Direttori che scoprono di non avere in agenda il numero di Lavitola

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

11 LUG 26
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Al direttore - Scusa, ma dice Ranucci che “tutti” i direttori hanno in agenda il numero di Lavitola. Io no, accidenti. Me lo potresti passare?
Mattia Feltri
Mai avuto, purtroppo. Sogno una puntata di “Report”, quando riaprirà, per spiegare, con testimoni incappucciati, voci camuffate, intercettazioni trafugate, che non basta andare a cena da un faccendiere per essere un complice morale delle azioni di quel faccendiere. Slurp!
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Al direttore - Filippo Sensi ci spiega sul Foglio come le battaglie vadano combattute dentro i poli e non nell’illusione di una terza opzione (quella dove ci ostiniamo a stare noialtri europeisti liberali impenitenti). Ma allora seguiamo il suo ragionamento fino in fondo: se il criterio è l’appartenenza a un campo ampio, perché il Pd può accomodarsi in una coalizione con un M5s che Sensi definisce “di destra”, mentre resta impronunciabile l’ipotesi di una più coerente coalizione del Pd con le forze di centro e con Forza Italia? C’è una logica che non torna. Si accetta il filorusso perché è in un supposto perimetro, e si respinge il liberale e il popolare perché ne sono fuori. Ma fuori da cosa? Ho un sospetto: che Silvio Berlusconi resti ancora, da morto, il discrimine morale della sinistra italiana, pure quella riformista; per cui con FI si possono fare governi tecnici, ma mai politici. Ragionando così, continueremo a lasciare campo libero a chi tifa Mosca e non consentiremo la sacrosanta alleanza tra popolari, liberali e socialisti. Che è l’unica che regge, in Europa e per l’Europa.
Piercamillo Falasca
La terza opzione, il terzo polo, è un’ottima opzione, per chi non si vuole arrendere ai due poli. Ma provare a riequilibrare i poli da dentro, anche per il futuro del terzo polo, è un’operazione meritoria. Il punto, evidentemente, non è ciò che dice il M5s. Il punto, piuttosto, è ciò che non dice il Pd, quando si trova costretto a fare i conti con le sciocchezze del M5s e quando si ritrova incredibilmente senza voce di fronte ai propagandisti putiniani. Il centro, per avere un futuro, ha bisogno di avere più centri possibili, come uno sciame, nella speranza che poi, dopo le elezioni, quei centri si possano finalmente incontrare.
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Al direttore - Alcune dichiarazioni pubblicate dal Foglio (di Valerio Carocci del Cinema America) possono indurre confusione nei lettori, a proposito dei contributi di Roma Capitale alle varie rassegne e iniziative culturali. Ogni istituzione, come ogni soggetto privato, segue le proprie procedure stabilite (bandi, assegnazioni dirette a seguito di istruttorie tecniche, deliberazione di giurie/comitati di esperti, finanziamenti pluriennali, sponsorship e così via). E’ semplicemente ridicolo chiamare in causa Videocittà per i finanziamenti capitolini, che rappresentano un minimo contributo – per trasparenza, circa il 5 per cento del budget annuale documentabile dell’evento – per sostenere un festival e una macchina organizzativa così imponenti e complessi, ma particolarmente importanti per la città di Roma. Per chiarezza ricordiamo che l’erogazione avviene con assoluta trasparenza nell’ambito delle Linee programmatiche 2021-2026 per il governo di Roma Capitale per le politiche culturali e delle arti, della scienza, della creatività e del talento. Ricordiamo che il festival Videocittà mobilita energie professionali e creative diffuse e di altissimo livello italiano e internazionale; coinvolge 5 primarie scuole dell’innovazione della Capitale; quest’anno porta a Roma 44 personalità dei 5 continenti leader delle industrie, dei festival e delle istituzioni della creatività digitale; ha avuto in 9 anni oltre mezzo milione di spettatori, sia paganti, che cittadini che hanno fruito gratuitamente delle installazioni immersive. Proprio per abbracciare la città di Roma e permettere a tutti la partecipazione il costo del biglietto è assolutamente simbolico (20 euro inclusa Iva, diritti Siae e commissioni di vendita e ingresso gratuito per under 12, persone con disabilità e relativi accompagnatori). Da ultimo, è opportuno ribadire che il promotore e responsabile di Videocittà, Francesco Rutelli, svolge a titolo assolutamente gratuito sin dall’inizio questo lavoro per la crescita culturale e il coinvolgimento di creativi digitali, artisti, pubblico nella città di Roma, reinvestendo sull’evento tutti gli eventuali utili e supportando anche economicamente l’imponente macchina organizzativa con dei propri contributi diretti a copertura dei costi.
