Lettere al direttore
Quel compito che accomuna inquisitori, giudici istruttori e storici
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
18 GIU 26

Foto Ansa
Al direttore - “Questo libro era stato scritto quindici anni fa per influire sull’esito del processo d’appello, smontando in maniera argomentata le presunte prove addotte contro Adriano Sofri. Nel frattempo egli è stato condannato definitivamente; ma le argomentazioni volte a dimostrare la sua innocenza restano. Io credo che molti lettori, arrivati alla fine di questo libro, rimarranno sbalorditi vedendo su quali fondamenti – fradici, per non dire inesistenti – si sia arrivati a un giudizio di colpevolezza”. (Carlo Ginzburg, dalla Prefazione a “Il giudice e lo storico”, Quodlibet, 2020).
Michele Magno
“Fin d’ora però va sottolineato che trovare prove o riscontri oggettivi è un’operazione che accomuna non solo gli inquisitori di trecentocinquant’anni fa ai giudici istruttori di oggi, ma anche gli inquisitori e i giudici istruttori agli storici” (Carlo Ginzburg).
Al direttore - Caro prof, scriviamo questa lettera nella speranza che, oltre a regalarle un sospiro di sollievo, le susciti anche un po’ di nostalgia. Si ricorda il primo giorno di scuola? Quel 13 settembre 2021 nei nostri occhi si leggevano la paura e la convinzione di essere diventati grandi; e, guardando indietro, meno male che c’era lei a riportarci con i piedi per terra, ripetendoci che in realtà eravamo soltanto dei “piccolini”. Quanto ci piacerebbe tornare indietro nel tempo per sentircelo dire un’ultima volta, quanto sarebbe bello poter rivivere ogni istante da capo. Ormai abbiamo terminato la Divina Commedia e tutti e tre i volumi giacciono sulla libreria di casa. Dante ha portato a termine il suo percorso di consapevolezza e, allo stesso modo, anche noi abbiamo concluso il nostro; ma come avrebbe fatto senza il suo Virgilio? E noi come avremmo fatto senza di lei? Per tutti questi cinque anni lei è stato indubbiamente il nostro punto di riferimento, il nostro locus amoenus: colui che ha sempre preso le nostre parti e ha cercato di trovare il buono in noi, anche quando per farlo era necessaria una buona dose di immaginazione. Forse è proprio questo che ricorderemo di più: la certezza di avere qualcuno che ci conosce davvero. Qualcuno che, tra un’interrogazione e una versione, tra Dante e Manzoni, non si è limitato a insegnarci la letteratura, ma ci ha accompagnati nella crescita. Perché, in fondo, come scriveva Manzoni, “ai posteri l’ardua sentenza”: saranno loro a giudicare quanto abbiamo imparato; noi possiamo solo dire che siamo stati fortunati ad avere lei come guida lungo il cammino. Lei non ci ha insegnato soltanto la letteratura: ci ha insegnato a porci delle domande, a non fermarci alla prima risposta e a guardare la realtà da prospettive diverse. Ci ha abituati a ragionare con la nostra testa, ad argomentare ciò che pensiamo e ad ascoltare le idee degli altri senza rinunciare alle nostre. E tutto questo non sarebbe stato possibile senza la passione che ha messo nel suo lavoro ogni singolo giorno. Una passione che si percepiva nelle sue spiegazioni, nelle discussioni in classe e nel modo in cui non si sia mai stancato di stimolarci, con continui esempi, citazioni, metafore. Con lei abbiamo capito che la letteratura non è fatta soltanto di date, correnti e figure retoriche, ma di uomini e donne che hanno provato a comprendere il proprio tempo e, in qualche modo, anche il nostro. Ci ha mostrato che i libri non servono a trovare risposte definitive, ma a imparare a farsi domande migliori. Guardandoci intorno, ci rendiamo conto che non tutti hanno avuto la fortuna di incontrare un insegnante capace di trasmettere un autentico amore per ciò che insegna. Lei ci è riuscito. E forse è proprio per questo che, col passare degli anni, ricorderemo molto più delle verifiche, delle