A proposito del 7 ottobre

Abbiamo chiesto agli studenti universitari cosa abbiamo dimenticato, troppo in fretta, sul 7 ottobre

12 OTT 26
Immagine di A proposito del 7 ottobre

Foto Ap via LaPresse

Abbiamo chiesto agli studenti universitari cosa abbiamo dimenticato, troppo in fretta, sul 7 ottobre
Scrivete anche voi a [email protected]. I migliori testi degli studenti universitari saranno pubblicati (qui trovate tutti gli articoli degli studenti pubblicati in questi mesi)
* * *
"Se l’Occidente, l’Europa, l’Italia volessero, nel corso delle tribolazioni che tanto turbano il loro quieto vivere, guardarsi indietro a quella lontana giornata di tre anni fa, non distinguerebbero, appesantiti dalla miopia, neppure più le forme, come in una foto dimenticata al sole per troppo tempo. La verità forse è che i protagonisti di quel 7 ottobre noi non riuscivamo a vederli nemmeno quando stavano davanti a noi, riversi a terra, sotto il sole, chi con un buco in fronte, chi con la gola tagliata, gli occhi vitrei di paura e le ginocchia contorte. Le vittime, non tumulate in dei palazzi o riverse in una trincea, ma sulle strade, nei giardini, già allora erano troppo esposte per essere intercettate dal nostro occhio critico (che sempre vuole scavare nel profondo del terreno, ma mai riesce ad osservarne la superficie). I video di quel pogrom, per rispetto delle vittime, sono stati resi pubblici più di un anno dopo quando l’uomo occidentale per il suo quieto vivere già aveva dovuto dimenticarne l’orrore e quindi già aveva perso interesse nell’indagarlo. Per tutti, quelle vittime, sono rimaste un numero, un valore, utile ad essere confrontato, mitigato con altri numeri di altre vittime; quello che quel numero non può raccontare sono le risate dei carnefici che macellavano uomini, donne e bambini, le mutilazioni delle vittime usate a guisa di trofeo, la celebrazione della morte violenta. La violenza ha però riacceso nelle cosiddette belle anime quel sentimento penitente di tradizione cristiana per cui l’uomo europeo ha il dovere di sentirsi in colpa della sua esistenza, ed ecco che la Palestina è diventata la patria dei santi eroi che combattono il peccatore originale: l’uomo (ebreo) che vive all’occidentale. Quello che oggi pensiamo di aver dimenticato, non lo abbiamo nemmeno mai visto; la violenza che quel giorno ha preso alla sprovvista più di mille persone noi non siamo in grado di sentirla; il giudizio, quello invece non comporta difficoltà e per questo, nell’epoca dell’efficienza, è ciò che meglio ci riesce. Da quel giorno la spirale di violenza ha perso ogni tipo di limite e noi ci siamo divertiti, tra una gita al mare ed un pranzo al ristorante, ad intonare cori da stadio a supporto di una o dell’altra fazione, pensando come sempre a ripulire i nostri panni con le sofferenze altrui. L’insegnamento che il 7 Ottobre poteva darci è ormai perso nelle pieghe del tempo e penso purtroppo che nessuno se ne interessi molto."
Filippo Alberto Pirchio
Università commerciale Luigi Bocconi
Alle 6:29 del 7 ottobre 2023 iniziava la più sanguinosa caccia all’ebreo dal 1945. 
Di quel giorno, che resta una ferita insanabile per Israele, l'Occidente ha scelto di dimenticare quasi tutto.
Ci siamo dimenticati del grido di chi abbatteva le barriere tra Gaza e Israele, con la sete di sangue, per andare ad uccidere ragazzi innocenti: non era “Free Palestine”, ma un fanatico “Allahu Akbar”, perché a loro della causa palestinese non è mai importato nulla. 
Ci siamo dimenticati dei razzi sparati contro le ambulanze che disperatamente cercavano di portare in salvo i feriti. 
Ci siamo dimenticati degli automobilisti braccati lungo la Route 232, fatti scendere dalle vetture e freddati sull’asfalto. 
Ci siamo dimenticati di Aner Shapira, 22 anni, che dentro una migunit ha afferrato e rilanciato indietro a mani nude le granate scagliate dentro dai terroristi per salvare decine di sconosciuti, prima di cadere colpito dall'ottava. 
Ci siamo dimenticati di Shani Louk, ventiduenne tedesco-israeliana, ripresa esanime, seminuda e a faccia in giù sul cassone di un pick-up guidato da miliziani armati attraverso le strade di Gaza, mentre una folla attorno esultava e le sputava.
Ci siamo dimenticati delle famiglie sterminate nei kibbutz.
Ci siamo dimenticati, soprattutto, della natura di quell’orrore. E lo abbiamo fatto per comodità: cancellare la causa è indispensabile per poter processare solo l'effetto. Rimuovere il pogrom permette alla cattiva coscienza occidentale di rovesciare la realtà, trasformando chi si difende nell'unico colpevole e riducendo una democrazia aggredita a bersaglio di un moralismo a senso unico.
A chi oggi pontifica con il dito puntato contro Israele andrebbe posta una sola domanda: cosa avrebbe fatto qualunque altro Stato sovrano se si fosse trovato a contare oltre mille morti innocenti in un solo mattino, violato al cuore da un massacro che, per incidenza demografica, è valso cento volte l'11 settembre?
Leonardo Botta
Università di Genova
Tante cose. Fin troppe da riuscire a farle entrare in un elenco, ed a quanto pare - in quanto dimenticate - nessuna con una carica emotiva o razionale tanto forte da rimanere impressa nella memoria. 
Ci siamo dimenticati delle barbarie commesse dai terroristi di Hamas ai bambini ed alle donne, abbiamo lasciato andare alla dimensione dell’oblio il senso di terrore costante con il quale i cittadini di Israele convivono; senza parlare dell’agonia provata dai familiari delle vittime - ed ancor più degli ostaggi, che hanno dovuto convivere con un senso di vuoto che a parole risulta inspiegabile. 
La lista certo non si ferma qui, ma come detto in precedenza: sono fin troppe da riuscire ad inserirle in 2000 battute.
Tuttavia vorrei attirare la vostra attenzione sul punto che ritengo fondamentale. Più di tutto ci siamo dimenticati di quella promessa che ci facemmo a seguito della seconda guerra mondiale. Di quel “mai più” che ad oggi riecheggia come un eco solitario e straziante solo all’interno dei libri di storia. Perché nelle piazze, nelle manifestazioni pro-hamas, nei salotti dei più grandi atenei del mondo quelle due parole, cariche, piene di forza e carattere universale, lasciano il tempo che trovano. Ovvero nessuno. 
Abbiamo smarrito la bussola del buon senso. Confuso l’aggressore con l’aggredito, il cacciatore con la preda. 
Poi quando questo non è bastato: ci siamo raccapricciati dinanzi ad una preda che anziché attendere inerme la propria fine, reagisce. 
E si badi bene a non confondere la critica - sacrosanta - dei metodi e degli sbagli commessi in attuazione di tale risposta; con la sistematica giustificazione del pogrom di Hamas e lo sdoganamento di una nuova battuta di caccia. Questa volta su scala mondiale. 
Pitigrilli, pseudonimo di Dino Segre, scriveva delle parole profetiche nella propria autobiografia: “si nasce incendiari e si muore pompieri”. Ecco, noi ci siamo scoperti il contrario. 
Siamo passati dallo spegnere piccoli focolari, a bruciare foreste intere. 
Gabriele Barbone
Università Cattolica
 
