Appello umanitario per il rispetto delle risoluzioni Onu su Hezbollah

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

5 GIU 26
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Foto ANSA

Al direttore - Ha ragione Giuliano Ferrara. Israele non combatte “il” Libano ma “in” Libano per difendersi. Mettiamo per assurdo che nell’immediato Dopoguerra gli altoatesini di lingua tedesca avessero rifiutato di ritornare sotto la sovranità italiana nonostante gli accordi De Gasperi-Gruber. E che dal sud dell’Austria conducessero da allora una guerra contro l’Italia, nell’impotenza dei governi di Vienna. Sarebbe “indebita” un’azione militare italiana al di là del Brennero?
Giuliano Cazzola
A proposito di Libano. Sarebbe interessante sapere se tutti coloro che oggi, in nome dell’umanitarismo, chiedono a Israele di allontanarsi dal Libano abbiano trovato, negli ultimi anni, occasioni per chiedere, sempre in nome dell’umanitarismo, di far rispettare le risoluzioni dell’Onu che vietano ai terroristi di Hezbollah di avvicinarsi a Israele. Per gli umanitaristi smemorati: la risoluzione di riferimento è la 1701, è stata approvata nel 2006, imponeva al Libano di controllare i propri confini e gli altri punti d’ingresso per impedire l’arrivo di armi o materiale militare senza il consenso del governo libanese, chiedeva il disarmo di tutti i gruppi armati in Libano, stabiliva che tra la Blue Line e il fiume Litani non dovessero esserci forze armate, armi o personale armato diversi da quelli del governo libanese e di Unifil. Agli stessi umanitaristi, poi, verrebbe da chiedere dove siano stati in questi vent’anni, quando la culla dell’umanitarismo chiedeva al mondo di fare uno sforzo per avere in Libano, al confine con Israele, meno Hezbollah e più stato libanese e quando invece il mondo osservava in silenzio l’avvicinamento ai confini di Israele di Hezbollah, a discapito dello stato libanese e delle indicazioni della comunità internazionale. Fare appello all’umanitarismo in guerra è giusto, chiederlo agli stati democratici è un dovere, ricordarsi che l’umanitarismo merita di essere difeso anche quando implica la difesa di Israele non dovrebbe essere un’opzione, a meno di non voler considerare l’umanitarismo utile solo quando aiuta a dare a Israele qualche calcio in più.
Al direttore - Complice il decennale della morte, tanti in questi giorni, hanno detto e scritto su Marco Pannella; tra loro molti che lo hanno detestato o contrastato in vita: si sono prodigati nel voler spiegare chi è stato e cosa ha rappresentato. C’è un verso del grande poeta spagnolo Antonio Machado: “Caminante no hay camino, / se hace camino al andar”. Credo dica di Pannella e del Partito radicale di più e meglio di tanti discorsi, libri e articoli.
Valter Vecellio
Al direttore - Caro Cerasa, non le sarà sfuggita la singolare dichiarazione resa il 2 giugno, giorno in cui si celebra la nascita dell’Italia repubblicana e democratica, dal rettore di una università che ha sede a Siena: “Oggi la vera patria è Gaza”. Ora, non mi interessa se un accademico che sceglie come sua vera patria il covo di un’organizzazione terroristica meriti ancora di stare al suo posto. Mi interessa, piuttosto, la sua mitizzazione di Gaza come patria ideale dei giusti e dei puri, degli oppressi e di chi soffre per mano dello stato ebraico e dell’imperialismo americano. Farneticazioni terzomondiste le quali confermano che il palestinismo non è più semplicemente un’espressione del pensiero antisemita contemporaneo. E’ diventato un culto che rasenta il misticismo. Con i suoi sacerdoti (gli intellettuali à la Tomaso Montanari), i suoi profeti (i leader e i martiri di Hamas), i suoi dogmi (il genocidio, l’apartheid, il colonialismo), i suoi riti (i cortei, lo slogan “From the river to the sea”) i suoi simboli (la kefiah), la sua teologia (la lotta di liberazione dal diavolo sionista). Questo culto esoterico, che ormai vanta numerosissimi adepti nella sinistra parlamentare ed extraparlamentare, non tollera dubbi. La realtà di un regime stragista, dei dissidenti uccisi, degli omosessuali impiccati, delle donne umiliate e vessate, viene così rimossa. Ecco perché il rettore parla di “vera patria”. Perché non si sente né vuole essere italiano, europeo, occidentale. E’ un pellegrino che ha lasciato la “civitas terrena” per la “civitas divina”, ma che intanto continua a godere dei non trascurabili privilegi che gli offre la prima, a cominciare dalla libertà di parola e da un certo benessere personale.
Michele Magno
Al direttore - Il Fatto è stato smentito dai fatti: nel caso Minetti restano solo ricostruzioni crollate e scuse inventate. Il giornalismo serio ammette gli errori; Travaglio no. Quando si sbaglia, non si cercano scuse: si chiede scusa.
Roberto Comencini