Paradossi referendari: il Parlamento rischia di perdere un pò di potere

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

7 APR 26
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© foto Ansa

Al direttore - Il 26 marzo Mark Rutte ha pubblicato il rapporto annuale della Nato. Il documento attesta che nel 2025 l’Italia ha aumentato in misura significativa la spesa militare, tagliando il traguardo del 2 per cento del pil. Spesa che sarebbe passata – il condizionale è d’obbligo – da circa 33 miliardi e mezzo a oltre 45 miliardi di euro. Una variazione vistosa, per lo scandalo di tutti i nostri pacifisti in servizio permanente effettivo. In realtà, il bilancio della Difesa è cresciuto solo di tre miliardi. Gli altri nove sono ascrivibili a riclassificazioni di voci già esistenti nel budget statale. Nel rapporto del segretario dell’Alleanza Atlantica, ad esempio, compare un dato interessante, quello del “Military personnel: 193.700. Poiché gli organici delle Forze armate ufficialmente sono pari a 163.900 unità, è evidente che la differenza tra i due valori deriva dall’inclusione in quella cifra di notevoli aliquote di personale dell’Arma dei carabinieri, della Guardia di finanza e della Guardia costiera. C'è quindi qualcuno che ha barato sui numeri? Diciamo che manipolarli con alchimie contabili non giova a risolvere i veri problemi di sicurezza del paese. Al contrario, porta acqua al mulino della demagogia e del populismo a buon mercato.
Michele Magno
Sono pronto a scommettere che i dati del 2026, purtroppo, saranno molto diversi da quelli del 2025, per l’Italia e non solo.
Al direttore - Il professor Sabino Cassese ha scritto il 5 aprile 2026 sul Corriere della Sera che “l’Italia ha impiegato 85 anni, dal 1861 al 1946, per conquistare il suffragio universale, ma solo 39 anni, dal 1983 al 2022, per perdere un terzo dell’elettorato”. Vorrei soltanto posticipare di un decennio l’inizio di quel tracollo – cioè al periodo del governo di centrosinistra pentapartitico inaugurato da Spadolini nel 1981, proseguito da Craxi dal 1983 al 1987 e conclusosi nei primi anni Novanta – perché fino al 1992, elezioni comprese (nonostante l’operazione “Mani pulite” già in corso), votò oltre l’87 per cento degli aventi diritto. Solo dopo quella stagione arrivò il periodo che avrebbe dovuto attivare la “vera” politica partecipata. Ma fu una bufala: si aprì invece quel “fossato tra Stato e società” denunciato dallo stesso Cassese nel titolo del suo articolo. Oggi, dopo anni di azioni mediatico-giustizialiste, vota circa il 50 per cento degli elettori. E’ stato dunque un bene? Oppure aveva ragione il procuratore di Milano Borrelli nel sostenere che, per un risultato del genere, “era meglio non farlo”?
Nicola Zoller
Dato interessante da aggiungere anche se paradossale. Uno dei significati meno esplorati del referendum di due settimane fa era questo: provare a responsabilizzare la magistratura per creare argini in grado di contenere le esondazioni delle procure. Rafforzare gli argini significa provare a separare di più i due grandi poteri dello Stato, ovvero il giudiziario dal legislativo. Rinunciare a rafforzare argini significa rinunciare a rendere il potere legislativo meno ostaggio del potere giudiziario. E l’effetto certamente involontario del referendum rischia di essere anche questo: legittimare un sistema sbilanciato in cui il potere giudiziario pesa più del potere legislativo e in cui il cittadino ha meno potere di influenzare la democrazia perché per quanto possa essere forte il suo voto ci sarà sempre qualche procura che su alcuni proverà a prendere il posto del Parlamento. Risultato: il voto in massa per il No rischia non di dare più potere al popolo, ma di toglierne un po’. L’astensionismo può nascere anche da qui: sempre più potere ai magistrati, sempre meno potere ai parlamenti. E’ la democrazia, bellezza.
Al direttore - Trovo molto più eccitante e forse più utile per il paese occuparsi del campo di calcio anziché del campo largo. Dunque, sono totalmente d’accordo con Maurizio Crippa e appoggio la candidatura di Matteo Renzi a presidente rottamatore e riformatore (senza referendum) del calcio italiano.
Valerio Gironi
Al direttore - La piena condivisione espressa da Matteo Renzi a proposito della missione nel Golfo della premier Meloni gli fa onore perché, pur facendo parte dell’opposizione in Parlamento pensa, prima di tutto, al lato positivo che essa comporta per tutti noi, dimostrando così che fare opposizione non vuol dire avere un atteggiamento pregiudizievole a tutti i costi che può confinare con l’astio nei confronti dell’avversario.
Elisabetta Cimadomo