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Riarmo o diserzione? A proposito del futuro dell'Europa
Abbiamo chiesto agli studenti universitari se a loro avviso l'Europa deve andare più nella direzione della difesa rafforzato, e del riarmo, o del disarmo e della diserzione
21 SET 26

Foto Ap via LaPresse
Abbiamo chiesto agli studenti universitari se a loro avviso l'Europa deve andare più nella direzione della difesa rafforzato, e del riarmo, o del disarmo e della diserzione.
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Insistere o meno sulla cultura della diserzione è comunque deleterio perché la questione è totalmente mal posta. La distinzione fondamentale è circa la natura della guerra. Ci sono due tipologie di guerra, opposte e compresenti tra loro, quella di conquista e quella di difesa. Fare finta di non vedere questa enorme differenza significa non essere onesti. Le istituzioni ci ricordano, qualora non dovesse bastare la propria coscienza, che la guerra produce morte, dolore e disperazione e perciò non può essere preferita al dialogo e alla diplomazia. La guerra da noi ripudiata è quindi quella di conquista, frutto della brama di espandersi e di dominare tramite l'uso delle armi. Ma poi c'è l'altra guerra, quella che solo un pazzo può precludersi di fare, cioè quella difensiva. Ora, parlare di diserzione laddove non vi è guerra è superficiale ed errato, denota una mancanza di temi e di progettualità politica, ma farlo entro un orizzonte culturale dove la guerra di aggressione è inconcepibile rischia di produrre un equivoco pericoloso. Cioè quello di non distinguere l'azione dalla reazione, e di dimenticare, e questo è un trend, che ai diritti corrispondo dei doveri. Per me esiste un guerra giusta, ed è quella fatta non per scelta ma per necessità di sopravvivere, è quella che stanno combattendo gli ucraini, che noi stiamo aiutando. La nostra solidarietà economica e morale è dettata proprio dal ripudio della guerra stessa, dal fatto che noi non vogliamo combattere e al tempo stesso non vogliamo che nessuno venga conquistato. Farebbe bene il centro-sinistra a sgomberare il campo da finte velleità pacifiste, e non parlare di diserzione a chi la guerra fortunatamente, almeno per ora, la vede dal divano.
Alberto Caccia
università di Genova
università di Genova
Un partito di centrosinistra dovrebbe insistere meno, molto meno, sulla cultura della diserzione. Non per prudenza elettorale, ma perché chi si candida a governare deve saper dire chi difenderà la Repubblica, se un giorno servirà.
Il primo equivoco è costituzionale. L'articolo 11 ripudia la guerra come offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo per risolvere le controversie internazionali. Non ripudia la difesa: poco più avanti, l'articolo 52 la chiama "sacro dovere del cittadino". Chi invoca la Carta per legittimare la fuga ne legge solo metà.
Il secondo è storico. I partigiani non si sottrassero a una scelta: scelsero per quale Italia combattere, e lo fecero con le armi, accanto agli Alleati. Da quella scelta è nata la Repubblica. Farne un modello di diserzione rovescia il senso della Resistenza.
Il terzo, il più serio, è politico. Una difesa che vale o non vale a seconda di chi siede a Palazzo Chigi smette di essere un dovere comune e diventa un'arma di parte. Nessun partito di governo può permetterselo, né può insegnare a una generazione a sentirsi estranea allo Stato che dovrebbe, un giorno, guidare.
Si dirà: la leva non c'è più, nessuno chiama alle armi. Vero. Ma il punto non è la cartolina precetto, è che cosa un partito insegna alla sua classe dirigente di domani, mentre sul fianco orientale della Nato i nostri caccia intercettano droni russi. Resta la pace. Non arriva quando uno solo dei contendenti depone le armi, arriva quando l'aggressore capisce che attaccare non conviene. Si costruisce, e se qualcuno sceglie la forza si difende anche con la forza. Un centrosinistra europeo, erede del Lingotto più che dei cortei, dovrebbe saperlo, invece di piegare la Costituzione alle esigenze di un'alleanza con chi su Mosca resta ambiguo. La pace è una cosa seria. Per questo non la si affida ai disertori.
