A proposito di Calenda nel campo largo

Abbiamo chiesto agli studenti universitari cosa pensano rispetto alla prospettiva di avere un Calenda nel centrosinistra

11 SET 26
Ultimo aggiornamento: 13:54
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Foto Epa, via Ansa

Abbiamo chiesto agli studenti universitari cosa pensano rispetto alla prospettiva di avere un Calenda nel centrosinistra.
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A mio parere, Carlo Calenda dovrebbe rimanere fuori dal campo largo. Se succedesse l'opposto, la coalizione che andrebbe a formarsi sarebbe priva di un programma di governo organico e coerente, creata unicamente per battere il centrodestra alle prossime elezioni. Va da sé che l'inesistenza di un programma condiviso in una coalizione mina seriamente la governabilità e rischia di generare in ben poco tempo una crisi di governo.Ci sono diversi punti di incompatibilità che, a mio parere, rendono distanti Calenda e il campo largo.In primo luogo, il tema della politica estera e delle spese militari: Azione è un partito che sostiene fortemente gli aiuti militari alla Resistenza ucraina e il saldo posizionamento dell'Italia nella NATO. Questa posizione è totalmente incompatibile con la richiesta da parte del Movimento 5 Stelle e di AVS di cessare completamente gli aiuti all'Ucraina e con la loro opposizione all'aumento delle spese militari per la difesa comune.Secondariamente, un altro tema di discordanza riguarda il settore energetico: Azione è il partito maggiormente sostenitore del ritorno al nucleare di nuova generazione in Italia, mentre, all'opposto, il M5S e AVS lo rifiutano e continuano a proporre un ecologismo fatto di veti e divieti.In terzo luogo, un ulteriore punto di frizione riguarda i conti pubblici: Azione guarda a un forte rigore dei conti pubblici, il che renderebbe molto difficile condividere un programma di governo con chi ha rivendicato misure quali il Reddito di cittadinanza e il Superbonus 110%.Infine, dato che il campo largo, guidato dall'asse Schlein-Conte-Fratoianni, ha un baricentro decisamente spostato a sinistra, l'ingresso di Calenda in quella coalizione rischierebbe di alienare quell'elettorato moderato e centrista che, pur essendo critico verso il centrodestra, non ha alcuna intenzione di votare per uno schieramento in cui sia presente il populismo pentastellato.
Davide Ciarlini
Università di Ferrara
    
