L'11 settembre visto da chi non c'era

Abbiamo chiesto a chi non era nato l'11 settembre del 2001 di spiegarci cosa è stato, per loro che non lo hanno visto, l’undici settembre

11 SET 26
Ultimo aggiornamento: 14:53
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Foto Ap via LaPresse

Abbiamo chiesto a chi non era nato l'11 settembre del 2001 di spiegarci cosa è stato, per loro che non lo hanno visto, l’undici settembre.
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L’11 settembre 2001 per i nostri genitori, i genitori di tutte quelle persone che non erano ancora nate, significa molto. AnziLorenzonimo.Carliavia quest’importanza con il passare delle generazioni si sta affievolendo. La fiamma del ricordo si sta spegnendo. Per uno studente di scienza politica - come il sottoscritto - questo giorno è ricordato con livore e amarezza: come il via libera mondiale alla caccia contro occidentali in tutto il mondo, anche a casa loro. Ma non è così per tutti. Alcuni non sono neppure consci dell’accaduto, o delle rivoluzionarie conseguenze che continuiamo a pagare tutt’oggi, altri ancora, in un eversivo tentativo di minimizzazione, provando a giustificarlo e sminuirlo.Trovandomi a chiacchierare con studenti provenienti da altri corsi, mi sono reso conto di una cosa: o esiste veramente la magia e qualcuno ha utilizzato l’incantesimo “damnatio memoriae” per farci dimenticare l’accaduto, oppure Noi occidentali negli ultimi decenni siamo diventanti talmente autolesionisti da credere che la colpa di quell’evento - come del resto tutti i mali del mondo - è nostra e quindi non sia meglio trascurare.  Tutto sembra essere scomparso. O peggio, dimenticato volontariamente. Quella dirompete carica emotiva che portò con se, le grida delle migliaia di persone bruciate vive o schiacciate dalle macerie; per non parlare di coloro che con un estremo gesto di disperazione si buttarono nel vuoto da oltre 400 metri: tutto questo ora non vive più nella memoria collettiva, ma solo nella memoria dei famigliari e di coloro che erano presenti e coscienti all’epoca. D’altro canto come possiamo pretendere che i giovani d’oggi ricordino tale disgrazia quando categorizzano la società occidentale come il male supremo, giustificando tutti i soprusi e gli attentati islamici nei confronti dell’Occidente perché “se lo merita” o “se l’è cercata”. Quindi attenzione a dare per scontato il significato che l’11 Settembre 2001 porta con se. Perché per molti giovani, che non l’hanno vissuto, questa è al pari di una data qualsiasi. 
Gabriele Barbone
Università cattolica del Sacro Cuore 
 
25 anni fa non solo l’America, ma l’Occidente tutto, usciva ufficialmente dalla grazia dei ’90, dalla bambagia da serie tv d’oltreoceano e dall’idea di essere senza nemici e accettati da tutti, ora che il fantasma sovietico aveva più le sembianze di una tigre di carta che di una “cortina di ferro”. Per chi, come chi scrive, è troppo giovane per ricordare la famiglia in apprensione riunita di fronte allo schermo della tv, quel giorno di 25 anni fa è un fatto di storia, quasi distopico, talmente potente da sconvolgere un’intera generazione. L’impatto reale si misura nella scomparsa delle certezze che avevano retto il decennio precedente. La convinzione che la democrazia liberale potesse espandersi per pura forza d’inerzia ha trovato lì il suo capolinea. Il crollo delle Torri Gemelle ha bruscamente reinserito la vulnerabilità, la forza militare e l’attrito ideologico al centro delle relazioni internazionali.Per chi è cresciuto dopo quel settembre, il mondo privo di nemici appartiene all’archeologia politica. La realtà ordinaria è sempre stata quella di un sistema internazionale frammentato, segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze e dalla inesorabile erosione del multilateralismo. I lunghi interventi armati in Medio Oriente hanno progressivamente consumato la fiducia nella capacità di esportare istituzioni e modelli di vita, lasciando sul terreno equilibri instabili e un diffuso affaticamento strategico.Allo stesso tempo, la gestione del rischio ha ridefinito lo spazio pubblico delle democrazie. L’apparato di sicurezza, introdotto allora con criteri di emergenza straordinaria, si è trasformato nella prassi della vita civile. A distanza di venticinque anni, quel passaggio storico appare come il punto di chiusura di una parentesi eccezionale. Ha riportato l’Occidente alla sua condizione storica consueta: una costruzione politica chiamata a difendere i propri principi con risorse finite, realismo strategico e la consapevolezza che nessuna stabilità è acquisita per sempre.
Giovanni De Carli
Università di Padova
   
