapidamente e con la stessa diffusione dell’errore. Per i contenuti sanitari virali servono verifiche rapide, avvertenze visibili e diffusione ridotta quando un’affermazione è smentita dalle evidenze. Anche gli Ordini devono intervenire: la deontologia non si interrompe quando si apre Instagram. Alla dottoressa Rasio non chiedo il silenzio né attribuisco intenzioni che non posso conoscere. Chiedo una correzione pubblica e altrettanto visibile: quello studio non dimostra che il sole protegga dal melanoma, non dimostra che le creme provochino tumori e non giustifica l’abbandono della fotoprotezione. Correggersi non è un’umiliazione. E’ il gesto che distingue lo scienziato dal guru.
Marcella Ribuffo, dermatologa