No, Calenda non potrebbe mai entrare in nessuna delle due principali coalizioni. La prima motivazione è di natura ideologica: le sue esternazioni di scherno nei confronti di Conte, Salvini e Vannacci, da lui additati a più riprese come «filo-putiniani» e «populisti» per via delle loro posizioni in politica estera, lo rendono tutt'altro che appetibile ad entrambi gli schieramenti.Il secondo fattore è legato alla fama che Calenda, tra una sfuriata e l'altra (vedasi l'abolizione dei 5 Stelle pretesa sguaiatamente ad Atreju), ha tentato di crearsi, ovvero «al centro, dove i suoi elettori lo hanno messo». Ecco, di certo, un nuovo posizionamento verso il centro-destra o il centro-sinistra gli farebbe perdere quel briciolo di credibilità politica che ancora ha agli occhi del suo sparuto elettorato.
Francesco Cerasani
università di Chieti
Sono un elettore del centro e, secondo me, Azione non dovrebbe entrare all’interno della coalizione di centro-sinistra, pur mantenendo le porte aperte a seconda dei vari temi. La forza di Azione, e in generale di tutto il centro, è la pragmaticità con cui si affrontano i temi e la consapevolezza, purtroppo amara ma evidente, che un paese si può migliorare solo attraverso proposte e riforme precise, con dati chiari e studi seri sul tema, anche a costo di essere impopolari. Un paese come il nostro ha la necessità di avere un polo pragmatico, non populista e con una tendenza quasi “aziendale” di fronte ai problemi, dato che un paese con un debito al 138% in relazione al PIL, una spesa pensionistica pari al 16%, una diminuzione dei salari reali pari al 2% negli ultimi 30 anni, una pressione fiscale al 43%, una spesa pubblica spesso eccessiva, un tremendo inverno demografico e una fuga all’estero di lavoratori non è sostenibile. Perciò, il centro, anche a costo dell'irrilevanza politica, si deve unificare attorno al tema economico, ovvero il reale problema che accomuna nonostante l’Ucraina o la Remigrazione 22 milioni di persone. Inoltre, apprezzo particolarmente come, sull’argomento, ogni forza politica sarebbe in grado di dare un contributo, come Ora! sulle pensioni, il PLB sulle privatizzazioni e i Radicali sulla “moralità” in economia (vedi la lotta sugli stabilimenti balneari o le troppe partecipate). Riguardo a un’alleanza con i due principali schieramenti, io sono personalmente contrario poiché, comprendendo i problemi reali dei cittadini, inseguono quel populismo che non dà risposte realizzabili e funzionali, ma consenso politico per “sconfiggere” l’avversario. Detto ciò, come scritto all’inizio, in ognuno degli schieramenti ci sono singole proposte e/o principi che secondo me sono corretti e che il centro dovrebbe approvare pragmaticamente, come, per esempio, il salario minimo, il congedo paritario del campo largo e l’adesione al nucleare del Centro-destra.
Lorenzo D'Andrea
Università Cattolica
Il tweet di Calenda su Vannacci non rappresenta, a mio parere, un cambio di linea: si tratta per lo più di una mossa con lo scopo di comprendere gli umori del centrodestra piuttosto che ridisegnare gli equilibri del centrosinistra. Fino a poche settimane fa il leader di Azione parlava di presentarsi al voto in solitaria, bollava il campo largo come un'accozzaglia ingovernabile e chiedeva Gentiloni premier. Ora, di fronte all'ipotesi di un Vannacci ministro, si dice pronto a fare la sua parte contro il fascismo. Bene: l'antifascismo però non deve essere un'opzione da paventare solo quando conviene elettoralmente, con Azione ferma sotto il 3% nei sondaggi. Da iscritto al Pd non liquiderei l'apertura del leader di Azione: coglierla resta più utile che respingerla, in quanto ogni voce in più per fronteggiare un centrodestra che flirta con Vannacci rafforza il fronte democratico. Ma un tweet non ha la forza di sostituire un programma, e il campo largo farebbe un errore a rincorrere ogni mossa di Calenda come se fosse una svolta storica. La vera condizione non è - o meglio, non è solo - l'antifascismo di circostanza: deve essere quella di creare un programma economico condiviso incentrato su lavoro, fisco e politica industriale, capace di tenere insieme forze politiche diverse anche quando Vannacci non fa notizia. Altrimenti il destino del campo largo sarà quello di sfaldarsi ancora prima di avere la possibilità di governare il paese. Al netto di ciò, azzarderei dire che in questo caso l'ordine dei fattori conta: prima i fatti da parte di Azione, magari con la partecipazione di Azione ai tavoli programmatici di settembre e nei voti in aula; poi, eventualmente, gli abbracci. Il Pd non deve inseguire la strategia di Calenda ogni volta che twitta contro Vannacci: deve chiedergli di sedersi al tavolo, su temi concreti, con la stessa costanza con cui lui pretende coerenza dagli altri.
Marco Boi
Luiss
   
La questione se Calenda debba entrare nel campo largo pone un problema più ampio: che cosa debba essere oggi il centro nella politica italiana. Non una posizione tra destra e sinistra, ma una cultura politica autonoma, liberaldemocratica, europeista e riformista. Per questo, Calenda non dovrebbe entrare nel campo largo prima delle elezioni, finché esso rimarrà una coalizione costruita contro qualcuno e non intorno a una visione comune. Una forza di centro dovrebbe prima dimostrare di poter esistere autonomamente, trasformando in rappresentanza politica quell’elettorato moderato disperso. L’ingresso nel campo largo potrebbe essere giustificato in presenza di condizioni precise e verificabili. La prima sarebbe programmatica: un accordo sui punti fondamentali, dalla collocazione europea e atlantica dell’Italia alla politica economica, dalle infrastrutture alla giustizia, fino alle riforme istituzionali e amministrative. Non sarebbe sufficiente una generica appartenenza al centrosinistra. La seconda riguarderebbe il metodo di governo. Calenda dovrebbe pretendere un programma comune definito prima delle elezioni, meccanismi chiari per assumere le decisioni e garanzie di stabilità dell’esecutivo. Il campo largo non potrebbe diventare un contenitore nel quale ogni partito conserva il proprio diritto di veto. La terza dovrebbe essere l’autonomia politica. Entrare in una coalizione non significherebbe dissolversi. Azione dovrebbe mantenere una propria identità, una proposta riconoscibile e la possibilità di dissentire. Infine, la collocazione europea e democratica dell’Italia sarebbe non negoziabile. Se il campo largo rappresentasse un argine a una destra dipendente da forze estremiste o antieuropeiste, la collaborazione potrebbe assumere un significato istituzionale, oltre che elettorale. Ma lo stesso principio dovrebbe valere: nessuna alleanza sarebbe accettabile se comportasse la rinuncia ai fondamenti liberaldemocratici dello Stato. La soluzione sarebbe dunque autonomia prima del voto, alleanza sulla base di condizioni precise, responsabilità dopo il voto. Calenda dovrebbe entrare nel campo largo non per paura della destra né per convenienza elettorale, ma solo se fosse possibile trasformare una coalizione eterogenea in un progetto di governo credibile.
Claudio Catucci
Università degli Studi di Bari Aldo Moro
    
