Per cancellare i propri disastri, a Trump non resta che aiutare Kyiv

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

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Foto Ansa

Al direttore - L’attacco iraniano alle imbarcazioni commerciali nello Stretto di Hormuz e la conseguente risposta militare statunitense mostrano con crudezza ciò che molti temevano: il memorandum di tregua fra Washington e Teheran non era un argine alla destabilizzazione, ma un intervallo tattico utile solo all’Iran per consolidare posizioni e preparare nuove provocazioni. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno gravemente adottato una strategia dimidiata di condotta della guerra che non ha mai realmente comportato l’abbattimento del regime iraniano. Il parallelo storico è inevitabile. Nel 1991, dopo la liberazione del Kuwait, la coalizione guidata dagli Stati Uniti scelse di fermarsi alle porte di Baghdad, rinunciando ad abbattere il regime di Saddam Hussein. Quella decisione – dettata da prudenza diplomatica e dal rispetto letterale del mandato Onu – si rivelò un errore strategico. Circa undici anni dopo, Washington fu costretta a tornare in Iraq per completare ciò che non aveva voluto fare allora: proseguire su Baghdad soltanto con proprie truppe. Oggi lo schema si ripete: una tregua incompleta, un avversario che sfrutta ogni spiraglio, e l’occidente che rischia di pagare domani il prezzo delle esitazioni di oggi.
Alberto Bianchi
Lo schema di Trump mi sembra un altro: fare qualsiasi cosa, ogni giorno, per stare al centro della scena. Sempre. Il memorandum vedremo che fine farà. Ma il vero punto è capire cosa si inventerà Trump per far dimenticare gli infiniti disastri di questi mesi. Sperava di poter usufruire di una buona prestazione degli Stati Uniti ai Mondiali ma le cose sono andate come sono andate. Trump ieri ci ha ricordato che la tentazione di aggredire la Groenlandia è sempre lì, in un angolo della sua testa. Ma anche qui, come ai Mondiali, c’è sempre un ostacolo difficile da superare per il presidente americano: l’Europa. E chissà che alla fine Trump non si convinca presto o tardi che l’unico successo che può ottenere per cancellare i disastri di questi mesi è aiutare l’Ucraina a vincere la guerra.
  
Al direttore - L’articolo di martedì “Il regalo alle rendite che l’Italia non deve fare” descrive l’attuale distribuzione dello spettro radio tra gli operatori di telecomunicazioni come una rendita da correggere. I dati raccontano una storia diversa. Primo: rendita presuppone profitto. Alle condizioni di mercato attuali nessun operatore mobile italiano remunera il capitale investito e nel settore i bilanci chiudono in perdita. Mancano profitti, dunque non c’è rendita da ridistribuire: solo margini erosi da pressione competitiva e da regole asimmetriche orientate esclusivamente al declino dei prezzi. Secondo: l’attuale distribuzione non è un privilegio caduto dal cielo, ma l’esito di scelte industriali e di capitale – aste, fusioni, acquisizioni. Chi ha meno spettro ha scelto altre strategie; chi ne ha di più ha investito per averlo. Riscrivere le quote ex post significa espropriare decisioni legittime, prese secondo regole vigenti. Terzo: allo spettro sono associati asset fisici – antenne, siti, data center, personale – costruiti su quella dotazione. Ridistribuire le frequenze senza ridistribuire questi costi storici, che le imprese non possono spostare con elasticità, produce solo disallineamento tra risorse e obblighi. Quarto: l’idea che minore concorrenza spieghi il gap di investimenti europeo è fallace. Philippe Aghion, Nobel 2025 e teorico della distruzione creatrice, ha mostrato che il rapporto tra concorrenza e innovazione ha forma di U rovesciata: oltre una certa soglia la concorrenza erode i margini necessari a finanziare l’innovazione. Le imprese italiane ed europee del settore sono oltre quella soglia. Quinto: la certezza regolatoria ha essa stessa valore economico. Un rinnovo che rimescola le carte scoraggia gli investimenti pluriennali necessari per 5G avanzato e 6G, proprio quando servirebbe il contrario. Per questo il Digital Networks Act europeo propone concessioni molto più lunghe. Rinnovare senza stravolgere non significa congelare una rendita: significa riconoscere investimenti fatti e tutelare la capacità del settore di finanziarne di nuovi.
Roberto Basso, direttore relazioni esterne Wind Tre
 
Al direttore - Nell’edizione della scorsa settimana di Roma Capoccia ho confuso per errore l’ex sindaco di Frosinone Nicola Ottaviani con quello che fu il suo vice: Antonio Scaccia. A differenza di quest’ultimo, ormai appassionatissimo vannacciano e riferimento del generale nel sud del Lazio, il primo, con il quale mi scuso, resta un fedele compagno di partito di Matteo Salvini.
Gianluca De Rosa