In quella data di 25 anni fa, io non c’ero. Eppure è come se ci fossi stato, come se fossi lì, esattamente sotto il primo aereo ingabbiato nella Torre Nord. E poi il secondo. E poi tutto giù. Cala il buio e scende la cenere, creando dappertutto una patina di cui ancora oggi fatichiamo a liberarci. L’11 settembre è la fine e l’inizio. La fine di un mondo lento, analogico, nato dalle rovine di due conflitti mondiali, ma che ha saputo rinascere per ridare ai nostri genitori un futuro fatto di sogni e desideri. È la fine dell’ottimismo e della fiducia, è la fine della pace. Quel fumo, misto di detriti, carta bruciata e, forse, amianto, ha seppellito la Grande Mela e le speranze di una generazione cresciuta con il mito del 9 novembre 1989. Le macerie del muro di Berlino, e con esse i sogni, sono state sepolte dalle ceneri più nere e mortali di New York. Quel boato ha risvegliato i nostri padri da un bellissimo sogno: tutto era cambiato, ma se ne sarebbero accorti poco dopo, osservando le conseguenze, lunghe nel tempo, di quel giorno. Quelle della furia nichilista del terrore e, subito dopo, gli errori di una risposta occidentale che in Medio Oriente ha lasciato ferite aperte, sangue e macerie. Con la fine della Guerra Fredda si pensava fosse finita la Storia, che l’apice dell’evoluzione fosse stato raggiunto. Si sbagliavano. L’11 settembre è stato l’inizio: inizio della fine. C’è chi definisce i nostri giorni come un periodo di policrisi: un contesto di crisi continue, concatenate, che si alimentano a vicenda. Tutti i mali vengono da lì, da quello scossone brusco e improvviso, o forse da come noi abbiamo deciso di rispondere a quel risveglio, a cosa abbiamo fatto dopo e a come lo abbiamo fatto. Quella coltre di fumo nero e ceneri ha sepolto tutto. E noi oggi siamo ancora qui a spazzare, lentamente, con la speranza che, un giorno, si possa veder nascere un fiore da sotto quello strato, figlio delle macerie del muro di Berlino. D’altronde, si sa, anche la cenere è concime. 
Pierpaolo Carmine Beccarisi
Luiss Guido Carli e Université Libre de Bruxelles 
    
L’11 settembre, per chi non l’ha vissuto, è soprattutto un racconto sull’eredità che ci ha lasciato, alterando per sempre una parte della cultura occidentale. Se chiedo ai miei genitori di ricordare il 2001, ricordano prima di tutto le Torri Gemelle, non il G8 di Genova, avvenuto poche settimane prima. Il racconto che ricordo io parte da un concetto: la vendetta.Ero piccina e già conoscevo parole come kamikaze, islamico, guerra al terrorismo. E poi Afghanistan e Iraq: luoghi di di conflitto lontani, vissuti però come guerre di tutti noi. Ecco la prima eredità: chiarire che io facevo parte di un “noi” e che esisteva un “loro”, questi due elementi erano legati dal fardello dell’uomo bianco. Un’idea primitiva che ha ritratto il mondo musulmano attraverso la minaccia del terrorismo. Venticinque anni dopo vorrei poter dire che quella distanza si sia ridotta.La seconda eredità sta nella svolta securitaria. Erano gli anni dei movimenti no global, della critica alle lobby, ai mercati finanziari e a un potere sempre più sottratto ai governi. Combattere una minaccia restituì forse allo Stato una funzione visibile: proteggerci. E con essa l’illusione che i governi stessero ancora lavorando per noi.Infine, l’11 settembre ha spostato la soglia di ciò che era politicamente ammissibile in nome della sicurezza. Appena 45 giorni dopo l'attentato al Torri, arriva il Patriot Act, simbolo di un paradigma che non ha più smesso di espandersi: l’idea che più informazioni lo Stato raccoglie, più saremo al sicuro. Le politiche antiterrorismo hanno messo sotto tensione adeguatezza, necessità e proporzionalità nell’uso dei dati e nella sorveglianza.Oggi le informazioni raccolte su di noi hanno raggiunto proporzioni allora impensabili, tra internet, piattaforme digitali e intelligenza artificiale. e forse è troppo tardi per lamentarsene. Per chi non c’era, dell’11 settembre ricorda questo: gli eventi passano, mentre gli strumenti creati durante le emergenze troppo spesso restano.
Denise Lorenzoni
Università degli studi di Trieste
   
