La Situa
La situa - dibattiti universitari •
A proposito della scarcerazione di Youssef Siher
Abbiamo chiesto agli studenti universitari: è giusto o no criticare un giudice che dopo aver firmato un appello pro pal ha deciso sulla scarcerazione di un pro pal accusato di gravi reati? O è pretestuoso?
2 NOV 26

Abbiamo chiesto agli studenti universitari: è giusto o no criticare un giudice che dopo aver firmato un appello pro pal ha deciso sulla scarcerazione di un pro pal accusato di gravi reati? O è pretestuoso?
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La decisione della gip Tiziana Landoni di non convalidare il fermo di Youssef Siher, respingendo la richiesta del procuratore Marcello Viola e della pm Francesca Crupi, ha innescato la consueta gogna social: come dimostrato da un sondaggio commissionato da Adnkronos, il 71% degli utenti sui social è contro la scarcerazione di Siher.
Al centro della polemica inoltre è finita la firma apposta dalla giudice, nel settembre 2025, al cosiddetto “appello dei giuristi per Gaza”.
Gridare al conflitto d’interessi o all'incompatibilità ideologica è tuttavia un argomento pretestuoso: quel medesimo appello era stato sottoscritto anche dalla pm Crupi, la quale ha comunque ritenuto sussistenti i presupposti per la richiesta dell’aggravante della finalità di terrorismo e per la disposizione della misura cautelare.
La critica alla decisione del tribunale è legittima, ma deve fondarsi sul merito degli atti: da garantista convinto, ritengo anche che la democrazia non possa assistere inerme al suo disfacimento.
Nel portatile di Siher gli inquirenti hanno rinvenuto elementi che eccedono ampiamente la dialettica politica: il testo “Rivoluzione, istruzioni per l’uso”, diffuso anche sulle piattaforme social e ispirato alle insurrezioni egiziane del 2011, non è una boutade accademica.
Già nel 2024, poi, l’intelligence aveva acceso un faro su di lui in quanto fondatore di “Alba nascente”, sigla dedita a veicolare la propaganda di Hamas e del FPLP alla logistica di piazza e al coordinamento con le frange antagoniste più estreme.
Anche volendo accogliere la tesi che Siher non sia stato il regista materiale degli scontri del 17 ottobre, data la creazione posteriore della pagina di rivendicazione, liquidare la sua costante attività di proselitismo eversivo come mero esercizio d’opinione equivale a confondere il garantismo con l’ipocrisia.
La democrazia ha il dovere di tutelare le garanzie individuali, ma non può abdicare alla propria autodifesa.
Leonardo Botta
Università di Genova
Università di Genova
Criticare l’operato di un’istituzione dello Stato - a maggior ragione quando non è espressione della volontà popolare e pertanto non suscettibile di mancata rielezione - è sempre legittimo nella misura in cui la critica sia orientata al merito di una decisione, di un provvedimento, di una sentenza, etc… Significa che è consentito dalla legge, non incorrendo in alcuna offesa diffamatoria. Tuttavia, la domanda contiene il termine giusto, più complicato da definire. Riteniamo giusto ciò che la collettività riconosce come tale, perché aderente alla morale sociale, indipendentemente dal fatto che coincida o no con ciò che è legale.
Sulla decisione del Gip i giuristi si divideranno senz’altro sulla meritevolezza della decisione, senza guardare al passato del magistrato. Tuttavia, al giornalismo è concessa (“è giusto”) la facoltà di approfondire la figura, darne una lettura personale e politica. Proprio da questa lettura emerge l’adesione del magistrato all’appello dei “giuristi per Gaza”, sottoscritto da qualche migliaio di magistrati, avvocati e professori universitari.
È bene focalizzarsi su un aspetto ben preciso e a mio avviso imprescindibile affinchè la critica - che creerebbe un nesso tra l’adesione a questo appello e la decisione - rimanga giusta: premesso che la libertà di pensiero e di espressione sono garantite a ciascun cittadino, anche laddove rivesta ruoli istituzionali, può un magistrato aderire a una corrente politica o di pensiero e non essere in grado di prescindere da ciò nel momento in cui adotta un provvedimento? Cioè, l’adesione a quella ideologia compromette, vizia, l’imparzialità della decisione insinuandosi - in modo contrario alla legge - nelle ragioni?
Con queste premesse il caso in questione è chiaro. Sulla conformità di tale appello ai principi del nostro ordinamento, è difficile rinvenire elementi di criticità: è un richiamo, a mio avviso retorico e decontestualizzato ma comunque meritevole, al rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani in capo ai civili residenti a Gaza.
In conclusione, non ritengo che l’adesione a questo appello abbia influenzato la decisione, chiaramente criticabile e controversa in punto di diritto. Eventuali legami - da accertare - dell’indagato con terroristi islamici e gruppi violenti o persino una sua futura condanna non possono delegittimare l’operato di un magistrato che ha invitato, insieme con altri, al mero rispetto di valori fondanti dei Paesi occidentali in una zona di guerra.
Alessandro Tegas
Ecco il testo ampliato e approfondito per raggiungere circa 2000 caratteri (spazi inclusi), sviluppando i vari aspetti della questione: la firma di una petizione per Gaza da parte di un magistrato naturalmente solleva dubbi sull'imparzialità nel giudicare la scarcerazione di un attivista accusato di reati legati all'insurrezione di piazza, configurando una situazione di inopportunità o potenziale conflitto di interessi.
