Per Meloni la scelta è una sola: cambiare rotta o andare al voto

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

15 APR 26
Ultimo aggiornamento: 20:15
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Foto Ansa

Al direttore - A Genova ormai si parla solo dei suoi successi. Certo, rappresenta solo metà della città, ma ha conquistato prestigio e stima anche da parte degli avversari. Proprio nell’ultimo fine settimana migliaia di persone – tantissimi giovani soprattutto – si sono radunati ed è stata di nuovo una grande festa: merito suo, giustamente era lì a raccogliere gli applausi. Quando parla, tutti ascoltano con attenzione, con interesse: non sono banalità, sono sempre analisi lucide e indicazioni precise. Ma ormai in tanti pensano che le vittorie raccolte a Genova possono dare una spinta verso qualcosa di più grande. E che alla fine il destino sia altrove. Che il destino sia dove ci sono i problemi e gli ostacoli più grandi, dove c’è più bisogno della sua energia e delle sue idee. Dove bisogna rimettere insieme un popolo sempre pronto a litigare, a dividersi in fazioni. Allora forse davvero il destino è a Roma. Dove del resto ci sono anche la casa, la famiglia, gli amori. Dove aspetta un’avventura più grande, a cui guarderà tutta Italia e chissà, finalmente, l’Europa. Ma è una decisione solo sua. Solo di Daniele De Rossi. Chi altri sennò?
Stefano Menichini
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Al direttore - Giorgia Meloni ha annunciato la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele. Elly Schlein e il mondo pro Pal esultano. Mi dicono che il rinnovo quinquennale è già operativo, quindi se ne parlerebbe nel 2031. A parte questo, data la superiorità della sua tecnologia militare, la decisione non danneggia Israele ma l’Italia. E, se pieghi la schiena alla piazza, la piazza non ti premia, ma ti punisce. Prosegue la navigazione a vista della premier e della maggioranza di governo. Farsi venire qualche idea migliore per questa fine legislatura, please.
Michele Magno
L’opzione valida resta sempre una: aspettare che finisca la guerra in Iran e andare rapidamente a votare. Oppure, se si sceglie di non andare a votare, usare i pochi soldi rimasti in cassaforte per fare finalmente una buona cosa di destra. Non per fare andare in pensione prima chi vuole andare in pensione, tentazione pericolosa che presto tornerà a fare capolino nel dibattito pubblico, ma per tagliare le tasse in modo serio e poderoso, cosa che in quattro anni di governo Meloni non è mai davvero riuscita a fare. O votare o cambiare. Perché un governo che sulla politica estera piega la schiena alla piazza mostra di non avere più una rotta, ma solo il terrore di perdere consenso.
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Al direttore - Molti oggi si indignano per le parole di Donald Trump su Papa Leone XIV, ma dimenticano che il Pontefice era stato attaccato ben prima, proprio in Italia. Quando ha difeso la famiglia naturale, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna, è stato subito bollato come “reazionario” da chi fino al giorno prima lo celebrava per il suo presunto antitrumpismo. C’è chi ha parlato di ritorno a posizioni conservatrici, Vladimir Luxuria ha rilanciato il principio di laicità e il matrimonio egualitario, Micol Olivieri ha detto di essere andata “in bestia”, ed Elly Schlein ha riproposto la battaglia sull’omobilesbotransfobia. Eppure il Papa aveva solo ricordato che la famiglia è il primo luogo in cui si tutela la dignità umana, dal nascituro all’anziano. Prima di Trump, insomma, Papa Leone era già stato colpito in casa nostra.
Gabriele Soliani