Ufficio stampa di Videocittà
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Al direttore - Con riferimento all’articolo pubblicato mercoledì 8 luglio, dal titolo “Gli scanner cinesi della discordia fra Trump e Meloni”, a firma di Luciano Capone e Giulia Pompili, si chiede la pubblicazione della seguente rettifica. Nell’articolo si afferma che: “Il giorno 23 settembre 2021, cioè il giorno successivo all’udienza cautelare, l’avvocato Alessandro Canali, il dirigente della Direzione generale delle Dogane che stava preparando le difese per l’amministrazione, viene rimosso dal proprio incarico senza preavviso”. Tale ricostruzione è del tutto priva di riscontri fattuali ed è smentita da accertamenti giudiziali nel merito ormai definitivi. In particolare, sia in sede penale, con sentenza passata in giudicato, sia nel giudizio civile dinanzi al giudice del lavoro, definito in grado di appello, è stato accertato che la posizione ricoperta da Alessandro Canali, direttore della Segreteria del vicedirettore Generale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dirigente di seconda fascia con incarico a contratto, è stata soppressa nell’ambito di una più ampia riorganizzazione della suddetta Amministrazione. Tale processo di riorganizzazione per sua natura era già noto anche allo stesso interessato. Non esiste, pertanto, alcun elemento idoneo a sostenere o anche solo a suggerire un collegamento tra la cessazione dell’incarico e i fatti richiamati nell’articolo. Peraltro, la risoluzione del rapporto è intervenuta successivamente all’udienza richiamata nell’articolo, circostanza che rende del tutto plausibile che le attività difensive e il deposito degli atti predisposti per l’Amministrazione siano stati regolarmente portati a termine. Si chiede, pertanto, che la presente rettifica venga pubblicata con le modalità e nei termini previsti dall’art. 8 della legge n. 47 del 1948, al fine di ripristinare la corretta rappresentazione dei fatti ed evitare la diffusione di informazioni non corrispondenti agli accertamenti giudiziali definitivi.
Marcello Minenna
Grazie per la rettifica. Minenna conferma, come abbiamo scritto, che il licenziamento dell’avv. Canali arriva dopo l’udienza cautelare ma prima dell’udienza di merito, nella quale non risulta essere stato depositato il documento essenziale con cui l’Agenzia delle Dogane della Danimarca certifica di aver revocato la gara per gli scanner vinta dalla cinese Nuctech. E’ di questo aspetto che parla l’articolo e su cui servirebbe una spiegazione dell’Agenzia delle Dogane italiana, che purtroppo ancora non c’è.
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Al direttore - Ho letto con interesse l’articolo di Marco Leonardi sul Foglio e ne condivido l’analisi sulle responsabilità dei sindacati nella perdita del potere d’acquisto dei salari italiani. Come evidenzia anche l’Ocse, la contrattazione collettiva non sempre riesce a collegare gli aumenti salariali all’inflazione reale. E’ un paradosso che, pur avendo sindacati tra i più rappresentativi d’Europa, l’Italia registri salari bassi e produttività stagnante. Le cause sono molteplici: frammentazione della rappresentanza, rinnovi tardivi dei contratti nazionali, regole della contrattazione ormai superate e difficoltà ad adattarsi a un mercato del lavoro profondamente cambiato. A ciò si aggiunge la proliferazione di contratti firmati da organizzazioni poco rappresentative, problema affrontato dal governo con il decreto Primo maggio, che individua nei contratti sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative il riferimento per il “salario giusto”. Per troppo tempo il dibattito si è concentrato su rivendicazioni simboliche, come il salario minimo per legge, distogliendo l’attenzione dalla contrattazione e dal legame essenziale tra salari e produttività. Oggi i sindacati dovrebbero rafforzare il proprio ruolo nella formazione, nelle politiche attive del lavoro e nella costruzione di un welfare moderno, accompagnando lavoratori alle prese con percorsi professionali sempre più discontinui. La vera criticità resta la bassa produttività: in Italia si lavora molto, ma il valore aggiunto cresce troppo poco, impedendo un aumento stabile dei salari reali. Per questo è fondamentale rinnovare i contratti nei tempi previsti e con parametri coerenti con l’andamento dei prezzi. Con l’articolo 10 del decreto Primo maggio il governo ha introdotto un meccanismo che incentiva rinnovi tempestivi dei Ccnl: se un contratto non viene rinnovato entro nove mesi dalla scadenza, scatta un adeguamento automatico delle retribuzioni pari al 50 per cento dell’indice Ipca-Nei, salvo alcune eccezioni previste dalla legge. L’obiettivo è garantire continuità nella tutela economica dei lavoratori e responsabilizzare le parti sociali. La fase attuale richiede un nuovo dialogo sociale fondato sulla partecipazione più che sulla contrapposizione, riportando al centro produttività e salari come condizioni essenziali per una crescita più equa e duratura.
Francesco Zaffini, presidente della commissione Sanità, Lavoro e Previdenza sociale del Senato