Filippo Pamieri
università di Bologna
università di Bologna
“Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi”. Sono bastate queste parole sgangherate per catalizzare l'attenzione politica su Virginia Libero, segretaria dei giovani dem, rea di averle pronunciate durante un intervento, che forse sarebbe più opportuno definire "comizio", dal palco della Festa dell'Unità di Reggio Emilia. La 28enne, veneta d'origine, è corsa ai ripari precisando che la sua "chiamata" alla diserzione non riguarda Kyiv, che anzi va sostenuta militarmente, come da linea di partito. C'è però chi ha colto l'occasione per soffermarsi, forse pretestuosamente, sulla parola "disertori" da lei usata, ormai al centro del dibattito. È lecito chiedersi se una ragazza di 28 anni, cresciuta in un certo attivismo da slogan e ora a capo di un organo giovanile, si sia fatta ingolosire da un contesto autoreferenziale e talvolta radicale, terreno fertile per qualche nota di fanatismo stentato. Forse, più semplicemente, cercava di esaltare l'ego dei presenti con un certo linguaggio populista. Però, "le parole sono importanti", direbbe un suo "compagno" ben più illustre. Il vero nodo riguarda proprio la sinistra e il suo rapporto con la "diserzione". L'obiezione di coscienza appartiene alla sua storia politica recente e c'è chi la rivendica per prendere le sue difese. In questo caso però è plausibile che si riferisse proprio alla situazione in Ucraina, che da tempo lascia una parte dell'elettorato insofferente per le modalità in cui l'Italia vi partecipa. Libero ci ha mostrato una faccia di Paese che esiste e con cui dovremmo fare i conti il prima possibile. Quella sempre più ambigua, o peggio, ammiccante verso le autocrazie anti-occidentali, che usa il pacifismo come alibi. E allora dovremmo domandarci, anziché soffermarci sulle questioni di forma e brandirci a vicenda la Costituzione, cosa stiamo facendo per spiegare alla popolazione che quella guerra riguarda anche e soprattutto noi e il futuro della nostra Nazione e "disertare" significherebbe consegnarci
Ilaria Patteri
Università di Cagliari
Università di Cagliari
Con le parole pronunciate da Virginia Libero, segretaria dei Giovani Democratici, la crisi d'identità del Partito Democratico ha toccato il suo culmine. Dal palco della festa dell’Unità di Reggio Emilia, ha infatti tuonato: "Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un conflitto, alle armi andateci voi, perché noi organizzeremo i disertori".
La retorica della delfina di Schlein è miope per almeno due ragioni. Innanzitutto, scambia la difesa con il bellicismo: l’Europa non prepara invasioni, ma si attrezza per proteggere i propri confini di fronte a un orizzonte atlantico sempre più incerto. Un’autonomia strategica che paradossalmente dovrebbe entusiasmare persino gli orfani dell’antiamericanismo, oggi impegnati a trasformare un partito nato a vocazione atlantista in un satellite dei centri sociali.
In secondo luogo, una difesa comune è il presupposto ineludibile per qualunque vera integrazione federale, da sempre bandiera storica dell'europeismo democratico.
Rincorrere il pacifismo d'accatto e le ambiguità filorusse del Movimento 5 Stelle regalerà qualche consenso facile sulle piattaforme digitali, ma disperde definitivamente le origini del Nazareno. E che dire dei riformisti? Accetteranno senza colpo ferire che a dettare la linea del centrosinistra sia Conte?
La crisi d’identità del Nazareno si misura qui: aver barattato la cultura di governo e l'europeismo maturo con un finto pacifismo a buon mercato, solo per mascherare l'incapacità di fare i conti con la realtà.
La risposta al vostro quesito è quindi un no senza riserve: il centrosinistra trovi il coraggio di rifiutare il riflesso condizionato del populismo.
Non si tratta di marciare verso la guerra, ma di assumersi la responsabilità adulta di difendere la democrazia europea e la sua libertà.
Leonardo Botta
Università di Genova
Università di Genova