Questo episodio riapre il delicato dibattito sul confine sottile tra l'esercizio dei diritti civili e politici garantiti a ogni cittadino e i doveri di riserbo, terzietà ed equilibrio che la funzione giudiziaria impone. Da un lato, infatti, la Costituzione riconosce a tutti i cittadini, magistrati compresi, la libertà di esprimere le proprie opinioni e di aderire a cause umanitarie o politiche. Dall'altro, l'articolo 101 della Costituzione ricorda che i giudici sono soggetti soltanto alla legge e che la giurisdizione deve non solo essere esercitata con imparzialità, ma anche apparire tale agli occhi dei cittadini.
Quando un magistrato si espone pubblicamente su temi geopolitici complessi e divisivi, e successivamente si trova a giudicare procedimenti che coinvolgono attivisti o manifestanti per reati di ordine pubblico, si genera inevitabilmente un cortocircuito percettivo. Anche in assenza di un effettivo condizionamento psicologico o di un dolo, la vicinanza ideale o valoriale a determinate correnti di pensiero può incrinare la percezione di neutralità dell'organo giudicante.
In questi casi, la questione non riguarda tanto la legittimità dell'opinione espressa, quanto l'opportunità istituzionale di evitare qualsiasi situazione che possa legittimamente fondare il dubbio di parzialità. È proprio per tutelare la credibilità dell'amministrazione della giustizia e la serenità del giudizio che gli ordinamenti e i codici etici prevedono istituti come l'astensione o la ricusazione, strumenti fondamentali volti a prevenire persino l'ombra di un conflitto d'interessi e a garantire che il processo si svolga sempre nel pieno rispetto della terzietà del giudice.
Alberto Pelis Sansedoni
Sul punto di sapere se è “giusto” o meno criticare un giudice, la domanda andrebbe suddivisa in due tempi. La prima riguarda il punto di sapere se è legittimo, ossia se la critica all'operato del magistrato è vietata dalla legge o da qualunque principio generale. Ovviamente non lo è: a parte sconfinare nelle ingiurie o diffamazioni. la critica all'operato di un funzionario dello Stato - che sia giudice, poliziotto o amministratore pubblico - è sempre legittima dal momento che riguarda solo il suo operato. Nel caso contrario vivremmo un ordinamento totalitario che presuppone che chi decide in nome dello Stato ha “sempre ragione”. E questo principio vale anche sia per i cittadini che giocoforza è per i politici ne devono rappresentare le istanze.
Il secondo momento consiste nel chiedersi se la critica è “opportuna”. Tale domanda nasce dalla confusione creata dall'art. 104 Cost. laddove afferma che la magistratura è un organo indipendente e quindi estraneo alla politica. Ma il dettato costituzionale esprime lo stato delle cose o un dovere? Sapendo che è possibile nella “realtà” un magistrato si riveli non neutrale, occorre optare per la seconda opzione. E stante le ritrosie degli organi disciplinari ad intervenire sulla questione (non essendo, come sappiano, sempre neutrali anche loro...) potrebbe essere, non solo opportuno, ma anche salutare, che in determinate circostanze i cittadini, o i politici che le rappresentano, denuncino un'assenza di neutralità. Nel caso di cui si tratta, chiunque abbia masticato un po' di diritto sa benissimo che la determinazione della gravità di un comportamento dipende sempre dalla soggettività dell'interprete. Ed è quindi possibile che la simpatia per le cause portate avanti dall'accusato abbia portato l'interprete - anche in buona fede - a non ravvisare nei comportamenti denunciati una gravità di fatti che invece parte della politica avverte. Quindi sì, la critica al giudice è sempre “giusta”, e anche se si rivelasse sbagliata nel merito a fine processo, in quanto congeniale al dibattito democratico.
Sylvain Giovanni Nadalet
Università di Verona
Università di Verona
È notevolmente pretestuoso criticare la Gip che ha firmato l’appello dei giuristi per Gaza e in seguito ha scarcerato Siher. Accusa che si aggrava ancor di più quando il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, definisce il provvedimento una vergogna.
Così fa il gioco della sinistra fino a ieri giustizialista, oggi scopertasi zelota per la dottrina garantista.
Se lo dice un giudice che, il galantuomo Siher, non ha commesso i reati per cui la pm Crupi (anch’ella firmataria dell’appello per Gaza) ha chiesto la carcerazione preventiva, e quindi può tornare in libertà ad organizzare ed aizzare le piazze, allora sarà così.
Si può essere convintamente antisionisti (ma non è il caso della gip Landoni), senza che questo infici sul proprio lavoro una volta che si indossa la toga
Se qualcuno ha prove incontrovertibili che la giudice abbia sbagliato nella sua decisione: parli adesso o taccia per sempre.
Certo si può credere, anzi urlare a pieni polmoni, che le manifestazioni sarebbero state contenute e limitate con la loro mente ben sicura dietro solide sbarre di ferro: pazienza! Non si deve abbandonare il campo del garantismo, per quanto la voglia di farlo sia molta, dinanzi una decisione aberrante della magistratura.
Ciò detto una domanda sorge spontanea: se la teoria dei disordini e del caos dovesse raccogliere i frutti che ha seminato, se una volta spente le incediate città, si trovasse il morto - senza guardare a quale fazione appartiene, le forze dell’ordine così come i manifestanti o i passanti che non c’entrano nulla - quali sarebbero le ripercussioni per il giudice che ne ha deciso la scarcerazione dell’illustre ricercatore?
Nulla. Questo accadrebbe.
Quindi la questione non è, e non deve essere, l’indignazione che si può provare nei confronti della scarcerazione di un presunto terrorista: ma l’impunità del magistrato che ha commesso un più che lecito errore nell’esercizio delle proprie funzioni, sapendo che la luce alla fine del tunnel non sono le stesse punizioni previste solo per gli errori di noi altri.
Noi altri comuni mortali.
Gabriele Barbone
Università Cattolica
Università Cattolica