La prima condizione riguarda la politica estera. Tra Azione e Movimento 5 Stelle non possono esserci ambiguità sulla guerra tra Russia e Ucraina. Le posizioni sono troppo distanti: da una parte il sostegno a Kiev e agli alleati europei e atlantici; dall’altra una maggiore contrarietà all’invio di armi e una preferenza per la via negoziale. Su una questione così importante, una coalizione che vuole governare non può affidarsi a formule generiche. Gli elettori devono sapere quale posizione assumerebbe un eventuale governo.La seconda condizione è l’esclusione delle logiche populiste. Il campo largo non può essere soltanto un’alleanza costruita contro il centrodestra, nella quale ogni partito continua a parlare al proprio elettorato senza assumersi responsabilità comuni. Se l’obiettivo è governare, bisogna essere disposti anche a prendere decisioni difficili e a spiegare agli elettori perché alcune scelte siano necessarie.Serve inoltre un metodo decisionale chiaro. Prima delle candidature dovrebbe esserci un accordo sulle regole interne e sul modo di affrontare i dissensi. Le differenze sono legittime, ma non devono impedire scelte comuni.Sul piano economico, Calenda dovrebbe chiedere un programma realmente riformista: crescita, produttività, competitività, investimenti, riduzione del costo del lavoro e sostenibilità dei conti pubblici.Infine, non porrei come condizione un ruolo personale di Calenda. Se Azione entrasse nel campo largo, dovrebbe farlo per costruire un progetto comune, non per ottenere una candidatura o una posizione di leadership.Per questo l’ingresso di Calenda potrebbe essere utile, ma solo se il campo largo accettasse di diventare una vera coalizione: coerente sulla politica estera, riformista sull’economia e capace di decidere.
Andrea Nelli
Università di Pisa  
 
Credo fermamente che Carlo Calenda sia uno dei leader più validi del panorama politico italiano. Da osservatore, ritengo che sarebbe per lui un errore entrare in quell’armata Brancaleone denominata “Campo largo”.Nel 2022, infatti, il terzo popolo aveva stilato un programma ambizioso, che oggi solo Azione continua a rivendicare con coerenza, senza cadere nella tentazione delle scorciatoie elettorali o nel mero richiamo delle poltrone parlamentari.Se già nel 2022 non si era trovato un accordo tra Calenda e il Pd di Enrico Letta, figuriamoci oggi con il centro sinistra del quartetto Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni.“Azione starà al centro, dove l’hanno messa gli elettori”: è questo il mantra che Carlo Calenda va predicando e che dubito fortemente tradirà, dal momento che per lui la politica “deve essere una cosa seria”.Il suo traguardo naturale resta scardinare il bipolarismo, unendo – questa volta sul serio –liberali, moderati e riformisti per essere determinante nella prossima legislatura. Problemi di ego permettendo, s’intende (d’altronde molti degli aspiranti centristi provengono dal Pd).Dopotutto, se proprio si volesse ragionare per schemi di coalizione, i contenuti di Azione –dall’atlantismo convinto alla politica industriale, dal nucleare al garantismo – troverebbero paradossalmente più convergenza con un centrodestra ad attrazione moderata e meloniana – al netto delle derive leghiste e dei vaniloqui alla Vannacci – che non nell’abbraccio soffocante dell’ambiguità pacifista di Conte e del vetero-marxismo di Fratoianni.Ma la vera scommessa di Calenda rimane la via del centro: ed è lì che deve continuare la sua battaglia a testa alta, dimostrando che la coerenza vale più di un seggio sicuro. 
Leonardo Botta
Università di Genova