A proposito del prossimo presidente della Repubblica

Abbiamo chiesto agli studenti universitari chi vedrebbero bene al Quirinale partendo dalle parole con cui Meloni ha ricordato come le prossime elezioni serviranno anche a scegliere chi eleggerà il capo dello stato del futuro

10 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 13:50 | 17 LUG 26
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Foto Ufficio Stampa Quirinale via LaPresse

Abbiamo chiesto agli studenti universitari chi vedrebbero bene al Quirinale, nel futuro, partendo dalle parole con cui Meloni ha ricordato come le prossime elezioni serviranno anche a scegliere chi eleggerà il capo dello stato del futuro (e votare a destra, ha detto Meloni, significherà anche rendere possibile avere un presidente della Repubblica non proveniente da una storia di centrosinistra). Qui sotto ci sono le migliori risposte.
Scrivete anche voi a [email protected]. I migliori testi degli studenti universitari saranno pubblicati (qui trovate tutti gli articoli degli studenti pubblicati in questi mesi)
   
Giampaolo D’Andrea al Quirinale.
Perché il suo cursus honorum si iscrive con particolare coerenza nella tradizione civile di quella scienza eminentemente italiana — per dirla col Romagnosi — degli «estremi contrari temperati dal giusto mezzo».
Perché, in questa prospettiva, quel corso non si lascia ridurre a una sequenza di incarichi, ma assume il valore di una traiettoria di maturazione istituzionale: un esercizio progressivo di responsabilità pubblica, in cui esperienza politico-amministrativa, riflessione culturale e servizio alle istituzioni tendono a convergere in una medesima postura civile. 
La quale richiama, sul piano ideale, la funzione più alta attribuita al Presidente della Repubblica nel nostro ordinamento: quella di reggitore dell’equilibrio costituzionale e garante dell’unità nazionale. Non nel senso di un potere sovraordinato, ma come presidio della permanenza degli istituti nella mutevolezza della Storia, e come punto di tenuta dell’unità repubblicana oltre le oscillazioni della contingenza politica.
Pertanto la figura di Giampaolo D’Andrea si presta a essere collocata entro una genealogia culturale plurisecolare, di cui rappresenta una delle espressioni viventi più compiute e coerenti; e il Colle ne costituirebbe il naturale e degno coronamento, come esito di una vita di studio, di insegnamento e di ricerca; di servizio e di impegno nelle istituzioni della Repubblica.
Francesco Panariello
Unitelma Sapienza 
 
Quando si parla dell’elezione del presidente della Repubblica, ci si confronta con una delle scelte più delicate e significative per il paese. Individuare la figura giusta è sempre più complesso: servono equilibrio, autorevolezza, competenza e la capacità di rappresentare l’intera nazione, al di sopra delle appartenenze politiche. Il Presidente della Repubblica, infatti, è il garante della Costituzione e dell’unità nazionale, il Presidente di tutti gli italiani.
Le difficoltà emerse nelle ultime due elezioni del Capo dello stato ne sono una chiara dimostrazione. L’incapacità delle forze politiche di convergere su un nuovo nome ha portato, in entrambi i casi, alla riconferma del Presidente uscente: prima Giorgio Napolitano e poi Sergio Mattarella, due rielezioni considerate eccezionali nella storia della Repubblica.
Guardando al futuro, il dibattito sul prossimo presidente della Repubblica è destinato ad intensificarsi. A influenzare la scelta sarà anche il risultato delle elezioni politiche del 2027, che si preannunciano particolarmente incerte, con alleanze ancora da definire e una legge elettorale che deve ancora trovare una formulazione definitiva.
In questo scenario, il nome di Mario Draghi emerge come quello di una personalità di alto profilo. Nel corso della sua carriera ha dimostrato competenza, equilibrio e una straordinaria preparazione in campo economico e istituzionale. È stato governatore della Banca d’Italia, presidente della Banca Centrale Europea e Presidente del Consiglio dei Ministri in uno dei momenti più difficili della storia recente del Paese, guidando l'Italia durante l'emergenza sanitaria causata dalla pandemia di Covid-19.
La sua esperienza e il prestigio conquistato a livello internazionale gli hanno fatto guadagnare la stima delle principali istituzioni mondiali, contribuendo a rafforzare l’immagine dell’Italia all’estero. Qualità che rappresentano un valore aggiunto per una figura chiamata a incarnare l’unità e la credibilità dello Stato.
Il presidente della Repubblica deve garantire il rispetto della Costituzione, vigilare sul corretto funzionamento delle istituzioni e favorire la stabilità del sistema democratico, mantenendosi al di sopra delle divisioni politiche. Per queste ragioni, Mario Draghi rappresenta una candidatura autorevole e credibile, in grado di interpretare con equilibrio e prestigio il ruolo di Capo dello Stato.
Raffaele Cratere
Università Mercatorum
 
