L’alternativa a Schlein o Conte? Aprire le primarie ad altri nomi

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

30 MAG 26
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Foto LaPresse

Al direttore - Un amico che stimo e mi è caro, Paolo Mieli, sostiene che Elly Schlein dovrebbe ritirarsi dalla corsa per la premiership del campo largo. Sarebbe infatti un atto di generosità degno di una grande leader politica. E poi, osserva, non si può riservare ai compagni di strada solo “qualche scodella con gli avanzi. E l’elettorato M5s mal si adatta a questa subalternità” (Corriere della Sera). A me pare, invece, che all’ex avvocato del popolo il Pd abbia offerto e continui a offrire ricchi premi e cotillon: dalla presidenza del Consiglio allo scasso delle finanze pubbliche (Superbonus e Reddito di cittadinanza); da un pacifismo codino alla complicità con una becera propaganda antisemita travestita da antisionismo; da un arrendevole “riserbo” sulle nefandezze di Putin al colpevole silenzio sull’ignobile ostilità all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Mi fermo qui, ma l’elenco è più lungo. Allora mi chiedo: se il carisma dell’ex avvocato del popolo – per usare la comica iperbole di Marco Travaglio – nella storia dell’Italia unita è inferiore solo a quella di Cavour, perché non si chiede a lui di fare un passo indietro e di sacrificarsi per il bene della “ditta”? Forse per le sue qualità oratorie (non scherziamo), o forse perché lo si ritiene più competitivo della sua compagna di strada, pur avendo la metà – e probabilmente solo un terzo – dei suoi voti? Se così fosse, si tratterebbe di un’opinione non suffragata né dai numeri né dai fatti. Infine: ma davvero si vuole cedere lo scettro della cosiddetta “area progressista” a un proxy del Cremlino? Forse per contare sul soccorso rosso di una brigata militare dei massacratori di Kyiv nel malaugurato caso di una nuova pandemia? A chi scrive, caro Cerasa, questa idea risulta incomprensibile.
Michele Magno
Penso che sia comprensibile chiedersi se Elly Schlein sia adatta a guidare la coalizione di centrosinistra (come sa, qui si hanno molti, moltissimi dubbi). Ma penso che sia più che legittimo che chi ha vinto le primarie del Pd, il più grande partito dell’opposizione, ambisca a fare il candidato premier. Una soluzione per evitare che sia Schlein la candidata premier c’è: primarie aperte e se qualcuno pensa di essere più valido di Schlein e Conte (i nomi ci sarebbero) si candidi e provi a offrire all’alternativa un’alternativa all’attuale leadership.
   
Al direttore - Non è che per convincere la sinistra a fare i conti con l’antisemitismo che porta in seno, e cominciare finalmente a riconoscerlo e combatterlo, l’unico modo è sperare, si fa per dire, che riemerga l’antisemitismo che cova a destra, così da scatenare in loro l’immancabile riflesso pavloviano contro gli storici nemici? Sarebbe una magra consolazione, ma sempre meglio di niente.
Luca Rocca
Cambierebbe poco. L’antisemita di destra, quando emerge, lo fa in purezza. L’antisemita di sinistra, quando emerge, lo fa fingendo di non esserlo. E il problema in fondo non cambia. Facile essere contro l’antisemitismo quando qualcuno attacca gli ebrei. Meno facile esserlo quando qualcuno li attacca fingendo di non farlo.
  
Al direttore - Dopo i roghi dei libri di Erri De Luca e la distruzione dei dischi di Francesco De Gregori, colpevoli di non essere allineati con la vulgata “siamo tutti di Hamas” (cfr Enzo Iacchetti), non si sa perché ma ancora si fa attendere la messa al bando dell’opera omnia di Bob Dylan, che non solo si permette di essere sionista e di non chiedere scusa, ma ha scritto “Neighborhood Bully”, che del sionismo è da più di quarant’anni una specie di inno moderno. Il bullo del quartiere è Israele, che “ha evitato di essere linciato dalla folla, ed è stato criticato / Le signore anziane lo hanno condannato, dicendo che avrebbe dovuto scusarsi / Poi ha distrutto una fabbrica di bombe, e nessuno ne fu lieto / Le bombe erano per lui, / fu ritenuto ancora cattivo / E’ il bullo del quartiere”. Va bene, possiamo starci. Ai pro Pal Enzo Iacchetti, Anna Foglietta ed Elisa, a noi Erri De Luca, Francesco De Gregori, Helen Mirren (insultata per strada a Londra per il suo sostegno a Israele) e Bob Dylan.
Nicoletta Tiliacos
Per parafrasare Golda Meier, la pace arriverà quando gli attivisti pro Pal ameranno i figli della Palestina più di quanto odino i figli del popolo ebraico.
  
Al direttore - Francesco De Gregori, Vasco Rossi, Edoardo Bennato, Erri De Luca. Il bello degli estremismi, se così si può dire, è che di riflesso finiscono per avvicinare i migliori artisti e scrittori a posizioni non scontate e maggiormente liberali. Chi rifiuta la tessera dell’Internazionale antisemita è destinato all’ostracismo da parte dei soliti circoletti. Ma i grandi guardano altrove, forse “A pà” (Pasolini), come cantava De Gregori, e noi a loro.
Jori Diego Cherubini
Al direttore - L’emancipazione del merito dal livello economico-sociale della famiglia di origine continua a essere un obiettivo lontano dal realizzarsi per l’Italia. Ce lo ricorda il Rapporto annuale dell’Istat pubblicato, che evidenzia che la probabilità di conseguire la laurea è oltre dodici volte più alta per chi ha almeno un genitore laureato. In un contesto caratterizzato da un forte processo di degiovanimento qualitativo e quantitativo, dalla fuga di talenti e che vede il più basso numero di laureati tra i paesi dell’area Ocse, la valorizzazione del merito può rappresentare soluzione efficace per riattivare l’ascensore sociale. Un sistema meritocratico permette infatti a un’economia di crescere in modo sostenibile, valorizza il capitale umano, migliora la produttività, l’attrattività e la capacità di sviluppare innovazione di un paese, producendo impatti tangibili e misurabili anche sulla dimensione sociale dei parametri Esg. Ne è un esempio la rete dei Collegi universitari di merito rappresentati dalla Ccum, capace di generare un valore sociale di almeno 16,8 milioni di euro l’anno grazie a un modello unico in Europa che, coniugando residenzialità di qualità, piani formativi personalizzati integrati al percorso accademico e accompagnamento, permette ai giovani anche provenienti da contesti socioeconomici fragili, attraverso borse di studio che coprono fino al 100 per cento della retta, di accedere ai più alti gradi della formazione universitaria e di poter poi entrare rapidamente nel mercato del lavoro. I dati sulla popolazione dei Collegi evidenziano infatti che il 41 per cento dei genitori svolge lavori esecutivi, il livello considerato dalla letteratura più basso rispetto alla condizione socioeconomica, contro una media del 25 per cento per la popolazione universitaria complessiva. Perno di questa formula è una virtuosa collaborazione pubblico-privato, formula che evidenzia come riattivare l’ascensore sociale sia possibile attraverso risposte sistemiche, capaci di sviluppare sinergie tra università, istituzioni, mondo produttivo e attori privati. Da questa alleanza possono derivare nuove opportunità per i giovani e un futuro più sostenibile e competitivo per il nostro paese.
Elisa Valeriani, presidente della Conferenza dei Collegi universitari di merito