Senza globalizzazione non c’è soluzione al problema migranti

Redazione

Professor Sabino Cassese, l’omicidio di una ragazza italiana e il ferimento di immigrati, a Macerata in una fase preelettorale, ha agitato gli animi, suscitando reazioni e discussioni.

 

Che sono mosse – come è in parte naturale – dalle emozioni, piuttosto che dalla ragione. Parliamone. Ma ricordi che un recente libro, di Steven Pinker, “Il declino della violenza” edito da Mondadori nel 2017, mostra che, contrariamente alle nostre percezioni, viviamo in un mondo sempre meno dominato dalla violenza. E – quale altra avvertenza preliminare – che gli italiani sono stati nella storia un paese di migranti: pensi soltanto ai milioni che hanno varcato l’Oceano atlantico per le Americhe nel primo ottantennio unitario e a quelli, anch’essi numerosi, che si sono trasferiti dal sud al nord nel secondo Dopoguerra.

 

Che vuol dire?

 

Voglio mettere il problema in prospettiva storica. Fare un’opera simile a quella fatta il 6 febbraio scorso da Claudio Cerasa, che ha ricordato i dati essenziali della situazione. Continuo sulla stessa strada. In Australia un quarto della popolazione è composto da persone non nate sul suolo australiano, quelli che chiamiamo stranieri. In Canada un quinto. In Austria, Svezia e Belgio, un sesto. Negli Stati Uniti, in Germania e nel Regno Unito, più di un decimo. In Italia solo l’8 per cento. E non dimentichi che circa il 3 per cento della popolazione mondiale risiede in un territorio diverso da quello natale. Abituiamoci agli “altri” e cerchiamo di capire che le proporzioni del fenomeno, in Italia, non sono all’altezza delle percezioni e delle preoccupazioni. Questo anche perché dal 2014 al 2016 sono giunti sulle coste meridionali dell’Europa un milione e mezzo di persone e la media annuale è decuplicata rispetto al quinquennio precedente. Quindi, il fenomeno migratorio c’è, è vistoso, è in aumento, ma va quantificato accuratamente, nella dimensione globale, in quella europea e in quella italiana.

 

Lei, insomma, vuole mettere in prospettiva il fenomeno, capire quanto di reale e quanto di percepito c’è in esso.

 

Sì, e anche passarne in rassegna cause ed effetti, ma con la guida degli esperti. Tra questi, Mario Savino, che nel 2012 ha scritto un importante libro intitolato “La libertà degli altri. La regolazione amministrativa dei flussi migratori” (Giuffrè, Milano, 2012) e nel 2017 ha guidato una ponderosa ricerca Irpa, pubblicata dalla Editoriale Scientifica di Napoli con il titolo “La crisi migratoria tra Italia e Unione europea. Diagnosi e prospettive”. Farò riferimento a essi, nel proseguire il dialogo.

 

Quali le cause?

 

Divario economico tra altri paesi (specialmente Africa) e Europa, maggiore visibilità di tale divario, riduzione del costo dei trasporti. A cui si aggiungono le primavere arabe, le crisi siriana, quella libica, l’Isis, il disfacimento di alcuni stati di passaggio. Le cose sono complicate dalla mancata definizione internazionale dello “status” di migranti economici. C’è una disciplina dei rifugiati e richiedenti asilo. Non c’è un regime che si estenda ad altre categorie di stranieri.

 

Quali sono i problemi prodotti da questo fenomeno?

 

Ve ne sono sia nella dimensione europea, sia in quella nazionale. Nella prima, la tutela della frontiera esterna, per cui non basta la Guardia europea; gli accordi con i paesi terzi, che sono costosi, precari e insufficienti; il rimpatrio forzoso dei migranti economici o comunque irregolari, costoso, di portata limitata, difficile e inefficace; la riallocazione, che è difficile e contraria alla libertà di circolazione garantita dalle Costituzioni. Come vede, si stabiliscono tensioni che non sono soltanto sociali ed economiche, ma anche giuridiche e costituzionali.

 

E i problemi italiani?

 

Il costo (sfioriamo i 4 miliardi, con contributo europeo di solo 100 milioni). Una ricollocazione nettamente insufficiente (riguarda solo il 5 per cento del previsto). Una enorme pressione sull’amministrazione, che nel complesso ha passato bene la prova, reagendo con efficacia, come sempre nelle emergenze (salvo fallire nella gestione ordinaria). Anche questo dobbiamo tener presente: buona capacità di mobilitazione delle energie amministrative dinanzi agli eventi straordinari, scarsa forza e capacità di resistenza allo sforzo duraturo e continuo. Nonché tempi di risposta rallentati. Strutture di primo soccorso e di accoglienza inadeguate, difficoltà di identificazione e registrazione, difficoltà nel distinguere i richiedenti asilo dai migranti economici. Poi ci sono i problemi sociali.

 

Che sono quelli maggiori.

 

Non per quello che sono nella realtà, ma per come vengono percepiti. C’è chi vede negli immigrati un pericolo per il proprio posto di lavoro, chi un pericolo per la sicurezza. Chi è pronto a chiedere solidarietà all’Unione, ma non a darla agli immigrati, come la solidarietà fosse a senso unico. Pochi ricordano il contributo degli immigrati al sistema fiscale e a quello previdenziale.

 

Per i reati, in particolare?

 

Da metà 2014 a metà 2015, 302 mila, un terzo del totale delle denunce e degli arresti, ha riguardato stranieri. Nei 12 mesi successivi, si è scesi a 241 mila. In diritto abbiamo il principio di proporzionalità, che richiede senso della misura. Dovremmo applicare anche in questo caso il principio.

 

Quali problemi possiamo risolvere, quali vanno oltre le forze degli stati?

 

Difficile stabilire una scala di valori. Non pare risolvibile la questione della permanenza su territorio italiano di immigrati senza permesso. Nel 2017, sono stati rintracciati 45 mila, allontanati 20 mila. I rimpatri con foglio di via sono difficili, per cui molti rimangono in condizione di clandestinità. O sono allontanati e ritornano. Non dimentichi che gli immigrati irregolari su territorio statunitense sono stimati in milioni. Poi c’è il problema del soccorso e della prima assistenza, che finisce in una detenzione amministrativa, che è illegale sia secondo la nostra Costituzione, sia sulla base delle norme europee. L’inadeguatezza dell’accoglienza, per scarsa disponibilità di posti. Il problema finanziario (la Germania spende quattro volte quello che spendiamo noi per affrontare la questione migratoria). La complessità dell’obiettivo ultimo, che dovrebbe essere quello indicato da Savino, di creare autostrade migratorie legali e controllate, ma ampie e visibili.

 

C’è una lezione generale che possiamo trarre da tutta questa vicenda?

 

Non una lezione, ma tre lezioni. La prima: impariamo a distinguere la percezione delle cose dalla realtà delle cose, perché dobbiamo convivere nei prossimi secoli con un fenomeno che va valutato e regolato con distacco e accuratamente. La seconda: non lamentiamoci della globalizzazione. Di questa abbiamo bisogno, perché nessuno dei fenomeni che abbiamo passato in rassegna può essere risolto da singoli paesi, salvo ergere muri su tutte le nostre spiagge. La terza: non dimentichiamo che i diritti sono un bene prezioso non solo per i cittadini, ma anche per quelli che non sono cittadini. Insomma, che i diritti spettano a tutti gli uomini e le donne, in quanto tali, non in quanto appartenenti a una cerchia, quella nazionale, come cittadini.

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