Dalla parte di Kyiv, dalla parte dell’antifascismo. Brava Schlein

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa



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Foto Lapresse

Al direttore - Molto bene (finalmente) Elly Schlein sull’Ucraina. Ora manca solo la ciliegina sulla torta: visita a Kyiv con abbraccio a Zelensky.
Michele Magno
Sarebbe un sogno. Ma intanto eccola la frase che ha turbato ieri Marco Travaglio. Domanda del Foglio a Schlein: “Perché, al netto della retorica, le armi sono ancora indispensabili per difendere l’Ucraina? E quale sarebbe, secondo lei il rischio concreto se l’Italia e l’Europa smettessero di fornirle?”. Risposta: “Abbiamo votato convintamente per aiutare l’Ucraina a difendersi con tutti i mezzi a disposizione per una ragione semplice. Putin ha violato il diritto internazionale. Lo ha violato attraverso una invasione criminale dell’Ucraina. E chiunque non riconosca in questa storia chi è l’aggredito e chi è l’aggressore sbaglia. Il Pd ha sempre sostenuto, ripeto, convintamente, l’Ucraina con tutti i mezzi necessari. Perché, lo dico da sinistra, è inaccettabile pensare che qualcuno, in Europa, possa pensare di riscrivere i confini con l’uso della forza”. Non ci vuole molto a capirlo. Se sei dalla parte dell’Ucraina oggi sei dalla parte dell’antifascismo. E se sostieni che ogni aiuto militare all’Ucraina significa far durare di più la guerra non stai facendo una campagna per la pace: stai abbracciando le tesi di chi ha aggredito l’Ucraina facendo tua la propaganda putiniana. Brava Schlein.
Al direttore - Ringraziamo Antonucci per averci deliziato con una sua recensione del nostro disegno di legge dal titolo “Disposizioni in materia di linguaggio non discriminatorio in ambito giuridico e amministrativo”, del quale tuttavia dubitiamo abbia compreso il senso. La nostra proposta è infatti finalizzata a correggere un’evidente distorsione, richiamando la pubblica amministrazione a concordare i titoli accademici, professionali e istituzionali al sesso della persona, una buona norma anche grammaticale per smettere di considerare il maschile un linguaggio neutro e cominciare a utilizzare, finalmente, il femminile. Una disposizione di buon senso, persino scontata. Iniziare a chiamare, anche nel linguaggio pubblico e istituzionale, una donna avvocato “avvocata”, una donna ingegnere “ingegnera”, una donna ministro “ministra” e una donna premier “la presidente del Consiglio”, non dovrebbe suscitare tale ostracismo, a meno di non considerare il femminile una diminutio, come l’articolo purtroppo conferma. Altrimenti potremmo naturalmente riferirci agli uomini usando il femminile, senza tema di offenderli. E qui sta il punto. Il linguaggio è tutt’altro che neutro e il maschile estensivo riferito anche alle donne le rende volutamente invisibili. Non è una quisquilia woke, termine usato troppo spesso per liquidare questioni di riconoscimento non banali e nell’articolo utilizzato a caso. E’ una battaglia femminista in cui crediamo perché il linguaggio è pensiero, è visione, è potere e come tale informa la società, i rapporti tra le persone, il riconoscimento o meno dei diritti, i comportamenti. Usare il femminile ha anche un valore per le nuove generazioni, in una società lontana dalla parità, in cui i modelli di riferimento sono maschili, in cui l’asimmetria di potere nelle relazioni è frequente e la violenza maschile è ancora strutturale. Peraltro il ddl è pensato come un work in progress e l’errore segnalato non è altro che un refuso. E prevede altre norme importanti: per chiamare “donna incinta” chi è in gravidanza e correggere il Codice penale laddove usa il maschile anche per riferirsi alle bambine che subiscono mutilazioni genitali, appunto “femminili”. Il tono di scherno conferma che abbiamo fatto bene a presentare il testo e che la battaglia non solo nostra, ma della rete e delle associazioni femminili e femministe, è più che giusta. E’ doverosa.
Valeria Valente, Anna Rossomando, Cecilia D’Elia, Simona Malpezzi,
senatrici Pd
Risponde Ermes Antonucci. Gentili senatrici (come vedete non ho alcun problema a usare il femminile), il riflesso immediato con cui accusate di maschilismo chiunque constati le contraddizioni di certe “battaglie femministe” come la vostra proposta di legge – peraltro segnalando la presenza di errori marchiani nel testo (prego!) – non fa altro che confermare la scarsa serietà di quest’ultime.
Al direttore - Letta l’intervista a donna Maria Rosaria Boccia, Gianni Infantino for segretario generale delle Nazioni Unite e Boccia sua vice. Due cerchi magici che si intrecciano.
Francesco De Leonardis
Al direttore - Per dimostrare che Antonio Monda ha ragione praticamente su tutto nel suo pezzo “Nuovo cinema Inferno e Paradiso”, basterebbe ricordare, ad esempio, che nel 2014 a vincere l’Oscar come miglior film fu “12 anni schiavo”. Gran bel film, non ci sono dubbi, ma quell’anno concorreva, fra gli altri, “American Hustle - L’apparenza inganna”, che non era semplicemente un film, era un vero e proprio capolavoro, con attori e attrici che definire giganti è poco (Bradley Cooper, Christian Bale, Amy Adams, Jennifer Lawrence, Jeremy Renner). Eppure non vinse. A trionfare fu un film sullo schiavismo in America che di certo non meritava più di “American Hustle”. Ma nella scelta dei giurati avrà pesato di più la fattura del film oppure il fatto che, mentre in “American Hustle” gli attori erano tutti bianchi, il protagonista di “12 anni schiavo”, Chiwetel Ejiofor, eccezionale, per carità, era non a caso di colore? Se poi aggiungiamo che lo stesso anno in lizza c’erano anche “Nebraska”, dello strepitoso Alexander Payne (e con un magnifico Bruce Dern), ma anche “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese, con un indimenticabile Leonardo DiCaprio, direi che i dubbi sulla motivazione di quella premiazione, e sulla ragionevolezza delle argomentazioni di Monda, li possiamo anche mettere da parte.
Luca Rocca