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Se si arma la Russia, è difesa. Se si arma l’Europa, è escalation
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
14 LUG 26

Al direttore - Per anni il dibattito sulla Difesa europea si è concentrato sulla quantità delle risorse: quanto spendere, quale quota di pil, come riequilibrare gli oneri tra le due sponde dell’Atlantico. L’Aia aveva fissato un obiettivo finanziario ambizioso; Ankara ha mostrato il passaggio successivo, traducendo gli impegni in produzione e acquisizioni congiunte. Ma proprio il successo politico di Ankara rende evidente il problema che l’Europa deve ancora risolvere: non trovare le risorse, bensì trasformarle in una domanda militare coerente, capace di orientare stabilmente il mercato. L’Europa non manca di campioni industriali globali: Leonardo, Fincantieri, Mbda, la Space Alliance costruita con Thales. Il vero collo di bottiglia non è l’offerta: è la frammentazione della domanda e il corto raggio della programmazione. Gli stati europei si presentano come committenti distinti, con requisiti, procedure e calendari differenti, condannando anche i migliori campioni a ordini intermittenti e volumi insufficienti a giustificare investimenti di lungo periodo. Ankara ha aperto una fase nuova: la Nato ha presentato per la prima volta un segnale aggregato dei propri fabbisogni, con oltre 50 miliardi di dollari di commesse annunciate in un solo giorno e un programma comune sui sistemi senza pilota da 40 miliardi in cinque anni. Resta però la questione decisiva: chi trasforma quelle priorità in programmi comuni? Non un’architettura alternativa all’Alleanza ma, nella linea del ministro Crosetto, un pilastro europeo più forte dentro la Nato: una domanda selettiva e una divisione del lavoro fondata sulle capacità reali, che discenda dai capability gap e dai piani operativi, non dalla somma delle preferenze nazionali. La Difesa europea non nascerà sommando i bilanci né moltiplicando i tavoli, ma quando l’Europa saprà esprimere una domanda militare comune, stabile e selettiva. Le imprese esistono già. Ciò che l’Europa sta ancora cercando è il committente.
Rodolfo Belcastro
Se si arma la Russia, è difesa. Se si arma l’Europa, è escalation. I cavalli di troia del putinismo in fondo hanno un pregio: ormai semplicemente non si nascondono più.
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Al direttore - “E’ terribile, bizzarro e incredibile pensare di scavare trincee e indossare maschere antigas a causa di una lite in un paese lontano tra persone di cui non sappiamo niente… Per quanto possiamo simpatizzare con una piccola nazione che si deve confrontare con un vicino grande e potente, non possiamo in nessuna circostanza pensare di coinvolgere l’intero Impero britannico in una guerra per conto di questa nazione. Se dobbiamo combattere, ci vuole un motivo ben più grande”. Sono parole di Neville Chamberlain in occasione di un discorso radiofonico pochi giorni prima di recarsi a Monaco, il 29 e il 30 settembre 1938, per consegnare a Hitler la Cecoslovacchia, in nome della pace. Eppure, direttore, sembrano parole pensate o dette oggi – a proposito dell’Ucraina – da qualcuno dei tanti putiniani di destra o di sinistra in circolazione da noi. La storia non ha insegnato nulla.
Giuliano Cazzola
Un pacifista, diceva Winston Churchill, è colui che nutre un coccodrillo, sperando che lo mangi per ultimo.
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Al direttore - “La prima misura del nostro governo sarà l’introduzione del salario minimo”, hanno dichiarato Elly Schlein e Giuseppe Conte aprendo la campagna elettorale del campo largo a Napoli. Nello stesso giorno, l’Inps rendeva noto il suo rapporto annuale. Una miniera di preziose informazioni sul mercato del lavoro, sul welfare e sulla spesa sociale. Cito solo un dato. Gli 867 contratti collettivi nazionali di lavoro (ccnl) esistenti nel 2025 si possono dividere in tre fasce. La prima è costituita da trenta contratti che coprono otto dipendenti privati su dieci. Risultano tutti firmati da Cgil, Cisl e Uil. La seconda è costituita da 79 contratti (di cui 65 firmati dalle tre maggiori confederazioni) che rappresentano il 17 per cento dei dipendenti totali. I restanti 758 contratti, infine, interessano appena il 3 per cento della platea complessiva degli occupati. Quasi il 97 per cento dei lavoratori dipendenti, dunque, è coperto da contratti sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil. Vengo al punto. Significa che i minimi tabellari sono inferiori al salario minimo legale di 9 euro all’ora rivendicato anche da Maurizio Landini? Se così fosse, una funzione fondamentale del ccnl avrebbe fatto fiasco. Se così non fosse, la mitizzazione del salario minimo legale non avrebbe senso. Tertium non datur.