Nonostante i “soli” 25 anni passati, l’11 settembre appare oggi, per buona parte della mia generazione, come un evento lontano e oscuro, privo di quella carica emotiva e dell’imprescindibilità storica che le generazioni più anziane gli hanno attribuito. I motivi di questa “disaffezione” rispetto all’attacco al World Trade Center sono diversi e vanno rintracciati, in primo luogo, nella grande abitudine all’assurdo che si è consolidata nelle giovani generazioni, tramite il bombardamento visivo quotidiano dei social media e, in generale, alla continua sollecitazione celebrale da parte di contenuti audio visivi violenti e catastrofici, non ordinari. Se per le generazioni passate l’11 settembre fu il primo grande attentato esplosivo ad essere ripreso e diffuso in tempo reale, per i “giovani” è solo un frame, l’ennesimo video di un evento catastrofico – oltretutto di scarsa qualità visiva.Una diversa considerazione riguarda il significato politico dell’11 settembre, che ha profondamente mutato la considerazione degli Stati Uniti e, in generale, della globalizzazione. Mentre per le generazioni che lo hanno vissuto coscientemente l’attentato rappresentava la messa in discussione dell’Occidente e dei suoi valori e la distruzione della tanto sperata “fine della storia”, per la generazione Z l’attacco alle Twin Towers non è stato un incidente della storia, un avvenimento destinato a cambiare radicalmente la comune percezione del mondo, ma un punto d’inizio. I nati nel duemila non hanno mai conosciuto il sogno americano ed il boom economico o gli anni ’80,  senza dubbio i momenti più felici dell’ordine internazionale a trazione americana, non sperimentando mai sulla propria pelle e nelle proprie vite il vento di progresso e benessere proveniente dall’America. In questo frangente si può rintracciare, a mio avviso, l’imperversare di un anti-americanismo trasversale che caratterizza la generazione Z, dalla destra alla sinistra. Non avendo mai conosciuto la grande crescita portata dal sogno americano in Europa dunque, i giovani hanno conosciuto gli US tramite l’11 settembre, le guerre in Afghanistan ed Iraq, lo smisurato e temibile progresso tecnologico che, a differenza di quello novecentesco, iniziava ad apparire più come una minaccia che come un’opportunità.Guardando al presente, l’instabilità geopolitica innescata dal progressivo (seppur lento ed insperato) disfacimento dell’egemonia statunitense, contribuisce a normalizzare l’11 settembre, se non a giustificarlo e a leggerlo con chiavi di lettura complottiste e anti-occidentali. Se dunque per le generazioni passate l’attentato di Al-Qaeda fu un punto d’arrivo e di non ritorno, per i nati nel duemila, che non hanno mai conosciuto e amato veramente l’occidente nella sua età dell’oro, è un triste e pesante punto di partenza in un mondo messo brutalmente in discussione a partire dal principio.
Alessandro Squillaci  
 
 
Avevo solo pochi mesi quando l’11 settembre 2001 ebbe fine “l’età dell’innocenza” degli Stati Uniti d’America e dell’Occidente. Forse è per questo che, rispetto ad altri episodi, questo sembrava il più assurdo: gli intoccabili Stati Uniti, la più grande potenza occidentale, non erano intoccabili. Cambiò tutto: nessuno si sentì più al sicuro e iniziò un capitolo del terrore che non avrebbe più avuto fine. Non posso ricordare quel giorno, ma ne ho sempre sentito addosso il peso, l’angoscia, il senso di impotenza. C’è un prima e un dopo quell’11 settembre, quasi come se si parlasse di una “Belle Époque” che la mia generazione non ha mai vissuto. Il rischio è idealizzare un periodo che, come tutti, ha avuto le sue criticità, ma che, dopo la Guerra Fredda, ha rappresentato almeno all’apparenza un’epoca di "pace". Dietro quell’apparenza, però, c'erano già le radici di ciò che avrebbe portato a quel tragico evento. Quell’incoscienza ha lasciato spazio alla consapevolezza che non si è mai completamente al sicuro, in qualsiasi parte del mondo ci si trovi. Eppure ciò che accade ogni giorno lontano da noi non ci sconvolge quanto un attentato a New York. Perché? Forse perché quando qualcosa accade lontano, in un certo senso “esiste meno” o non ci riguarda. Se accade a casa nostra, invece, ci fa sentire vulnerabili. L’11 settembre ne è stata la prova. Ma impareremo mai? Nel 2026 ci sentiamo sull’orlo di una crisi mondiale e, allo stesso tempo, al sicuro. Parliamo di “guerra ibrida” finché un’altra goccia non farà traboccare un altro vaso e ciò che riguarda gli altri, e ci sembra così lontano, riguarderà anche noi. Le dinamiche cambiano solo forma. Non riusciamo a dimenticare quel giorno, eppure continuiamo a sacrificare vite in nome degli interessi politici. Il rischio è non stupirci più di nulla, anestetizzandoci fino a perdere l’ultimo briciolo di umanità. O forse sta già succedendo?
Antonina Trovato