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A proposito del futuro del centro
Abbiamo chiesto agli studenti universitari di raccontarci che futuro può avere un centro fuori dalle coalizioni e uno nelle coalizioni
19 OTT 26

Foto LaPresse
Abbiamo chiesto agli studenti universitari di raccontarci che futuro può avere un centro fuori dalle coalizioni e uno nelle coalizioni.
Scrivete anche voi a [email protected]. I migliori testi degli studenti universitari saranno pubblicati (qui trovate tutti gli articoli degli studenti pubblicati in questi mesi)
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“Non mi sento a mio agio con questo, non c’è dentro coraggio, bellezza, serietà e amore a fare politica così”. Con queste parole, nell’estate del 2022, Carlo Calenda rompeva l’accordo con il PD per correre alle politiche con Italia Viva. Allora bastò l’ingresso di Alleanza Verdi e Sinistra per far crollare il palco.
Oggi, nell'ottobre 2026, un elettore centrista e liberal-democratico si troverebbe costretto a votare un minestrone social-populista, con derive ambigue in politica estera e sui valori occidentali, se i partiti di centro dovessero cedere all'illusione del “campo largo”.
La domanda da porsi è una: a quali condizioni è accettabile un simile compromesso sui propri valori?
Gli accordi elettorali, oltre che sulla nobile ricerca di un’ideologia comune — impercettibile tra Bonelli e Marattin —, nascono per due motivi pragmatici: le regole del gioco e il nemico comune.
Sul primo punto, la nuova legge elettorale ("Stabilicum") fissa uno sbarramento al 3% — alla portata del centro, anche alla luce dei sondaggi — e un premio di maggioranza al 42%. Se gli elettori fossero meri numeri, si potrebbe sostenere che basti unire più partiti per sommarne i voti. Ma non essendo così — soprattutto per un elettorato esigente e integro come quello di centro —, questo ragionamento cade del tutto. Farsi inglobare significherebbe tradire i propri ideali solo per regalare più seggi ad alleati occasionali.
Sul secondo punto, nel 2019 l'alleanza tra PD e M5S fu giustificata con la necessità di scongiurare i “pieni poteri” a Salvini. Ma oggi, pur con tutti i gravi limiti del governo Meloni e politiche che sembrano più spot pubblicitari che riforme strutturali, quale elettore di centro può davvero credere che un esecutivo a trazione M5S-AVS possa attuare riforme più attinenti alle sue idee e migliori per il Paese?
Per questo la scelta del centro dev'essere quella di schierarsi fuori dal campo largo e presidiare le proprie posizioni, anche a costo di rinunciare a qualche seggio. Azione, Partito Liberaldemocratico, Italia Viva e +Europa, uniti in un unico blocco, scaccerebbero il timore del "voto utile", diventando un’alternativa credibile alle due coalizioni. Non serve raggiungere il 42% per essere decisivi. “
Gianluca Lorigliola
Luiss Guido Carli
Luiss Guido Carli
Da quando ho iniziato a seguire la politica italiana e a studiarne le caratteristiche, ho sempre nutrito un vivo interesse verso il grande partito di centro che, a mio avviso, ha reso grande l’Italia: la Democrazia Cristiana. Mi riconosco infatti nei valori del cristianesimo democratico, dell’europeismo, del riformismo e rifuggo da ogni forma di estremismo.
Sono fortemente convinto che, alla luce degli attuali schieramenti in campo, il centro debba collocarsi al di fuori del "campo largo" per diversi motivi. In primo luogo vi è una ragione di identità politica che in una coalizione necessiterebbe di scendere a compromessi data l’eterogeneità delle componenti della stessa. Un centro autonomo potrebbe idealmente rappresentare una concreta alternativa liberale, riformista e popolare all’attuale bipolarismo.
