Dalla parte di chi stare se non si ama Trump e si ama la libertà

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

20 GIU 26
Immagine di Dalla parte di chi stare se non si ama Trump e si ama la libertà

Foto ANSA

Al direttore - Come non ricordare di Ruini quella che credo sia la più lunga recensione della storia e senz’altro il suo più lungo intervento affidato al Foglio: quello per il mio saggio “Dio nell’Incerto”? Lo avevo incontrato, dopo, assieme a mia moglie Chiara, per portargli “In quel tempo”, con la sua prefazione. Camminava un passetto per volta, appoggiato al bastone, accudito dalla badante. Ci fece trovare biscotti e caffè. Nelle sue stanze dietro la Basilica di San Pietro il silenzio era insieme denso e fresco, per quanto già Roma risentisse di un caldo canicolare. Pensava che la “nottata” della Chiesa sarebbe stata lunga e difficile da passare, ma che la Chiesa è molto di Gesù e poco degli uomini, ragione per non dubitare di quel che sarebbe stato a gioco lungo. Ma sul breve... non c’era che pregare e fare il meglio. Aveva il sorriso mite di chi ha già visto e perdona. Ma che proprio per questo non pensa di lasciare il campo ai perdonati, non prima di passare all’altra vita.
Roberto Volpi
Al direttore - Caro Cerasa, lei ha ragione. Dopo la capitolazione di Trump (solidarietà a Meloni), Israele resta l’unico argine al ringalluzzito regime iraniano, esportatore di petrolio e terrorismo nel mondo. E credo che il suo editoriale di ieri abbia fatto traboccare di bile gli odiatori seriali dello stato ebraico. Perché Israele non è inviso ai “palestinisti” per i crimini di Netanyahu, il razzismo di Ben-Gvir, i soprusi dei coloni in Cisgiordania, l’immaginario genocidio dei gazawi. E’ inviso non tanto per ciò che fa, ma per ciò che è: una nazione piccola, ma con un esercito di prim’ordine e una intelligence straordinaria. E, come il calabrone non dovrebbe volare, così Israele non dovrebbe esistere. Non ha petrolio né risorse naturali. E’ circondato da popoli che vogliono distruggerlo. E’ calunniato dalla maggioranza dello star system e dell’intellettualità “progressista” europea e americana. Eppure Israele resiste, anzi prospera: nella cybersicurezza, nella medicina, nella ricerca scientifica, nell’innovazione tecnologica. E continua a trasformare il deserto in giardini agricoli. I suoi nemici lo guardano stupiti e reagiscono come se fossero di fronte al numero di un mago: c’è il trucco. C’è il trucco degli aiuti di Washington e dei complotti della lobby ebraica internazionale. Il suo potere, quindi, è truffaldino. I discendenti di Abramo dovevano scomparire molto tempo fa e invece sono tornati a casa, hanno ricostruito la propria terra, la propria lingua, la propria memoria, la propria identità.E questo suscita fastidio e invidia. Perché è inconcepibile la storia di un popolo sopravvissuto ai babilonesi, ai romani, ai crociati, all’Inquisizione, ai pogrom, alla Shoah, e che ancora si presenta il lunedì a Tel Aviv per lavorare. E’ questo, o anche questo, che fa impazzire di rabbia gli antisemiti.
Michele Magno
Delle due l’una, caro Magno. Se non si ama Trump e non si ama il regime degli ayatollah, bisogna augurarsi che Israele continui a fare tutto ciò di cui c’è bisogno per proteggere il mondo libero dalla minaccia iraniana. Se non si ama Trump e ci si augura contestualmente che Israele arretri nella sua difesa dalla minaccia iraniana, il punto non è solo mettere in campo un odio contro Israele. Il punto, più delicato, è mettere in campo il proprio amore verso la prospettiva, per fortuna remota, di avere un medio oriente con l’unica democrazia presente un po’ più debole e uno stato esportatore di terrorismo un po’ più forte. Se non si ama Trump e si ama la libertà, di fronte alla prospettiva di avere un Iran ringalluzzito, non si può non stare oggi più che mai dalla parte di Israele.
Al direttore - L’articolo di Enriques e Friess sul pasticciaccio del Ventottesimo regime e di Eu Inc. forse omette un ultimo dettaglio, decisivo nel dare un giudizio su questo accrocchio non meglio identificato, evidentemente pensato da burocrati che non vivono la realtà giuridica, imprenditoriale e professionale quotidiana: il punto peggiore è che, allo stato dell’arte, distrugge un sistema giuridico che funziona, per sostituirlo con uno sconosciuto e discutibile. Prima distruggiamo, poi vediamo che cosa fare. Mala tempora currunt.
Giovanni De Marchi
Al direttore - E’ un enigma avvolto in un mistero il perché si faccia riferimento, sia pure in via teorica ed eventuale, alla normativa sul Golden power per l’Opas di Intesa sul Monte dei Paschi – vedere l’audizione del ministro Giorgetti del 18 giugno – e non si valuti, ugualmente in sede teorica almeno per ora, la presenza del Crédit Agricole, primo azionista, nel capitale del Banco Bpm: Banco a proposito del quale, in precedenza, era stata fatta valere proprio la normativa in questione nei confronti di un’offerta dell’Unicredit, sicuramente banca italiana. Non vorrei che si pensasse ad altre ragioni, non strettamente bancarie, che motivano la differenza di trattamento. Occorre, comunque, mettere ordine in questa intricata materia, cominciando con il prevedere che la valutazione del ricorso a eventuali prescrizioni, secondo il Golden power, preceda tutte le altre numerose e spesso impegnative autorizzazioni, come sembrerebbe secondo gli indirizzi comunitari, nel caso di un’operazione bancaria di aggregazione, o comunque con queste abbia uno stretto raccordo. Sarebbe assurdo che, dopo eventuali autorizzazioni e misure analoghe, sopravvenga in senso contrario la decisione ex Golden power, che potrebbe rimettere tutto in discussione. In Italia, nel caso di una pluralità di amministrazioni ed enti che hanno competenza a decidere su un progetto, nella Pubblica amministrazione, si attiva la Conferenza dei servizi. Sarebbe assai difficile realizzare procedure analoghe nel comparto del credito e della finanza; tuttavia, il richiamo rafforza la necessità di ricercare una soluzione per il suddetto concorso di competenze di diverse Autorità. Con i migliori saluti.
Angelo De Mattia