Elsa Fornero, naturalmente. Primo, perché la sua storia personale è, e sarebbe bello che venisse riconosciuto, un esempio perfetto di cosa rappresenta, o dovrebbe rappresentare, la politica: mettere le proprie competenze a servizio della comunità, quando la comunità ne ha bisogno. Eleggerla come Capo dello Stato sarebbe non già e non solo la compensazione per un grande torto personale subito - quello di aver bistrattato e deriso una donna che, semplicemente, ha saputo semplicemente fare le scelte giuste al momento giusto, per quanto impopolari e dolorose per tutti, oltre che per lei-, ma soprattutto un'adulta prova di maturità e redenzione per un paese cronicamente incapace di scegliere i propri eroi. Poi, perché le sue riforme, impossibili da dis-attuare, incarnano il buon esito del funzionamento dei processi liberal-democratici (e del banale buon senso), quando applicati nel vero pubblico interesse; e perché saprebbe mantenere dritta la barra dell'europeismo che rappresenta la vera vocazione del nostro Paese. Perché sarebbe chiave di volta di un arco parlamentare bilateralmente troppo attratto da forze centrifughe antieuropeiste, populiste e, sul piano dei conti pubblici, spendaccione e disinteressate al fondamentale (per noi italiani) tema della sostenibilità dei conti pubblici, della sensatezza della spesa pubblica, dell'equità intergenerazionale.
Nel contesto di un dibattito pubblico schizofrenico, urlato, sconnesso, il più delle volte futile oltre che eccessivamente polarizzato, rappresenterebbe una figura di riferimento cauta e moderata, a suo modo familiarmente autorevole. In questo senso, una perfetta interprete della difficile eredità di Mattarella, così amato proprio per questo dagli italiani.
Ultimo per importanza (solo a fronte di tutto questo): perché sarebbe la prima donna presidente della Repubblica, e si sa che questo Paese ci tiene alle etichette. Un unico problema: mi sembra impossibile che le classi dirigenti dei partiti, quasi tutti compartecipi della sua passata demonizzazione, siano disposti a compiere un passo del genere. Ma mai dire mai...
Francesco M. Martino
Università degli Studi di Milano
 
Io penso che Letizia Brichetto Arnaboldi Moratti rappresenterebbe un profilo di eccezionale autorevolezza per la presidenza della Repubblica, incarnando la sintesi ideale tra alta competenza manageriale, solida esperienza politica e profonda cultura istituzionale. La complessità delle attuali sfide globali richiede al Quirinale una figura capace di coniugare la garanzia della Costituzione con una visione pragmatica e internazionale: doti che Moratti ha ampiamente dimostrato nel corso di una carriera ai vertici del settore pubblico e privato. Il suo percorso professionale ne evidenzia l'eclettismo e la capacità di guida in contesti ad alta responsabilità. È stata la prima donna alla guida della Rai, affrontando la gestione del servizio pubblico radiotelevisivo con criteri di efficienza industriale. Come Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha governato uno dei dicasteri più complessi dello Stato, varando riforme strutturali orientate alla modernizzazione dei percorsi formativi. La sua esperienza da Sindaco di Milano ha poi confermato la sua vicinanza al territorio e la capacità di visione globale, culminata nello storico successo dell'assegnazione di Expo 2015, che ha rilanciato l'immagine dell'Italia nel mondo. Infine, il ruolo di Vicepresidente e Assessore al Welfare della Regione Lombardia ne ha testato le capacità di gestione della macchina amministrativa in settori critici e delicati per la vita dei cittadini.nCiò che rende Letizia Moratti un ottimo candidato per il Colle è la capacità di superare le logiche di parte attraverso l'autorevolezza dei fatti. Il suo profilo unisce la concretezza del mondo economico-imprenditoriale alla sensibilità per il sociale, dimostrata anche nel costante sostegno a realtà del terzo settore. In un panorama politico spesso frammentato, la sua figura si pone come un punto di equilibrio naturale: un Presidente forte di relazioni internazionali consolidate, con una profonda conoscenza dei meccanismi statali e una comprovata attitudine alla leadership inclusiva, pronta a garantire l'unità nazionale con rigore ed eleganza istituzionale.
Alessandro Monteverdi 
Uilm
  
