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Gomorra con l’h

Perché gli americani hanno comprato (e già amano) la serie tv italiana sulla camorra

31 Agosto 2016 alle 08:43

Gomorra con l’h

La locandina di Gomorra negli Stati Uniti

Siamo già stati da quelle parti. Ma la nuova guida era fantastica”. Lo scrive Maureen Ryan su Variety, sintetizzando in una frase gli articoli che hanno accompagnato l’uscita americana della serie “Gomorrah”, il 24 agosto scorso su Sundance TV. I dodici episodi della prima stagione, trasmessi via cavo sul canale che – come il Sundance Film Festival, ogni anno a gennaio – fa capo a Robert Redford, mecenate del cinema indipendente.

 

Vendere una serie tv agli americani è un gran bel risultato. Sono maestri nell’arte che hanno inventato, e bisogna aggiungere che prima di “Gomorrah” – l’acca sta anche sulla copertina del libro di Roberto Saviano, edizione internazionale – i tentativi nostrani in questa direzione non avevano dato risultati memorabili. Se non per un pubblico che – fatte le dovute proporzioni, la battuta sull’audience riguardava certi tremendi talk-show in onda al mattino – “ha perso il telecomando oppure aspetta che l’infermiera venga a cambiargli posizione”. 

 

“Gomorra” – intesa come serie, di mezzo c’è anche il film di Matteo Garrone che a Cannes nel 2008 vinse il gran premio della giuria – può vantare come unico precedente “Romanzo criminale”. Anche in quel caso, il passaggio dal romanzo di Giancarlo De Cataldo al film di Michele Placido, per arrivare alla serie diretta da Stefano Sollima, ha via via asciugato il grasso (leggi: la retorica) superflua. Così oggi “Gomorrah” – sempre Stefano Sollima come showrunner, e una sfilza di nomi alla voce “creator” che hanno lasciato stupefatto il critico di Indiewire – può essere paragonata ai “Soprano” e a “The Wire”, tra le migliori serie mai passate in televisione.

 

Nessuna polemica etica

Colpisce il fatto che nessuno dei critici americani abbia speso una sola parola per le polemiche pseudo-etiche e di contenuto. Che importa se in scena ci sono solo i cattivi? Mica tocca ai registi delle serie tv fare il lavoro della polizia o degli educatori (e state pur sicuri che un bel film edificante, su come la camorra viene sgominata, non solo sarebbe trattato come fantascienza, ma non sposterebbe minimamente la quantità di ragazzini che spacciano a Scampia). I critici americani si occupano dei movimenti di macchina, dell’illuminazione – in “Gomorrah” la serie tutto avviene di notte e le scene sono buie, mentre Matteo Garrone aveva girato il suo film di giorno, aprendo con una magnifica sequenza ambientata in un centro per l’abbronzatura artificiale tutto blu. Si occupano dei personaggi che improvvisamente conquistano un episodio tutto per loro, mentre sembravano destinati a un’esistenza marginale. E state sicuri che è difficile, in fase di sceneggiatura, portarne in primo piano uno mentre gli altri rimangono sullo sfondo, e farlo in maniera fluida, senza rovinare il resto della trama. Giudicata “ricchissima” dai recensori che hanno visto solo le prime due puntate, in originale con i sottotitoli, e riferiscono ai lettori che potrebbero bastare per una stagione intera. 14 critici su Metacritic – aggregatore di recensioni, non c’è stroncatura che sfugga al radar – e nessuno che parla male della serie. Il punteggio minimo tocca i sessanta punti su un massimo di cento, e leggere l’articolo uscito su Collider a firma Allison Keene non si trova quasi nulla di negativo. Ritorna anzi il paragone con “The Wire”: meno humour, certo. Ma stessa attenzione alle minuzie dello spaccio e dell’intimidazione necessari alla famiglia Savastano per affrontare i rivali e organizzare il passaggio tra generazioni. In sintesi: “Una serie degna di guardare”. Scritto così, in italiano nel testo.

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