Con lo stato, anche quando ciò significhi sfidare i propri follower

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

29 LUG 26
Immagine di Con lo stato, anche quando ciò significhi sfidare i propri follower
Al direttore - Ma Mancini niente? Neanche un’onorificenza nordcoreana? Un festival houthi?
Giuseppe De Filippi
Al direttore - Dissenso, conflitto, violenza. I primi due sono il sale della democrazia. La terza è la sua spada di Damocle. Da parte dei leader del campo largo (o come si chiamerà), non manca la più o meno timida condanna di chi la teorizza e la esercita. Ma siamo ancora al di qua del minimo sindacale. Manca ancora, infatti, la consapevolezza che la galassia dei movimenti antagonistici rappresenta un nemico assai insidioso non solo per le istituzioni democratiche, ma per le stesse ambizioni di governo delle forze progressiste. In Val di Susa agisce da anni un proteiforme “blocco nero” che incontra una popolazione locale passiva o complice. Ed è ben nota la corrispondenza di amorosi sensi tra i centri sociali, Askatasuna in testa, e alcuni esponenti dei Cinque stelle e di Avs. Negli anni Settanta c’erano quelli che… “né con lo stato né con le Br”. Oggi ci sono quelli che… “né con Meloni né con i No Tav”. Non pensano costoro di rischiare un secondo granchio storico? In ogni caso, si tratta di un punto anch’esso meritevole di un chiarimento nell’ormai attesissimo programma del centrosinistra.
Michele Magno
Il punto però non è mai, o quasi, il condannare o meno. Il punto è un altro. Quanto scegli di ritardare la tua condanna. Quanto scegli di fare i conti con le ambiguità che hai alimentato nel passato. Quanto scegli di fare i conti con la presenza di istanze violente che non nascono dal nulla ma nascono da un brodo di coltura che hai contribuito a far crescere e ad alimentare. Oggi il punto vero, dunque, non è chiedersi con chi stare tra Meloni e i No Tav. Oggi il punto vero è chiedersi se si ha il coraggio o meno di difendere lo stato anche quando questo significa sfidare i propri follower. Semplice, no?
Al direttore - L’articolo di Camillo Langone sulle immagini da porre nelle future banconote dell’euro pone una questione che va ovviamente ben al di là della numismatica. Allora la domanda che mi pongo, e sulla quale dovremmo interrogarci tutti è: di che cosa ci dovremmo vergognare noi europei e i nostri figli nati e cresciuti in Europa, ai quali stiamo costruendo la casa comune fondata in parte sui pilastri della cultura illuminista e in parte sulla cultura cristiana, con un dosaggio unico e irripetibile nella storia del mondo? Perché cosi tanta paura che diventa addirittura terrore? Sembra che il nostro continente abbia sviluppato un complesso di colpa. Ci diciamo europei, ma pronunciamo con imbarazzo la parola “occidente”. E ancora di più evitiamo di ricordare che la nostra civiltà è figlia di Atene, di Roma e di Gerusalemme per abbracciare culture a noi totalmente estranee, spesso in aperto conflitto con i nostri valori democratici. Alla base dell’anti occidentalismo c’è, come è ormai evidente, il tentativo di rifiutare il ruolo del cristianesimo nella storia europea, come se questo fosse un’offesa rivolta a chi professa un’altra fede. Viviamo volutamente un paradosso; chiediamo, spesso affascinati, alle altre culture di essere fiere della propria identità, e contemporaneamente consideriamo la nostra un incidente storico da occultare e da vergognarsi. Confondiamo il rispetto per gli altri con l’autocensura, l’accoglienza con il nostro voluto e cercato azzeramento culturale. Chi non conosce la propria storia non può dialogare e confrontarsi con quella degli altri, la può solo subire. Chi cancella la propria memoria per apparire più inclusivo finisce semplicemente per diventare irrilevante. Allora le banconote non sono soltanto strumenti di pagamento e di scambio: sono anche il biglietto da visita di una civiltà che ne può raccontare orgogliosamente la storia. Se perfino su un pezzo di carta abbiamo paura di rappresentare ciò che siamo stati o che siamo, forse il problema non è l’immagine da stampare, ma noi che non abbiamo più il coraggio di riconoscerci come comunità che condivide valori e princìpi di progresso. l’Europa deve decidere se vuole continuare a difendere la propria civiltà o continuare a chiedere scusa per averla ereditata.
Antonello Sassu
Al direttore - Comprendo le critiche quotidiane al mio lavoro. E’ una scelta editoriale. Ma non ho mai pronunciato, né in pubblico né in privato, la frase che mi viene attribuita oggi e rivolta a Giorgia Meloni “non posso garantirti il loro voto sulle preferenze” (il riferimento è ai parlamentari azzurri) nell’articolo di Carmelo Caruso. Un saluto.
Antonio Tajani
Risponde Carmelo Caruso. Possiamo garantire che la fonte era degna di fede e che Tajani merita, per simpatia, garbo e pazienza, 14,9 miliardi di preferenze. Quanto il Safe. Vota Antonio!