Michele Magno
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Al direttore - Uno scettico Lucio Caracciolo scrive su Repubblica che “fra gli europei domina la narrazione per cui la Russia sta per attaccarci”. Visto che lo stesso direttore di Limes, poche ore prima dell’aggressione di Putin all’Ucraina, assicurava che non sarebbe mai accaduto e che la sola ipotesi era destituita di ogni fondamento, faremmo bene, valutando la sua capacità di analisi e previsione, ad armarci fino ai denti.
Luca Rocca
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Al direttore - Gentile Cerasa, capisco il tentativo di ravvedimento proposto con generosità a Conte e Travaglio sulla necessità europea di occuparsi della sua difesa nei confronti di un Putin (non della Russia) aggressivo, ma non andrà a buon fine. Come può illudersi che Travaglio, mentore di Conte, dopo aver sostenuto, due giorni prima, che Putin non avrebbe inviato l’esercito in Ucraina e aver sostenuto che l’Europa avrebbe boicottato quelle trattative di pace a pochi mesi dall’invasione, possa ravvedersi e con lui il suo popolo. Nobile tentativo, ma inutile.
Luigi Fabri
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Al direttore - Ho letto con interesse l’intervista rilasciata al suo quotidiano il Foglio dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, intitolata “Sì a un patto sulla sicurezza”, pubblicata nell’edizione del 15 giugno 2026. Condivido pienamente l’idea che una materia tanto delicata richieda collaborazione tra istituzioni, enti territoriali, magistratura e comunità. Proprio per questo, le parole del ministro mi inducono a una riflessione che ritengo doveroso condividere con lei e i suoi lettori. Da tempo, l’Impresa Pizzarotti & C. S.p.a. – una delle principali imprese di costruzioni italiane – di cui sono presidente, ha sottoposto al governo una proposta riguardante il complesso immobiliare di Mineo, situato in provincia di Catania, di proprietà dell’impresa. Si tratta di un insediamento residenziale realizzato dalla società tra il 1999 e il 2001 per ospitare le famiglie del personale militare statunitense in servizio presso la base di Sigonella. Un complesso nato per finalità abitative, dotato di infrastrutture e servizi, che proprio per le sue caratteristiche si presta oggi a essere riconvertito in un campus di accoglienza, formazione e integrazione sociale. La proposta presentata al governo prevede la trasformazione di Mineo in un centro per accogliere i titolari di permesso di soggiorno provenienti dalla rete Sai e dai corridoi umanitari; un progetto pensato per coniugare sicurezza, inclusione e formazione professionale, favorendo un’immigrazione “qualificata” e un inserimento effettivo nel mercato del lavoro, secondo un modello che opererebbe in piena sinergia con gli accordi di cooperazione internazionale promossi dal governo. La proposta, già tecnicamente sviluppata e immediatamente cantierabile, sarebbe in grado di ospitare fino a tremila migranti e di erogare servizi di formazione professionale a circa mille persone ogni anno. A oggi, tuttavia, non vi è stato alcun riscontro formale da parte delle strutture ministeriali competenti, neppure nei termini di un incontro tecnico finalizzato a valutare, in concreto, le potenzialità e il valore della proposta. E’ questo l’aspetto che mi suscita maggior perplessità. Si parla, giustamente, di rafforzare le collaborazioni internazionali e di costruire nuovi partenariati per affrontare un’emergenza che è, evidentemente, di carattere globale. Ma appare singolare come, mentre si guarda con determinazione all’esterno, si finisca per trascurare il patrimonio di competenze, progettualità e disponibilità che il paese – anche tramite il solido tessuto imprenditoriale – già esprime al proprio interno. Il “patto sulla sicurezza” richiamato dal ministro potrebbe trovare una prima, concreta applicazione proprio nella capacità di ascoltare e valutare con efficacia e tempestività proposte come quella in oggetto, nel solco della collaborazione pubblico-privato. Con i migliori saluti.
Cav. Lav. Paolo Pizzarotti