A proposito del rapporto tra la maggioranza e Vannacci

Abbiamo chiesto agli studenti universitari di esercitarsi su ciò che la destra dovrebbe fare con Vannacci
4 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 16:21
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Abbiamo chiesto agli studenti universitari di esercitarsi su ciò che la destra dovrebbe fare con Vannacci. Qui sotto le migliori risposte.
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L’operazione di Vannacci è una novità vera a destra. Non perché nasca un nuovo leader nazionale, ma perché per la prima volta si organizza politicamente un pezzo di elettorato che non contesta solo la sinistra, ma anche Meloni da destra.
Vannacci intercetta quella parte di mondo conservatore che si sente tradita dal governo sui temi identitari: sicurezza, immigrazione, ordine pubblico, lotta al politicamente corretto. È l’elettorato che aveva votato Meloni aspettandosi una svolta più dura e che oggi vede Palazzo Chigi come un luogo di normalizzazione, prudenza europea e compromesso istituzionale.
Il problema per Meloni è che Vannacci non si limita a raccogliere qualche voto marginale. Le pone un ultimatum politico: o riporti la barra a destra, oppure io vado per conto mio. È una minaccia semplice, ma efficace, perché colpisce la coalizione nel suo punto più fragile.
Se Meloni lo esclude, rischia di perdere una parte dell’elettorato più radicale e identitario, che ha i suoi numeri. Se lo accoglie troppo, rischia invece di perdere quella parte moderata, centrista, produttiva e liberale che ha votato centrodestra per governabilità, non per protesta. In mezzo c’è la vera difficoltà: tenere insieme chi vuole più ordine e chi vuole più affidabilità.
Per questo la vicenda è vantaggiosa per il centrosinistra, ma solo se il centrosinistra non commette l’errore di fare di Vannacci il centro del mondo. Se lo trasforma nel mostro da abbattere, lo rafforza. Se invece lascia che il centrodestra si consumi nella sua contraddizione interna e occupa lo spazio della serietà — salari, sanità, scuola, sicurezza urbana, imprese, giovani — allora può tornare competitivo.
La politica, alla fine, è una questione di baricentro. Vannacci dice a Meloni: spostati verso di me o ti tolgo voti. Il centro risponde: se ti sposti troppo verso di lui, noi non ti seguiamo. Ecco il dilemma della destra italiana: vincere sommando tutto, o governare scegliendo una direzione. Su questo si valuta la vera capacità di un leader: non solo prendere voti, ma dare una forma politica al consenso.
Pierpaolo Cirigliano
Università degli studi di Bari

C’è un uomo che Giorgia Meloni non può invitare a tavola, ma che rischia di prendersi la casa. Si chiama Roberto Vannacci e, mentre il centrodestra finge di ignorarlo, si sta mangiando pezzo dopo pezzo la Lega, innervosendo Forza Italia e costringendo Fratelli d’Italia a rincorrere nostalgie che credeva archiviate. Il problema è che il generale vale troppo per essere escluso e costa troppo per essere accolto.
In una cittadina di sessantamila abitanti, Futuro Nazionale ha preso il 14 per cento. Un partito senza storia, senza simbolo registrato, senza passato. E la Lega, che quella città la governava da ventisette anni, si è fermata al 9,6. Basta questo numero per capire il problema che si chiama Roberto Vannacci.
Il dilemma è semplice. Il centrodestra non può tenerlo fuori perché i suoi voti, con la nuova riforma elettorale - il Melonellum, se mai vedrà la luce - potrebbero essere l’ago della bilancia tra vincere e perdere. Ma non può nemmeno tenerlo dentro; Forza Italia esploderebbe, i rapporti europei di Meloni andrebbero in frantumi e Carlo Calenda se ne andrebbe sbattendo la porta. Scegliere il generale significa regalare le grandi città alla sinistra. Escluderlo significa rischiare di regalare le politiche a Schlein e Conte.
È il convitato di pietra che nessuno ha invitato ma che mangia nel piatto di tutti. Meloni lo sa così bene che, per la prima volta dal 2022, ha pubblicato un post in ricordo di Giorgio Almirante. Non per nostalgia, ma per recuperare quell’uno e mezzo per cento di elettorato “nostalgico” che i sondaggi interni di FdI segnalano in fuga verso il generale.
Alla fine il centrodestra sarà probabilmente costretto a ospitare Vannacci. Non perché lo voglia, ma perché non può permettersi di lasciare fuori un bacino di voti che potrebbe decidere la partita. Meloni proverà a contenerlo e normalizzarlo, ma il generale ha già ottenuto il suo risultato politico: costringere tutta la coalizione a inseguire i suoi temi. Il centrodestra ha un anno per trovare una risposta. Vannacci, nel frattempo, aspetta. E continua a mangiare.
Davide Bubisutti
Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo"


