Il prossimo governo ci mostrerà la balla dei governi-non-eletti-dal-popolo
Le lettere al direttore Claudio Cerasa
3 APR 18
Ultimo aggiornamento: 20:11

Al direttore - Ma se uno fa il contratto con Di Maio per governare poi con la crisi la penale va a Casaleggio?
Giuseppe De Filippi
Al direttore - Il côtè cinematografico Piffarolo (e limitrofi) l’ha detto chiaro e tondo che i Di Maio e i Salvini, quelli sì che sanno ascoltare il popolo, quelli sì che sanno parlargli, quelli sì che ne sanno interpretare i bisogni… e quelli del cinema impegnato e politicamente corretto non si può dire che non ne capiscano. A parte gli incassi, dico.
Valerio Gironi
Sarà complicato però per gli amici del mai-un-governo-non-eletto-dal-popolo spiegare, tra qualche settimana, che la storia dei presidenti eletti dal popolo era una balla colossale e che la Costituzione italiana prevede che a scegliere il nome del presidente del Consiglio non è il popolo ma è da sempre il presidente della Repubblica. E il dato gustoso oggi è questo: Di Maio e Salvini sanno che a meno di sorprese (a meno che non valga lo schema Minniti che vede Di Maio premier come contropartita per avere Forza Italia nella maggioranza) per far nascere un governo hanno la necessità quasi matematica di farlo nascere votando la fiducia a un presidente del Consiglio non eletto da nessuno.
Al direttore - Meme ha fatto la Farnesina…
Carlo Stagnaro
Al direttore - Officina, binari, fucine. Alle Ogr - le Officine grandi riparazioni trasformate dalla Fondazione Crt da rovina industriale in un “multipurpose cultural center”, secondo la definizione del Financial Times, di cui il Foglio si è recentemente occupato con toni critici – il linguaggio è in transito. Quelle parole del ’900, conservate sulla mappa del luogo, attivano concetti associabili oggi alle dinamiche delle idee, dell’arte, della conoscenza. A Torino questo tipo di riconversione linguistica eccede la metafora: segnala un nesso con il passato, portando in luce le tracce della storia della città, dei suoi cambiamenti e delle sue prospettive. Riconvertire una fabbrica è un’impresa lenta e complessa che le nuove Ogr, inaugurate da sei mesi, hanno scelto di condurre attraverso una rotazione interessante e continua di mostre, concerti, performance e talk, un’intensità, un flusso dalla temporalità aperta. Operazione riuscita. Con la rinascita delle Ogr si rafforza il polo del contemporaneo, una rotta urbana che le collega alla Galleria d’arte moderna, alla Fondazione Merz e alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, l’istituzione dedicata alla produzione artistica contemporanea che ho creato e presiedo dal 1995. Questo distretto sta acquisendo sempre maggiore visibilità e piena accessibilità, nel solco di una progettualità che da tempo condividiamo con Fondazione Crt. Ciò che ci unisce, al di là dei ruoli, è il comune riconoscimento della funzione sociale dell’arte, il tema dell’internazionalizzazione, e soprattutto una vocazione sperimentale e innovativa, applicata nella ricerca di nuovi formati ed eventi espositivi, tradotta nella sfera della formazione specialistica e dell’educazione. Programmi che rappresentano un punto di riferimento anche a livello europeo. I temi della professionalizzazione, dell’accessibilità e della mediazione culturale dell’arte, ovvero del rapporto con i pubblici e le comunità, sono i punti fondamentali che questo progetto sta già affrontando, facendo parte di un ecosistema pubblico e privato: rappresenta un modello di collaborazione istituzionale partecipe di quel processo di ridefinizione identitaria e pianificazione strategica avviato a Torino dai primi anni 2000. La cultura contemporanea come strumento di rilancio è un investimento a lungo termine, soggetto a cicli, soste, accelerazioni. “Like a Moth to a Flame”, la mostra inaugurale delle Ogr, ha aperto un dialogo tra presente e passato, consegnando a tre curatori internazionali (Tom Eccles, Mark Rappolt e Liam Gillick) il compito di rintracciare un percorso di scelte collezionistiche capaci di rispecchiare il nostro specifico paesaggio culturale. Una vasta geografia che ha compreso i reperti del Museo egizio, le raccolte del Polo reale e del Museo d’arte orientale, le opere della Gam, del Castello di Rivoli, della stessa Fondazione per l’arte moderna e contemporanea Crt, unite a quelle della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Questo intreccio di opere, collezioni e temporalità, tradizionalmente separate dalla storiografia, è un indirizzo dal potenziale molto ampio, perché pone in stretto rapporto l’arte contemporanea con il nostro patrimonio culturale: un orientamento alla base di Anche le statue muoiono, una mostra diffusa da poco inaugurata a Torino in Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Museo Egizio e Musei Reali. Abbiamo dunque cominciato a pensare al “futuro del passato”, una questione cruciale in un paese come il nostro. Nell’assegnare all’arte di oggi la capacità di riconfigurare il nostro sguardo sulla storia e sull’attualità, a Torino abbiamo anche concretamente aperto un circuito che riavvicina parti di città, distretti culturali e pubblici diversi, declinando al vivo un’idea di comunità di eredità e di presente. Quando il Foglio vorrà siamo lieti di ospitarvi.
Patrizia Sandretto Re Rebaudengo