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La via italiana alla normalizzazione del bipolarismo impazzito
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
1 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 08:04

Al direttore - Una volta John Steinbeck disse che il socialismo non ha mai attecchito in America perché i poveri non si considerano proletari sfruttati, ma milionari in temporanea difficoltà.
Michele Magno
Al direttore - Dopo una breve pausa, riprendono le esternazioni su quel che la Bce dovrebbe fare dalla riunione del Consiglio direttivo del 23 luglio. L’intervento di Christine Lagarde all’Europarlamento è stato letto come il segnale di una possibile esclusione di nuovi rialzi dei tassi dopo l’estate. Ora arrivano dichiarazioni diverse, a partire da quelle di Isabel Schnabel, componente dell’esecutivo e considerata tra i “falchi”. Nei commenti si richiama spesso il Bollettino economico, dimenticando che viene pubblicato dopo le riunioni del Direttivo e non può contenere indirizzi strategici diversi da quelli già deliberati e comunicati. Siamo alle solite: il principale deficit della Bce resta la comunicazione. Poiché la politica monetaria è ormai, in larga parte, comunicazione, servirebbe una struttura capace di essere un riferimento per mercati, istituzioni e banche. Non serve tornare al “fuge rumores” einaudiano, ma nemmeno rassegnarsi alla Babele istituzionale.
Angelo De Mattia
Al direttore - A quel che affiora qua e là sui giornali pare che alcuni partiti comincino a temere l’apparizione dello spettro vindice dell’identità tradita. A parte Elly Schlein, che il conto aperto ce l’ha più con i “destri” che con la gauche, a esserne impauriti sono soprattutto M5s, Lega e FdI. Conte sente sul collo il fiato di Di Battista, Salvini deve rincorrere il nord che anela a rimpiazzarlo con Zaia mentre Giorgia Meloni dovrà vedersela con il generale Vannacci. Tutto, insomma, lascia pensare che presto i maggiori interpreti del nostro bipolarismo subiranno l’offensiva di movimenti complanari pronti ad agitare il tema dei valori rinnegati. O anche semplicemente delle promesse non mantenute: vale per i cacicchi che dovevano essere esiliati dal Pd ma che nel Pd continuano invece a dettar legge; vale per la Casta che si doveva eliminare e con cui ci si è invece finiti per alleare; vale per la Lega gonfiata da ambizioni nazionali e oggi afflitta dai rigurgiti padani; e vale, infine, per il taglio delle accise beffardamente smentito dal costo alla pompa di benzina e gasolio. Situazioni diverse, certo, ma tutte recanti lo stigma dell’antipolitica, la malattia infantile delle nostre coalizioni che fa sentire di opposizione anche chi sta al governo piuttosto che far sentire di governo anche chi sta all’opposizione. Non è uno scioglilingua ma la fotografia di quel che è accaduto alla Camera giusto un anno fa con l’approvazione e quasi contestuale cancellazione di un emendamento che aumentava di un euro (proprio 1) ogni mille km (proprio 1.000) il pedaggio autostradale a vantaggio del fondo Anas, destinato al rifacimento delle strade provinciali. Un provvedimento più che sensato durato però – è il caso di dire – quanto un gatto in tangenziale. Bastò infatti che il centrosinistra urlasse “state mettendo le mani nelle tasche degli italiani” perché il centrodestra, già nel panico, si precipitasse a ritirare l’emendamento appena approvato. Da allora un angosciante interrogativo mi lacera: non è che la vera palude da cui bisogna uscire è proprio l’attuale bipolarismo?
Mario Landolfi
La rincorsa alle identità perdute è un tema vero e pericoloso. Ma in questa rincorsa alle identità perdute c’è una forma di identità di cui dovremmo parlare e che costituisce il vero carattere dell’Italia: saper governare, attraverso la non demonizzazione della cultura del compromesso, anche le più strampalate politiche identitarie del paese.