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A proposito del futuro della Nato
Abbiamo chiesto agli studenti universitari di dirci cosa pensano del futuro della Nato con un Trump così minaccioso e cosa pensano rispetto alla possibilità di usare i prossimi mesi di governo per evitare che la stabilità diventi sinonimo di immobilismo
24 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 14:24

Foto Epa, via Ansa
Abbiamo chiesto agli studenti universitari di dirci cosa pensano del futuro della Nato con un Trump così minaccioso e cosa pensano rispetto alla possibilità di usare i prossimi mesi di governo per evitare che la stabilità diventi sinonimo di immobilismo.
Scrivete anche voi a [email protected]. I migliori testi degli studenti universitari saranno pubblicati (qui trovate tutti gli articoli degli studenti pubblicati in questi mesi)
In seguito al summit Nato svoltosi in questi giorni ad Ankara molte tensioni tra il Tycoon e gli alleati sembrano essersi distese. Trump risulta, in base alle dichiarazioni finali, essere soddisfatto dell’incontro con i leader dei paesi che negli ultimi mesi ha attaccato in modo costante e senza riserve. Eppure non si è lasciato l’occasione per commentare nuovamente le sue idee geopolitiche sulla Groenlandia e criticare il presidente Sanchez, minacciando anche di porre embarghi alla Spagna. Possiamo dunque credere davvero al progetto Nato 3.0, oppure dobbiamo aspettarci altri nuovi folli tweet e guerre personali con i leader europei? Da quel che è emerso da questo 37º vertice l’Europa sembra aver promesso di raggiungere la soglia del 5% di spese militari, ma ciò non basta. L’Europa non sembra funzionare più da anni. In un mondo non più unipolare gestito e protetto dagli Stati Uniti, l’Ue sembra rimanere legata a quel “glorioso” passato e intanto Cina, Russia si stanno preparando a questo nuovo periodo di incertezza già da tempo. È chiaro allora che gli Stati Uniti d’Europa non siano più un’obbiettivo ideologico, ma un’obbiettivo necessario all’indipendenza e sovranità degli stessi. Washington è ancora un’alleato tropo importante da qui dipendiamo senza poter anteporre i nostri interessi se questi sono in contrasto con i “ceo” della Nato. La vera domanda non è quindi se la Nato può rendere un’occasione l’allontanamento di Trump, ma se ne siamo effettivamente capaci. Non possiamo aspettare altri sbalzi d’umore che possano farci passare da “amici” a “nemici” in base a delle fluttuazioni incontrollabili. Il patto atlantico è ancora un’alleanza necessaria all’occidente al fine di rimanere compatta in un periodo storico condito da incertezze, ma è necessario comprendere che questo è un momento di svolta storico. Cosi come furono cambiati gli obiettivi della Nato in seguito alla caduta del muro di Berlino per far fronte al cambiamento dell’assetto strutturale del mondo, cosi oggi il controllo indiscusso degli Stati Uniti deve finire o ne andrà della sua sopravvivenza.
Giovanni Breschi
Luiss
Luiss
Stabilità. È questa la parola d'ordine su cui deve puntare il governo di Giorgia Meloni. Per anni all'Italia è stato imputato, soprattutto a livello internazionale, un grave limite: l'instabilità politica. Un giudizio che trovava solide ragioni nei numeri. In ottant'anni di Repubblica si sono infatti succeduti 68 governi, vale a dire, in media, un esecutivo ogni anno e quattro mesi. Un dato eloquente, che difficilmente può trasmettere fiducia a chi guarda l'Italia dall'estero. Fiducia che pesa, se si considera che i capitali stranieri, secondo una recente indagine del Mimit, valgono 71 miliardi di euro nel portafoglio 2025-2026: una cifra tutt'altro che irrilevante.Si possono avere opinioni diverse sull'operato del governo guidato da Giorgia Meloni, ma un fatto appare oggettivo: con la sua durata, l'attuale esecutivo è ormai il secondo più longevo della storia repubblicana. Interrompere anzitempo questo percorso, dopo la sconfitta nel referendum sulla giustizia e, più di recente, il naufragio dell'emendamento sulle preferenze, non contribuirebbe certo a consolidare il consenso della Presidente del Consiglio. Andare al voto in anticipo, al contrario, offrirebbe alle opposizioni l'occasione per rilanciare la propria iniziativa politica.Garantire al Paese stabilità politica comporta vantaggi tangibili: mercati fiduciosi significano prezzi più accessibili, maggiore potere d'acquisto, una più forte capacità di attrarre investimenti e numerosi altri benefici indiretti. Al contrario, mercati in agitazione e incertezza rappresentano una combinazione potenzialmente letale per molti leader politici, come dimostra la storia recente. Ne fece esperienza anche Silvio Berlusconi che, nel 2011, con lo spread alle stelle, fu costretto a rassegnare le dimissioni.Adesso Giorgia Meloni e il suo governo devono evitare di sfilacciarsi, portare a scadenza naturale la legislatura e presentarsi alle urne compatti di fronte a un'opposizione senza un leader riconosciuto e incapace, almeno allo stato attuale, di proporsi come alternativa credibile.
Niccolò
Università degli Studi di Firenze
Università degli Studi di Firenze