L’ipotetica alleanza tra Vannacci ed il centrodestra sarà frutto di un trade-off determinato non solo al contenuto, ma soprattutto derivato dalla competizione elettorale per le politiche del 2027. Per Futuro Nazionale sarà rilevante il modo in cui gestirà gli equilibri tra il proprio elettorato e i possibili futuri alleati. Infatti, la sua campagna tesseramenti può essere sintetizzata con il motto presente sui manifesti: “l’unica destra che io conosca”, con l’obiettivo di raccogliere i delusi dei partiti di centrodestra (principalmente gli ex di Lega e una parte di Fratelli d’Italia), in modo da creare un polo alternativo, più spostato a destra. In caso di ingresso nella coalizione, il futuro elettorato si ritroverebbe a votare per un soggetto legato a un contesto dove sono presenti più orientamenti politici, alcuni dei quali anche profondamente differenti tra loro. Un altro aspetto interessante si può ricavare dal sistema elettorale. FN, secondo i sondaggi più recenti, ruota attorno al 4,3%, mentre i principali partiti della coalizione di Centrodestra si ritrovano di fronte ad un calo (seppur lieve). Vannacci si ritroverebbe sopra alla soglia di sbarramento, fissata al 3%, mentre i partiti di Centrodestra potrebbero trovarsi in difficoltà, soprattutto nei collegi uninominali. Questo renderebbe appetibile un’ipotetica alleanza. Però davanti a questa possibilità, possiamo individuare due ostacoli fondamentali: l’elevato potenziale di ricatto che avrebbe FN nella coalizione e, soprattutto, i soggetti interni alla coalizione che si ritroverebbero in competizione su diversi temi, alcuni condivisi, altri all’opposto. Ci troviamo di fronte a una difficile scelta per i principali attori dell’attuale coalizione di centrodestra: da una parte c’è la concreta possibilità di ridurre significativamente il proprio vantaggio competitivo, anche a causa dell’erosione di voti; dall’altra, in caso di apertura, è essenziale trovare un equilibrio con tutti i partiti della coalizione, sia sotto il profilo della distribuzione dei seggi sia sotto quello elettorale (come nel caso della spartizione dei seggi). In questo contesto, Vannacci, in caso di alleanza pre-elettorale, dovrà dimostrare ai suoi elettori che questa possibilità porterebbe un vantaggio alla loro causa, in quanto avrebbe modo di farsi portatore di alcune tematiche nella “stanza dei bottoni”, grazie alla capacità di ricatto.
Gabriele Schiavetti
Università di Firenze
  
Dietro le ospitate televisive, dietro i meme e le indignazioni social, si nasconde una questione molto più seria: che cosa vuole diventare la destra italiana nei prossimi anni? Roberto Vannacci non è nato politicamente dentro i partiti. Ed è proprio questo il punto della sua forza. È percepito come uno che entra nel dibattito pubblico senza il linguaggio addomesticato della politica professionale. Piaccia o no, parla a una fetta d’Italia che considera il lessico istituzionale una forma di ipocrisia e vede nel “politicamente corretto” una censura culturale. Ricorda forse gli albori del M5S, in questo senso, con la scatoletta di tonno da aprire e via discorrendo? Chi può dirlo… Il centrodestra, però, non è un monolite. Governa il Paese, tratta con Bruxelles, dialoga con mercati, diplomazie e istituzioni internazionali. Deve quindi continuamente oscillare tra due esigenze opposte: rassicurare e mobilitare. Vannacci eccelle nella seconda, molto meno nella prima. Ecco perché la coalizione vive una contraddizione. Da un lato non può permettersi di ignorarlo, perché intercetta una domanda politica reale: identità, sicurezza, insofferenza verso il progressismo culturale. Dall’altro teme che la sua radicalità comunicativa possa trasformarsi in un boomerang elettorale verso il centro moderato e produttivo del Paese. Ma c’è anche un elemento più profondo. Vannacci non è la causa della trasformazione della destra europea: ne è il prodotto. In tutta Europa stanno crescendo figure che costruiscono consenso attraverso il conflitto culturale più che attraverso i tradizionali programmi economici. Prima vengono le battaglie simboliche, poi il resto. È una politica che vive di identità, percezione e appartenenza. Ecco che, probabilmente, il centrodestra non riuscirà davvero a escluderlo. Potrà limitarlo, contenerlo, negoziarlo, ma difficilmente cancellarlo. Perché ogni tentativo di delegittimarlo o isolarlo rischia di rafforzarne la narrazione anti-establishment: “mi attaccano perché dico la verità”. Ed è una dinamica che nella politica contemporanea funziona sempre più spesso. La vera domanda, allora, non è se Vannacci entrerà stabilmente nel centrodestra. La domanda è un’altra: sarà il centrodestra (di governo?) ad assorbire Vannacci o sarà, lentamente, Vannacci ad assorbire il centrodestra (di governo?)?
Giorgio Caridà
Università Bocconi