Il talento di Trump nello sputtanare qualsiasi guerra giusta

Chi ha scritto al direttore, Claudio Cerasa

26 MAG 26
Immagine di Il talento di Trump nello sputtanare qualsiasi guerra giusta
Al direttore - Eppure Cacciari glielo diceva da trent’anni.
Giuseppe De Filippi
Al direttore - In sostanza, caro Cerasa, Trump ha ottenuto dall’Iran la riapertura dello Stretto di Hormuz, lo stesso che, prima del 28 febbraio, era sempre stato aperto. Inoltre ha insegnato agli ayatollah come fare a prendere per le p…e il resto del mondo.
Giuliano Cazzola
La capacità di Trump di mandare al macero, stavo per scrivere altro, battaglie giuste è da impazzire. Metti una battaglia e anche una guerra giusta nelle mani di Trump e sappi che quella battaglia verrà inevitabilmente sputtanata, qualunque essa sia.
Al direttore - Commentando quello che definisce correttamente un “disgustoso esercizio di violenza, sopraffazione e umiliazione” nei confronti dei membri della Flotilla da parte dell’esercito israeliano, sul Messaggero Luca Ricolfi, analizzando quelle che, a suo avviso, potranno essere le conseguenze “strettamente politiche” di quell’azione, scrive che “in Palestina la radicalizzazione in senso nazionalista dell’opinione pubblica israeliana è destinata con ogni probabilità a seppellire la soluzione dei due stati, già gravemente compromessa dall’irresponsabilità delle classi dirigenti israeliane e arabe negli ultimi tre decenni, ovvero dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin”. Ma davvero la classe dirigente israeliana è stata così irresponsabile dopo l’uccisione di Rabin avvenuta nel 1995? Mi pare di rammentare che nel 2000 a Camp David il presidente Usa Bill Clinton e il premier israeliano Ehud Barak offrirono al leader dell’Olp Yasser Arafat il 90 per cento della Cisgiordania con Gerusalemme est capitale del futuro stato palestinese. Offerta rifiutata. Cinque anni dopo il premier israeliano Ariel Sharon rimosse con la forza gli ottomila abitanti degli insediamenti a Gaza. Ritiro unilaterale. “Un passo importante verso il raggiungimento della visione di due stati democratici, Israele e Palestina”, commentò il Quartetto diplomatico formato da Onu, Ue, Russia e Stati Uniti. Risultato? La Striscia venne “conquistata” da Hamas che la trasformò in un avamposto militare. Il 7 ottobre ne rappresenta solo l’ultima tragica conseguenza. Nel 2008 il primo ministro israeliano Ehud Olmert offrì al presidente palestinese Abu Mazen il ritiro di Israele dal 94 per cento della Cisgiordania, oltre a un ulteriore 6 per cento in forma di scambio di territori. Nessuna risposta da parte palestinese. I fatti dimostrano, a differenza di ciò che scrive Ricolfi, che nei decenni successivi all’uccisione di Rabin, le classi dirigenti irresponsabili si sono viste solo da una parte, quella che ancora oggi rifiuta l’esistenza stessa di Israele.
Luca Rocca
A proposito di Israele. Suggerisco, alla prossima allegra brigata che prenderà parte a una delle flotille del futuro di leggersi e rileggere e imparare a memoria, prima di demonizzare Israele, questo pensiero favoloso di Erri De Luca, non esattamente un pericoloso fascista schiavo della propaganda della “lobby ebraica” (un abbraccio a Ferruccio Pinotti e ai suoi illuminati editori). “So benissimo cosa sia un genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a Mosul, a Raqqa e a Mariupol. E’ l’effetto inevitabile del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili. E’ terribile, ma non è genocidio”.
Al direttore - Dire, come fa qualcuno, che l’intelligenza artificiale, il lavoro dei robot e l’automazione distruggeranno inevitabilmente il lavoro umano, ritengo sia un’affermazione non del tutto corretta. La storia economica dimostra infatti che ogni grande innovazione ha modificato il mercato del lavoro, eliminando alcune attività ma creandone altre, spesso più qualificate e produttive. Le aziende non investono nella tecnologia soltanto per ridurre i costi, ma anche per migliorare prodotti, servizi e competitività. Pensiamo all’e-commerce, che accanto alla crisi di parte del commercio tradizionale ha generato nuove professionalità nella logistica, nell’informatica e nei servizi digitali. Questo non significa ignorare i problemi reali che la trasformazione tecnologica porta con sé. Il tema esiste e riguarda soprattutto la qualità del lavoro, la precarietà e il rischio che molte persone restino escluse da un cambiamento troppo rapido. Per questo motivo ritengo che il punto centrale non sia fermare l’innovazione, ma governarla con equilibrio e responsabilità.
