lettere
Che spettacolo “la nostra Le Pen” che va a braccetto con Macron
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
10 LUG 26

Al direttore - Caro Cerasa, anche per Ranucci vale il monito cristiano chi è senza peccato scagli la prima pietra? (Vangelo secondo Giovanni 8,7).
Antonello Sassu
Davvero un peccato non poter vedere una puntata di Report dedicata al caso Ranucci.
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Al direttore - Il vero problema della Francia (emergerà drammatico nel 2027) è quello di non aver avuto un Silvio Berlusconi che riuscisse a sdoganare il Rn come ha fatto da noi il Cav. con il Msi. Così l’anno prossimo i francesi dovranno scegliere tra due fascismi uguali e contrari. Quello antico e addomesticato di Le Pen o quello nuovo di Mélenchon. Ovvero tra Vichy e Gaza.
Giuliano Cazzola
Il vero problema della Francia è non avere un sistema istituzionale, politico ed elettorale che, come in Italia, costringe i partiti a dialogare tra loro, costringe leader distanti a cercare compromessi e permette di creare le condizioni giuste per espellere i populismi irriformabili e aggiustare i populismi adattabili. E a proposito di Francia. Si è scritto spesso che Meloni poteva essere la Le Pen italiana. Oggi, a dimostrazione di quanto è forte il sistema italiano, quella che doveva essere la nostra Le Pen va a braccetto in Europa con Emmanuel Macron, il nemico giurato di Le Pen. Che paese!
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Al direttore - In relazione al vivace colloquio che ho avuto con Carmelo Caruso, desidero precisare che Fiorenza Sarzanini, appena nominata condirettrice del Corriere della Sera, non solo è brava, come ho detto a Caruso, ma è da me molto apprezzata per la qualità, la passione e la dedizione che mette ogni giorno nel suo lavoro. Ti ringrazio se potrai pubblicare questa mia lettera. Con i migliori saluti
Urbano Cairo
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Al direttore - Solo il legittimo proprietario può essere espropriato di un bene. Il proprietario delle frequenze è lo stato, non di certo gli operatori! Siamo di fronte alla situazione opposta, come l’inquilino che, scaduto l’affitto, occupa l’abitazione e non vuole andare via. Il mercato mobile è stato liberalizzato negli anni Novanta sulla base di un principio chiaro: lo stato dà agli operatori il diritto di usare le frequenze temporaneamente, con scadenze ben precise. Dalla liberalizzazione a oggi, le frequenze sono state spesso redistribuite: proprio questo approccio ha consentito a Wind negli anni Duemila e a 3 negli anni Dieci di ribilanciare le loro dotazioni e di competere con gli operatori storici. Parliamo di dati: ciascuno degli operatori italiani ha circa 20.000 antenne, tutti hanno investito miliardi per avere reti capillari. E però, iliad ha solo l’11 per cento delle frequenze, gli altri il 30 per cento a testa. Forse che le antenne di iliad hanno meno diritti di quelle altrui? Forse che gli investimenti fatti da iliad non godono delle stesse tutele degli altri? Il fatto che i margini siano in discesa non ha nulla a che vedere con il rischio di cristallizzare le quote di mercato e, dunque, di creare rendite di posizione. Al contrario: proprio perché i margini sono in discesa, è verosimile che qualcuno stia cercando di conquistarsi una rendita. Come hanno ricordato Benedettini e Stagnaro sulle pagine del Foglio a ottobre, la conclusione del Nobel Aghion è che “l’innovazione nasce dal rinnovamento e dal coraggio di cambiare”. Bloccare la concorrenza significa fermare la corsa all’innovazione del paese.
Michele Rillo, direttore Relazioni esterne iliad Italia