Tollerare il vizio educato, la virtù di una società democratica

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

11 GIU 26
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Foto di Lê Tit su Unsplash

Al direttore - Gentile direttore, mi piace la sua risposta sul fumo. Ma non la condivido. Cinquanta anni fa fumavo, poi smisi. Per sempre. Neanche io lo capivo. Allora. Poi l’ho capito quando ho smesso. Chi dice “non capisco il fumo” probabilmente intende: non ne sento il bisogno. Il che è legittimo, ma è una dichiarazione di estraneità biografica, non un giudizio di comprensione. Il paradosso è che proprio chi non ha mai fumato fatica a capire perché è difficile smettere, ovvero, fatica a capire la cosa più importante. Non capire un vizio che non si ha è quasi inevitabile. I vizi si capiscono dall’interno, o non si capiscono davvero.
Antonio Gallo
L’amico Mattia Feltri, ieri, mi ha mandato un messaggio delizioso, che mi ha fatto riflettere. Whatsapp: “Io fino a diciannove mesi fa avevo la virtù del fumo. Non si dice vizio del fumo! Non è un vizio, è cultura, storia dell’umanità!”. Perfetto. Trattasi di vizio solo per chi non fuma. Ma parlare di vizio aiuta a capire cosa c’è in ballo attorno ai divieti assoluti sul fumo. I vizi sono l’essenza di una cultura democratica e più si vieta un vizio e più una cultura arretra e più lo stato etico avanza. E una società che non sa più tollerare i vizi educati diventa una società più sana forse, ma anche più noiosa, più infantile, più sorvegliata, meno democratica. Virtù, ovviamente, non vizi.
Al direttore - Ieri all’Assemblea di Confcommercio ho avuto l’impressione che su uno dei temi più discussi del nostro tempo il dibattito sia tornato, almeno per un momento, alla realtà. Le parole di Carlo Sangalli sono state semplici: le donne lavorano meno di quanto potrebbero perché non sono davvero libere di scegliere finché il lavoro di cura di figli, anziani e casa resta quasi interamente sulle loro spalle. E’ buon senso. Ed è proprio per questo che spiazza. E’ la stessa chiave di lettura che ho sviluppato nei miei articoli del 7 marzo e del 3 giugno: il gender gap non nasce nei luoghi di lavoro, ma prima, nelle case, nella distribuzione del tempo e della cura. Ho trovato coerente anche il passaggio di Giorgia Meloni: il problema non è solo di servizi o incentivi, ma anche culturale. Il punto resta uno: lo spartiacque non è essere donna, ma essere madre. La maternità incide sulle carriere molto più della paternità perché la cura famigliare resta squilibrata. Per anni abbiamo moltiplicato strumenti e definizioni – quote, certificazioni, bilanci di genere – agendo sugli effetti più che sulle cause. Ma la variabile decisiva resta il tempo. Per questo le parole di Sangalli vanno prese sul serio e il governo va incoraggiato. Il nodo del lavoro femminile si scioglie solo se si interviene sulla struttura della cura, sull’educazione da bambini. La libertà non è scegliere tra famiglia e lavoro. E’ non doverlo fare.
Erminia Giorno