Su questo aspetto trovo interessanti anche alcune riflessioni contenute nell’enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV. Il Papa ricorda giustamente che la tecnica deve restare al servizio della persona e che il lavoro non può essere considerato soltanto una variabile economica. Il lavoro rappresenta dignità, partecipazione sociale e identità personale. Credo dunque che servano meno paure ideologiche e più investimenti concreti sul capitale umano. Chi vuole innovare non può improvvisare. Occorrono formazione continua, politiche attive efficienti e strumenti che accompagnino le persone nella transizione tra un lavoro e un altro. La tecnofobia è un virus antico, ma lo è anche l’illusione opposta: pensare che la tecnologia da sola possa risolvere ogni problema sociale. Il vero progresso si realizza soltanto quando innovazione e dignità umana camminano insieme.
Andrea Zirilli
Al direttore - Le nuove fonti rinnovabili presentano punti di forza e punti deboli. I punti di forza più evidenti sono i “combustibili”, sole e vento, che hanno costo zero e completa assenza di emissioni, sia inquinanti sia climalteranti. Il punto debole è uno, che si presenta però in maniera duplice. Da una parte l’intermittenza: producono solo quando ci sono il sole e il vento, per una quota inferiore a un quarto del tempo totale; e quando producono, producono tutte insieme, contemporaneamente. Mancano insomma di una caratteristica fondamentale di altre fonti: la programmabilità. Capita ormai sempre più spesso anche in Italia, oltre che in Spagna e in altri paesi, che il gestore della rete – in Italia Terna – che deve garantire l’equilibrio della rete elettrica, sia costretto a “tagliare”, cioè a non immettere in rete, quote importanti di produzione per non sovraccaricarla. E che i prezzi vadano a zero. Soprattutto in questo periodo dell’anno, nelle ore centrali della giornata e ancor più nei weekend, quando la richiesta di energia elettrica cala drasticamente. A questo duplice difetto, amplificato dal fatto che gli operatori delle rinnovabili preferiscono partecipare alle gare del Gse per ottenere un prezzo di ritiro garantito per vent’anni per tutta la produzione, anche se non utilizzata, azzerando così i rischi d’impresa e rendendo i progetti facilmente finanziabili a debito, si può parzialmente rimediare. Per esempio installando grandi batterie che siano in grado di immagazzinare l’energia in eccesso in alcune ore per restituirla soprattutto nelle ore serali e notturne. Ma c’è una novità: alcune imprese, soprattutto energivore, hanno cominciato a spostare la loro produzione nelle giornate di sabato e domenica, aumentando la domanda di elettricità a basso costo e assorbendo così gli eccessi di produzione da rinnovabili. Il risparmio nei costi dell’energia compensa i maggiori oneri salariali. Si agisce in questo modo sul lato della domanda anziché su quello dell’offerta ed è un processo che va incentivato con una regolazione tariffaria che spinga tutti i consumatori a utilizzare l’energia elettrica soprattutto in primavera e in estate, nelle ore centrali della giornata e nei weekend.
Chicco Testa
Al direttore - Il Foglio ha ragione di evidenziare gli ostacoli che vengono frapposti, ora soprattutto all’estero, a operazioni di aggregazione bancaria. Si veda il caso Unicredit-Commerz. In materia di ostacoli, siamo stati i primi in Italia, proprio nell’altro caso riguardante sempre Unicredit, alla cui Ops sul Banco Bpm è stato opposto il golden power. Già allora ebbi modo di scrivere a proposito di cosa sarebbe successo se all’estero avessero impiegato la stessa arma in presenza di un progetto di aggregazione transfrontaliera promosso da una banca italiana. A maggior ragione era lecito interrogarsi perché la Bpm, con la sua tradizione e la sua solidità, affermasse di potersi difendere da sola. Occorre allora, in materia, una regolamentazione unitaria a livello europeo, con particolare riferimento all’ammissibilità e ai limiti di norme dettate a tutela degli interessi generali, da mettere a confronto con la disciplina della concorrenza e del libero mercato e con la tutela del risparmio e della stabilità. Non è di certo infondata la categoria degli interessi generali, a maggior ragione quella della sicurezza nazionale. Bisogna, però, operare un bilanciamento che tenga in equilibrio queste differenti esigenze. Poi è necessaria una coerenza dei comportamenti degli organi di controllo europei. Soprattutto bisogna abbandonare l’idea, che ora silenziosamente sembra assumere forme più sottili e accattivanti, di voler creare un “piano regolatore” del credito, come si pensava a opera di alcuni partiti agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, la cui eco, mutatis mutandis, sembra sia stata vagamente udita in quest’ultima operazione milanese. Non ci sono più le condizioni per un deleterio infeudamento partitico delle banche: sarebbe solo velleitario pensare, per esempio, a poli bancari del nord che non si riuscì a costituire neppure quando dominavano le banche pubbliche, con vertici lottizzati. Il passato dovrebbe pur insegnare.
Angelo De Mattia