C’è un paradosso inquietante nel modo in cui l’Occidente ha metabolizzato il 7 ottobre: abbiamo dimenticato anzitutto chi è stato ucciso e da chi.
Abbiamo dimenticato che molte delle vittime appartenevano a comunità laiche e storicamente progressiste, impegnate in iniziative di solidarietà verso i civili palestinesi. Qualche attimo dopo erano corpi massacrati, vittime di ferocia, carne da macello di cui fare scempio. Perché sì, a colpire non fu soltanto il fatto, ma anche le modalità. Abbiamo dimenticato la natura di Hamas: un’organizzazione terroristica che inquadra veri e propri tritacarne accecati dal fanatismo, quanto di più lontano ci sia dai principi di umanità e libertà a cui si appella chi ricorda solo le vittime palestinesi.
Il problema, allora, non è soltanto ciò che abbiamo dimenticato, ma perché abbiamo avuto bisogno di farlo. Chi in questi anni ha monopolizzato il dibattito ci ha sempre riportato la questone israelo-palestinese secondo il paradigma dell'oppressore e dell'oppresso, nel quale le grida strazianti delle donne stuprate e mutilate, i volti dei bambini disperati e la crudeltà dei miliziani diventano dettagli scomodi. I diritti umani vengono chiamati all’appello solo quando confermano una determinata lettura politica. L’opposizione a Israele ha finito per essere la ghiotta epitome delle lotte del nostro tempo: l’anticapitalismo, l’antimilitarismo, le teorie della decrescita e un antioccidentalismo di ritorno. Abbiamo dimenticato il 7 ottobre perché ammettere che l’"Occidente capitalista" potesse subire il male significa dover rinunciare alla retorica stantìa secondo cui esso ne sia l’unica origine.
Ilaria Patteri
Università di Cagliari