In secundis va dato atto della possibilità di sviluppare un più coerente programma elettorale tra partiti aventi una radice comune: in particolare sull’energia, sulla politica estera e sull’Europa, senza la necessita di mediare su temi di cruciale importanza come il sostegno militare all’Ucraina, argomento tra i più divisivi per il c.d. “campo largo”.
In tempi di elevato astensionismo ritengo altresì necessario dare voce a quella componente moderata, cattolica e liberale del nostro Paese che non si riconosce nell’attuale proposta politica e pertanto è più incline a disertare le urne.
Appare evidente un affollamento di partiti e movimenti afferenti all’area centrista. Il pluralismo e il dialogo siano la bussola per un’unità autentica che possa concentrarsi su pochi punti programmatici, ma strategici per il Paese.
È il tempo di riportare “la persona” al centro di ogni decisione governativa nel solco della Costituzione e del lavoro di grandi statisti come De Gasperi e Moro. Riorganizzare il centro è possibile e auspico che ciò possa giovare all’Italia.
Rocco Pio Carriero
Università Cattolica del Sacro Cuore
Università Cattolica del Sacro Cuore
Rispondo alla vostra domanda posta agli universitari: ritengo che, oggi, abbia molto più senso votare un centro che si collochi fuori dalle grandi coalizioni.
Viviamo in un'epoca politica e sociale dominata dallo scontro perenne. La polarizzazione estrema ha semplificato i problemi complessi, trasformando il dibattito pubblico in una perenne campagna elettorale dove l'obiettivo non è risolvere le crisi, ma delegittimare l'avversario. Questo binarismo forzato non è solo stancante, ma sta diventando un vero e proprio rischio sistemico per la tenuta delle nostre istituzioni.
In questa corsa agli estremi, stiamo dimenticando un principio fondativo: "la democrazia non è semplicemente la vittoria di una fazione sull'altra, ma è innanzitutto l'arte del compromesso. È la fatica, a volte impopolare, di trovare una sintesi costruttiva tra istanze diverse e apparentemente inconciliabili".
Se il centro sceglie di fondersi a priori in un "campo largo", perde automaticamente la sua funzione. Diventa ostaggio dei ricatti delle ali più radicali della coalizione, costretto ad annacquare le proprie riforme pur di mantenere in piedi alleanze nate quasi esclusivamente "contro" l'avversario di turno. Un centro subalterno in una coalizione polarizzata non modera nulla; diventa solo un irrilevante portatore d'acqua.
Al contrario, un centro forte e strutturato fuori dalle coalizioni recupera la sua funzione democratica vitale. In un momento in cui tutti urlano, un polo indipendente si ferma e ragiona. Sottraendosi alla logica del "tifo da stadio", costringe le altre forze politiche a misurarsi sui contenuti, sui numeri e sulla realtà dei fatti, smorzando i populismi.
Paolo Fea
Politecnico di Torino
Politecnico di Torino
Analizzo la politica con l’abitudine a cercare coerenza interna e linearità nei sistemi. È proprio questa prospettiva che mi porta a credere fermamente nella necessità di fondare un centro politico del tutto autonomo, situato all’esterno delle attuali coalizioni e ben lontano dall’equivoco del cosiddetto “campo largo”. Il centro non può e non deve ridursi all’ala moderata di un’alleanza eterogenea, ma ha il dovere di strutturarsi come un’alternativa autonoma, sia sul piano economico sia su quello sociale, nei confronti tanto dell’attuale maggioranza di governo quanto di un’opposizione frammentata.
L’alleanza di centrosinistra dimostra quotidianamente la propria incapacità di sintesi sui dossier più strategici. La politica estera ne è l’esempio lampante: su europeismo, atlantismo e crisi internazionali convivono anime tra loro inconciliabili. Questa paralisi si riflette sui temi cruciali per i giovani: dalla modernizzazione del mercato del lavoro al merito, fino all'unitarietà necessaria sulla crescita salariale — tra le più lente d'Europa — che alimenta la costante fuga delle nostre migliori energie. Pensare di riformare dall’interno un perimetro così variegato è un’illusione: si finisce soltanto per annacquare ogni proposta riformista in compromessi al ribasso.
