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A proposito dei saccheggi a Milano
Abbiamo chiesto agli studenti universitari che errori la politica non deve commettere di fronte a scene come quelle viste a Milano, scene di violenze, di devastazione
24 OTT 26

Foto LaPresse
Abbiamo chiesto agli studenti universitari che errori la politica non deve commettere di fronte a scene come quelle viste a Milano, scene di violenze, di devastazione.
Scrivete anche voi a [email protected]. I migliori testi degli studenti universitari saranno pubblicati (qui trovate tutti gli articoli degli studenti pubblicati in questi mesi)
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Ciò a cui abbiamo assistito questo fine settimana a Milano non ha a che fare con il conflitto sociale, ma con il puro saccheggio predatorio.
Ragazzi giovanissimi, chiamati a raccolta sui social e ispirati da quanto sta accadendo in Francia, hanno usato la piazza non per rivendicare diritti, ma come copertura per sfondare vetrine, depredare negozi e distruggere il lavoro quotidiano di chi alza la saracinesca ogni mattina.
La natura reale di questi episodi emerge con chiarezza dai capi d’accusa contestati: devastazione e saccheggio, reati che descrivono una furia distruttiva senza alcuna matrice politica.
Di fronte a questo scenario, la politica rischia di commettere due errori capitali e speculari.
Il primo è il tic del giustificazionismo: quel "condanno la violenza, ma…" con cui parte del centrosinistra finisce per nobilitare una razzia di sneaker come se fosse una ribellione contro le disuguaglianze. Liquidare il saccheggio come disagio sociale o reazione alla "violenza economica", per citare Ilaria Salis su La7, offende le centinaia di studenti e lavoratori che manifestano pacificamente contro il carovita e che sono i primi danneggiati da queste scorrerie.
Il secondo errore è l'illusione che la militarizzazione temporanea basti da sola. L’esercito in strada tampona l'emergenza, ma non esaurisce i compiti dello Stato: bande giovanili prive di qualsiasi legame civico chiamano in causa la crisi educativa, i modelli subculturali e, soprattutto, la certezza della pena per i minori.
Trattare l'ordine pubblico come un talk show è un lusso che il Paese non può permettersi.
Su legalità e sicurezza serve una convergenza nazionale matura che superi le mere speculazioni elettorali, per scongiurare che i centri urbani scivolino, questa volta davvero, nell'anarchia dell'impunità.
Leonardo Botta
Università di Genova
Università di Genova
Di fronte alle violenze di Milano, la politica rischia di trasformare il disordine in una rendita elettorale. Gli scontri diventeranno slogan, le vetrine distrutte argomenti da campagna elettorale, la paura uno strumento di consenso. Con le elezioni del 2027 all’orizzonte, la tentazione sarà cavalcare l’emergenza anziché prevenirla. Ma c’è una domanda che dovrebbe mettere in imbarazzo la classe dirigente: perché alcune proteste diventano un caso nazionale soltanto quando esplodono, mentre altre si consumano per mesi nell’indifferenza? Il Mezzogiorno conosce questa disparità. Le sue vertenze, le piazze attraversate dalla rabbia, le comunità che denunciano precarietà, disoccupazione e servizi insufficienti ricevono spesso qualche dichiarazione, una visita istituzionale, poi il silenzio. Come se il disagio meridionale fosse tollerabile finché non disturba davvero il Paese. Da Bari, questa contraddizione è impossibile da ignorare. Nel Sud, troppi giovani chiedono ciò che dovrebbe essere normale: lavoro dignitoso, trasporti efficienti, università accessibili, la possibilità di restare senza rinunciare al futuro. Quando le richieste cadono nel vuoto, la frustrazione si accumula. Non giustifica la violenza, ma denuncia una politica che pretende obbedienza senza saper costruire fiducia. Il paradosso è crudele: i giovani vengono celebrati nei discorsi e corteggiati durante le campagne elettorali, ma diventano una spesa rinviabile quando occorre investire sul loro futuro. Se partono, scompaiono dalle priorità; se protestano, diventano un problema di ordine pubblico. In entrambi i casi, la politica può evitare di ascoltarli. Ecco il rischio del 2027: usare Milano per alimentare la paura mentre le proteste meridionali continuano a morire nell’abbandono. C’è chi brandirà la sicurezza come una bandiera e chi invocherà le disuguaglianze senza tradurre le parole in interventi concreti. Nessuno dovrebbe poter spacciare la propaganda per governo. La legalità è indispensabile, ma lo è anche uno Stato che non si ricordi del Sud soltanto quando deve chiedergli voti, pazienza o silenzio. La classe politica non fallisce solo quando perde il controllo di una piazza: fallisce quando lascia che si svuoti, convinta che, senza telecamere, il problema non esista più.
Claudio Catucci
Politecnico di Bari
Politecnico di Bari
Davanti alle immagini delle proteste in corso in questi giorni in tutta Italia è difficile rimanere indifferenti: al di là delle ideologie e della simpatia o antipatia che si prova nei confronti di chi sciopera, è chiaro che siamo di fronte a un diffuso disagio sociale che attraversa il Paese, alimentato dalla sfiducia nei confronti delle istituzioni e da una tensione che si è accumulata nel tempo. E la tensione, quando esplode, quando degenera, rischia di cancellare la linea di confine tra protesta legittima e guerriglia urbana.
Il governo, (o meglio, la politica in generale), non deve fare l’errore di pensare che, dietro un modo di manifestare squallido e violento, vi siano delle problematiche e delle rivendicazioni altrettanto prive di valore; tutt’altro: il caro carburante, la questione abitativa, i salari che ristagnano da trent’anni sono temi drammaticamente concreti, che uniscono la stragrande maggioranza dei cittadini e dei lavoratori. Questi ultimi cercano, attraverso gli scioperi e le proteste, di far sentire la propria voce, ma sono mediaticamente oscurati da episodi come quelli di Milano. Il paradosso è che si finisce per dare molto spazio a chi non ha niente da dire (chi sfascia le vetrine e incendia i cassonetti non rivendica nulla di quanto scritto sopra, probabilmente non ha nemmeno contezza delle problematiche alla base delle manifestazioni) e pochissimo spazio a chi, invece, tenta disperatamente di far sentire la propria voce.
Resta da capire se il governo abbia realmente margine di manovra per aiutare i manifestanti o se i problemi di cui sopra sono il risultato di dinamiche economiche e rapporti di potere più grandi di noi e difficilmente controllabili; sicuramente non serve a nulla, se non a compiacere qualche elettore, creare “nuovi” reati ad hoc (che spesso non sono nuovi e altrettanto spesso sono di difficile applicazione). Servirebbero risposte più pragmatiche e meno simboliche, ammesso che ne esistano.
Roberto Petrulli
Università Mediterranea di Reggio Calabria
Università Mediterranea di Reggio Calabria