Guardando al dibattito sulla legge elettorale in Parlamento, lo scenario che si profila è quello di un equilibrio instabile: un "pareggio" strutturale tra centro-destra e campo largo che rischia di bloccare il Paese. In un contesto così frammentato, il prossimo Presidente della Repubblica non potrà essere un leader di fazione o un nome troppo polarizzante. Profili come Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Matteo Salvini, Antonio Tajani, Roberto Vannacci, Giuseppe Conte o Matteo Renzi non sono opzioni plausibili per il Colle: la loro stessa natura politica esclude in partenza metà del Paese. Serve, al contrario, un "federatore" capace di non scontentare nessuno. E il nome più logico, a mio avviso, è Pier Ferdinando Casini.
La sua candidatura non è un ripiego, ma l'unica sintesi possibile. Parliamo di un ex Presidente della Camera, democristiano di lungo corso, capace di farsi eleggere a Bologna con il centro-sinistra senza mai interrompere il dialogo con il centro-destra. La sua storia dimostra come la capacità di mediazione rimanga una prerogativa indispensabile per la tenuta del sistema politico attuale.
A 23 anni, io come molti miei coetanei, avverto il bisogno di una politica basata sul pragmatismo anziché sulla costante polarizzazione ideologica. Di fronte a riforme costituzionali divisive e a un quadro internazionale complesso, il Quirinale necessita di una figura di comprovata esperienza istituzionale che sappia gestire le dinamiche parlamentari e garantire l'equilibrio tra i poteri dello Stato. Serve qualcuno che sappia unire per ecumenismo istituzionale, garantendo stabilità a un Paese che ha un disperato bisogno di guardare al futuro senza l'ansia della prossima crisi di governo. Se il Colle cerca un garante della pacificazione nazionale, il nome è già in Aula.
Federico Bonini
Università degli Studi di Ferrara
   
La riflessione sulla successione a Sergio Mattarella non può limitarsi a un mero esercizio di diplomazia parlamentare. In un'epoca di strutturale frammentazione politica e crisi democratica, il Presidente della Repubblica deve riappropriarsi della sua natura di supremo custode dell'unità nazionale; perciò, occorre un arbitro capace di tracciare una linea di demarcazione a tutela dei valori repubblicani, un potere neutro che garantisca la stabilità del sistema.
Il nome di Marta Cartabia emerge come la sintesi perfetta di questi requisiti; giurista, professoressa e prima donna a presiedere la Consulta, incarna un modello di "garanzia attiva", una devozione ai princìpi dello Stato di diritto unita alla capacità pratica di interpretare le elasticità della Costituzione. Possiede l'autorevolezza intrinseca per esercitare i poteri presidenziali con assoluta imparzialità, imponendo i "no" necessari per proteggere l'equilibrio dei poteri.
Inoltre, la figura di Cartabia si rivela straordinariamente ecumenica: la sua capacità di mediazione ha già guadagnato il rispetto di schieramenti ideologicamente distanti, requisito vitale per un'approvazione trasversale in Parlamento. Sul piano internazionale, il suo prestigio globale invierebbe un segnale inequivocabile di stabilità e credibilità, rassicurando i mercati e le cancellerie estere.
Infine, la sua elezione non avverrebbe per colmare logiche di rappresentanza di genere, ma per un cristallino merito istituzionale, in perfetta continuità con la sobrietà di Mattarella. 
Scegliere Cartabia, dunque,  significa affidare il Paese a una sicura bussola costituzionale, dimostrando che l'Italia riconosce nella competenza il faro per le sfide del domani.
Nicola Marchetti
Università La Sapienza
   
Per chi, come chi scrive, è nato a cavallo tra la fine del secondo millennio e l’inizio del terzo, la consuetudine è sempre stata vedere il presidente della Repubblica con lo stesso occhio con il quale si osserva un nonno. Da Napolitano al doppio mandato di Mattarella si è potuto assistere a saggezza, garbo e discrezione, messi in atto da signori tanto lontani, dall’alto della propria carica istituzionale, quanto umanamente percepibili vicini. E dunque, nell’immaginarsi un nuovo volto al Quirinale, la parola d’ordine diviene physique du rôle: la massima carica dello Stato è giusto che vada a colui che possa rappresentare le istituzioni con eleganza e delicatezza, come un nonno (o una nonna) che infonda tranquillità e fiducia durante gli eventi ufficiali. Ciò fa trasparire un pizzico di spirito democristiano strutturalmente insito anche in chi la DC non l’ha mai vissuta e che anzi, in cabina elettorale, predilige le ideologie, siano esse radicate a sinistra, siano esse radicate a destra (motivo per cui il centro moderato ha poco appeal verso i giovani). E quindi, al fianco di una (personale) tentazione ideologicamente condita che vorrebbe Bersani come successore di Mattarella, prende piedi una (altrettanto personale) considerazione che identifica in Pier Ferdinando Casini l’ideale candidato alla presidenza. Uno degli ultimi spiragli di tradizione moderata unita ad una live ma dolce brezza di progressismo: un nonno, ma in gran forma. E chissà che un domani, magari nel 2030, non lo si possa vedere in aereo a giocare a carte con Gianluigi Donnarumma e con il futuro ct della Nazionale.
Jacopo Davies-Sage
 