interrogazioni o dei voti: ricorderemo l’entusiasmo con cui entrava in classe, la cura che metteva in ogni lezione e la convinzione con cui ci ha sempre invitati a essere curiosi, attenti e liberi nel pensiero. Se oggi siamo un po’ più capaci di comprendere il mondo che ci circonda, è anche grazie alle ore trascorse tra i versi di Dante, le pagine di Manzoni e le riflessioni di Leopardi, che sotto la sua guida sono diventati molto più affini a noi di quanto ci saremmo potuti aspettare. Sappiamo di non essere stati la classe perfetta. Anzi, a essere sinceri, probabilmente siamo stati tutto il contrario: distratti, rumorosi, spesso imprevedibili e non sempre facili da gestire. In questi cinque anni le abbiamo sicuramente regalato più di qualche mal di testa e, in certi momenti, abbiamo messo a dura prova la sua pazienza. Eppure, nonostante tutto, ci piace pensare che, così come lei ha lasciato qualcosa a noi, anche noi abbiamo lasciato qualcosa a lei e per questo speriamo che, quando ripenserà a questi cinque anni, tra le tante classi incontrate nel suo percorso trovi un piccolo posto per noi nei suoi ricordi. E visto che ci ha insegnato che il tennis è una delle sue metafore preferite, ci conceda un’ultima immagine: forse non siamo stati gli atleti più disciplinati o talentuosi che abbia allenato, e più di una volta abbiamo mandato la palla fuori dal campo. Ma speriamo che, alla fine del match, guardando il tabellone, possa pensare che la partita sia valsa la pena di essere giocata. Un grazie non basterebbe.
La sua 5^G
Fortunati voi, fortunato lui. Buona maturità a tutti. E, come da insegnamento del grande John Keating, interpretato da Robin Williams nell’“Attimo fuggente, “non lasciate mai che la vita vi passi accanto”.
Al direttore - Ho letto l’appello contenuto nell’editoriale “sintetico” del 16 giugno dedicato alla necessità di affrontare l’arrivo fisico dell’AI, con i suoi data center, nel nostro Paese. Come giustamente fa presente l’articolo, molto spesso le paure manifestate dai cittadini sono comprensibili e per questo non vanno liquidate con sufficienza. La risposta, però, non può essere fatta di divieti verso la tecnologia o verso la realizzazione delle infrastrutture che la rendono funzionante. Concordo dunque sulla necessità di affrontare questo tema non come un fatto di cronaca, ma come una questione di governo. Nel 2024 ho presentato alla Camera una proposta di legge quadro sui data center. Un testo sul quale tutte le forze politiche hanno lavorato in modo trasversale in commissione, arrivando poi a una legge condivisa e approvata all’unanimità con la sola astensione di Avs. In quella proposta c’è molto di ciò che i cittadini chiedono quando si parla di data center: favorire il riutilizzo del suolo e la valorizzazione di aree dismesse, intervenire sul potenziamento della rete elettrica, dare priorità a progetti che prevedano l’utilizzo di soluzioni energetiche pulite e di sistemi di raffreddamento che riducano il consumo dell’acqua. Oggi, però, quella proposta è arenata al Senato. Per questo colgo l’occasione per rivolgermi alla maggioranza: calendarizzatela e approviamola definitivamente. Nel frattempo, diverse Regioni, a partire dalla Lombardia, si sono già mosse con delle proprie iniziative legislative, ma il rischio è quello di frammentare ulteriormente un quadro regolatorio già incerto. L’Italia ha bisogno di una legge nazionale che fornisca una cornice normativa uniforme, eviti il caos autorizzativo e tuteli i cittadini garantendo una crescita sostenibile degli impianti. Il punto non è scegliere tra ambiente e innovazione. Il punto è governare l’innovazione con regole chiare e senza divieti ideologici. Solo così i data center potranno essere percepiti non come un’invasione subita dai territori, ma come una leva di sviluppo utile, sostenibile e condivisa.
Giulia Pastorella, parlamentare di Azione