Un centro indipendente serve a spezzare la polarizzazione tra populismi e conservatirismi. Deve farsi promotore di ricette economiche pragmatiche, fondate su sviluppo, attrattività degli investimenti e sostenibilità del debito pubblico, affiancate da politiche sociali volte a garantire opportunità reali e mobilità, non mero assistenzialismo. Per la mia generazione, stanca di slogan e coalizioni di pura convenienza elettorale, costruire una casa autonoma per i riformisti non è soltanto una scelta di coerenza ideologica, ma l’unica strada per dare al paese un futuro solido e moderno.
Andrea Nelli
Università di Pisa
Università di Pisa
La mia risposta sarà breve e diretta, ha senso votare il centro SOLO fuori dalle coalizioni, perché chi vota "il centro", almeno personalmente, lo fa perché crede che le 2 coalizioni non abbiano nessuna capacità né abilità politica per governare il paese nei prossimi anni, un paese che ha bisogno di riforme profonde, di una nuova prospettiva, e soprattutto di una nuova classe politica all'altezza di governarlo e salvarlo dai populismi in grado solo di produrre danni. A mio avviso il centro ha il solo ed unico scopo di proporre un'alternativa a questo sistema marcio e senza idee, tutto il resto non ha alcun senso. Se avessi voluto vedere di nuovo Meloni o Conte a Palazzo Chigi avrei votato direttamente loro, ma visto che non lo voglio la mia unica possibilità sarà quella di scegliere un'alternativa fuori dai poli della discordia.
Riccardo Cantoni
università di Pisa
università di Pisa
Disprezzo Giorgia Meloni, quindi voglio che non vinca il centrodestra, e non mi riconosco in nessuno dei 3 grandi partiti del campolargo? Allora risulta non solo logico, ma quasi necessario, votare il “centro” del centrosinistra. Di contro se ritengo che questo debba rimanere puro, senza prestare il fianco a nessuno, coerente con le proprie idee: allora ha senso non dare il mio voto al campolargo.
La precedente analisi non era certamente esaustiva, nondimeno ha posto le basi per il ragionamento che segue. Il quale dovrà necessariamente implicare un breve passaggio sulla legge elettorale.
Lo Stabilicum, infatti, essendo un proporzionale puro - se nessuno raggiunge il 42% - fornisce una fotografia del Paese rappresentando anche i partiti più piccoli, a patto che questi superino la soglia di sbarramento. E alla luce degli ultimi sondaggi, tenendo quanto appena detto in mente, risulta evidente che i partiti di centro non federati - e fuori da entrambi i poli - abbiano scarse probabilità di entrare in parlamento. Cosicché appare cristallino come un voto per un centro fuori dal campolargo sia un voto fuori dal parlamento. Sostanzialmente un voto sprecato.
Quindi l’elettore che non vuole sprecare il proprio voto: deve riversare su un comportamento enunciato da Montanelli nel ’76, che ai nostri giorni si trasformerebbe in “turatevi il naso e votate campolargo".
In gergo politologico questa espressione viene definita “voto strategico”. Che appunto prevede puro cinismo e calcolo elettorale. Somme e sottrazioni eseguite con calcolatrice, per non commettere errori e regalare un’altra legislatura tra i banchi del governo a Giorgia Meloni e il suo entourage.
Il centrosinistra sotto questo aspetto, con le interminabili aggregazioni attorno al nocciolo duro di partitini minori, risulta essere un campo d’attrazione naturale a certi contegni elettorali.
Tuttavia tali elettori devono essere pronti a non vedere realizzate le promesse dei partiti moderati, in quanto figlie di un dio minore, sorpassate in partenza da quelle dei fratellastri.
Gabriele Barbone
Università Cattolica
Università Cattolica