Piuttosto che chiedersi chi vedremmo bene come prossimo Presidente della Repubblica, a giudicare da quanto si legge sui giornali in questi giorni bisognerebbe chiedersi: chi ha effettivamente il physique du rôle per ricoprire al meglio questo ruolo? Le due domande sembrano simili, ma sui nomi trapelati finora emergono differenze sostanziali.
Per stabilire chi potrebbe essere un buon Presidente bisogna guardare a chi ha già ricoperto questo ruolo: emergono caratteristiche comuni che, a meno di voler rompere una consuetudine ottantennale, vale la pena considerare.
La prima, forse la più banale: la laurea in Giurisprudenza. Su dodici Presidenti eletti, solo due si sono laureati in altre materie — Gronchi in Lettere e Saragat in Economia.
Ricorrente anche la carriera pre-politica: il giornalismo (Einaudi, Pertini, Napolitano, in parte Saragat) o l'insegnamento universitario, spesso in materie giuridiche (Einaudi, Segni, Leone, Cossiga, Mattarella). Alcuni — De Nicola, Segni, Leone, Mattarella — hanno affiancato anche la professione forense.
Infine, forse il tratto più significativo riguarda le cariche istituzionali ricoperte prima dell'elezione al Colle. Sei Presidenti su dodici sono stati Presidenti della Camera (De Nicola, Gronchi, Leone, Pertini, Scalfaro, Napolitano); cinque Presidenti del Consiglio (Einaudi, Segni, Leone, Cossiga, Ciampi); quattro Vicepremier (Segni, Saragat, Ciampi, Mattarella); due governatori di Bankitalia (Einaudi, Ciampi) e due Presidenti del Senato (Saragat, Cossiga).
Mantenere queste caratteristiche sarebbe auspicabile: ne consegue che profili come Crosetto, Fazzolari, Fitto e Giorgetti vengono meno, mentre Tajani, Casini e Draghi restano — a seconda delle prossime elezioni — in linea di massima "quirinabili". Chiedendomi chi sceglierei, direi Tajani. Il candidato potenzialmente perfetto: laureato in Giurisprudenza, giornalista e attuale Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri (più una lunga serie di altri incarichi passati che non sto ad elencare).
Niccolò
Università degli Studi di Firenze
Alla domanda su chi vedrei bene come prossimo Presidente della Repubblica rispondo con due nomi: Pier Ferdinando Casini, se la scelta dovesse ricadere su una figura riconducibile al centrosinistra, e Raffaele Fitto, qualora fosse il centrodestra a esprimere il futuro Capo dello Stato.Può sembrare una risposta poco originale in un’epoca in cui la politica premia spesso i profili più divisivi, ma credo che il Quirinale sia l’ultimo luogo in cui dovrebbe prevalere la logica dell’appartenenza. Al contrario, dovrebbe essere la sede dell’equilibrio, della mediazione e dell’autorevolezza.Casini e Fitto, pur appartenendo a stagioni e schieramenti diversi, condividono un tratto che considero decisivo: la formazione nella cultura politica democristiana. Una tradizione che ha avuto certamente luci e ombre, ma che ha lasciato in eredità un metodo di governo fatto di pragmatismo, rispetto delle istituzioni, capacità di ascolto e ricerca del compromesso. Qualità che oggi sembrano quasi fuori moda, ma che diventano essenziali quando si tratta di individuare il garante della Costituzione.Casini ha attraversato oltre quarant’anni di vita parlamentare, ha presieduto la Camera dei deputati e ha sempre mantenuto un profilo istituzionale, dialogando con maggioranze e opposizioni senza rinunciare alla propria identità. È uno dei pochi politici italiani la cui autorevolezza è riconosciuta ben oltre il recinto del proprio schieramento.Fitto, dal canto suo, rappresenta una generazione diversa ma possiede un curriculum istituzionale altrettanto significativo: presidente di Regione, ministro, parlamentare italiano ed europeo e oggi protagonista nelle istituzioni dell’Unione europea. La sua esperienza amministrativa e internazionale, unita a uno stile generalmente sobrio e misurato, ne fanno un candidato credibile per un ruolo che richiede più senso dello Stato che protagonismo.In una fase politica segnata da polarizzazione e personalizzazione, penso che il prossimo Presidente della Repubblica dovrebbe essere scelto non per la sua capacità di vincere una battaglia di parte, ma per quella di rassicurare il Paese e garantire il corretto funzionamento delle istituzioni. Per questo guarderei a due figure di cultura moderata, con una lunga esperienza parlamentare e una comprovata capacità di dialogo.Il Quirinale non ha bisogno dell’ennesimo leader di fazione. Ha bisogno di un arbitro autorevole. E, a mio avviso, Pier Ferdinando Casini e Raffaele Fitto rispondono entrambi a questo identikit.
Giuseppe Francesco Perrone
Luiss