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Iran, Cina, Giappone. Il triangolo asiatico tra venti di guerra e interessi economici
Per quanto riguarda il gigante asiatico e il regime degli ayatollah, dietro la facciata di un fronte comune contro l’occidente si nascondono due forme di autoritarismo molto diverse: da una parte la tecnocrazia del Partito comunista cinese di Xi Jinping, dall’altra la legittimazione religiosa e la repressione punitiva di Teheran
31 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 12:44 PM

Il presidente cinese Xi Jinping
Pubblichiamo un articolo realizzato da un gruppo di studenti dell'Università di Padova - Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali, realizzato nell'ambito del laboratorio "Giornalismo politico internazionale" organizzato dal Corso di laurea magistrale in Relazioni internazionali e diplomazia, curato in collaborazione con il Foglio tra febbraio e marzo 2026.
Padova. La Cina è oggi uno dei casi più particolari nello scenario internazionale: un paese autoritario che, allo stesso tempo, riesce a essere tra i principali attori globali. Alla base della sua strategia c’è un equilibrio delicato tra il controllo politico e una certa libertà in campo economico, attraverso gli incentivi nel campo dell’innovazione. Pechino dimostra che la centralizzazione del potere permette decisioni rapide e investimenti a lungo termine, cosa che spesso risulta più difficile nelle democrazie occidentali. Per questo motivo, l’ascesa della Cina rappresenta una sfida più ampia negli equilibri internazionali, rafforzando anche l’idea che modelli non democratici possano essere efficaci.Tuttavia, questa ambizione globale si scontra con una realtà geopolitica complessa. La Cina si trova infatti in una posizione delicata: da una parte il rapporto con l’Iran, dall’altra il confronto con il Giappone. In questo equilibrio, Pechino punta a diventare la prima potenza mondiale, evitando però mosse troppo aggressive che potrebbero mettere a rischio il commercio internazionale e, di conseguenza, la propria crescita. Cina e Iran si presentano come due blocchi autocratici ben definiti. E’ sempre più frequente la spinta al dibattito ideologico che dipinge l’ondata di autocratizzazione contemporanea come lo scontro definitivo tra forme di governo. Il minimo comune denominatore di questa spinta è chiaro: la volontà dei governi autoritari di controbilanciare o ridisegnare il dominio occidentale, anche contrapponendo al G7 e alla Nato un multilateralismo alternativo, come dimostra l’adesione dell’Iran all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai nel 2023 e il suo ingresso nei BRICs nel 2024.
Sebbene la definizione classica ci parli di un potere assoluto che risponde solo a sé stesso, la realtà è più complessa. Per quanto riguarda il gigante asiatico e il regime degli ayatollah, dietro la facciata di un fronte comune contro l’occidente si nascondono due forme di autoritarismo molto diverse: da una parte la tecnocrazia del Partito comunista cinese di Xi Jinping, che si muove nell’ombra e si basa su un controllo serrato dei media; dall’altra la legittimazione religiosa e la repressione punitiva di Teheran. Comprendere queste differenze è la chiave per evitare una lettura semplificata che parla di “contesa globale tra democrazia e autocrazia”. L’asse Pechino-Teheran non è un’alleanza basata su valori condivisi, bensì un’intesa di necessità. Pechino importa circa il 90 per cento dell’export iraniano. Per mitigare l’isolamento economico di Teheran, la Cina investe nei settori bancari, energetici, delle infrastrutture e delle telecomunicazioni; fornisce tecnologie di sorveglianza avanzate e componenti tecnologiche per programmi missilistici, consentendo all’Iran l’autoproduzione militare. Dall’altro lato, Teheran funge da snodo importante per la Belt and Road Initiative, e per la ferrovia che collega l’hub commerciale di Yiwu a Qom, permettendo di aggirare lo stretto di Malacca, dal quale transita l’80 per cento del commercio marittimo cinese, che rende la Cina vulnerabile a possibili blocchi navali.Rivolgendo lo sguardo ancora più a est, a relazionarsi con la Cina si trova questa volta una democrazia liberale, il Giappone. Il rapporto fra i due è caratterizzato da una forte rivalità non solo sul piano geopolitico. Al gelo politico si interseca però la forte interdipendenza economica che distingue il rapporto sino-nipponico: se Tokyo fornisce il know-how tecnologico vitale per l'industria di Pechino, la Cina resta il mercato insostituibile per il settore dell’elettronica e delle nuove tecnologie, tassello fondamentale per l’avanzamento della produzione cinese. Al contempo, Pechino usa l’economia come arma di rappresaglia con il rivale giapponese: dal rinnovo dello stop all’import di prodotti ittici allo scoraggiamento dei notevoli flussi turistici in Giappone, fino al controllo sull’esportazione giapponese delle tecnologie dual-use (civili e militari).
In risposta, il Giappone ha accelerato il reshoring e la strategia di diversificazione delle catene di approvvigionamento verso il Sud-Est asiatico per ridurre la vulnerabilità nazionale. Influente è anche la questione delle terre rare, fondamentali nei settori strategici, di cui Pechino è stata finora la principale detentrice. Per realizzare la progressiva emancipazione dalla Cina, il Giappone ha stretto profondi rapporti economici e militari con gli Stati Uniti. La questione di fondo che mantiene viva la rivalità tra i due stati della regione è però l’isola di Taiwan, storicamente contesa. A riaccendere la tensione è stata la dichiarazione della premier Sanae Takaichi che, abbandonando la storica prudenza giapponese, si dice pronta a un intervento di risposta a un attacco di Pechino sull’isola. Nonostante gli “affronti” nipponici, i missili terra-aria che si prevede saranno schierati a Yonaguni entro il 2031, e i pescherecci cinesi sequestrati a largo di Nagasaki, Pechino aveva “aperto” un breve periodo di quiete attorno a Taiwan. Le ragioni non sono del tutto chiare. Si è trattato di un momento di cautela vista l’esplosione del conflitto mediorientale? Oppure la pausa è stata determinata da dinamiche interne e di attenzione/studio verso gli Stati Uniti? Attualmente Pechino sembra aver ripreso la sua attività militare attorno all'isola, probabilmente sfruttando il focus e la ridistribuzione della Difesa statunitense verso lo scontro con l’Iran, quindi l’apparente disimpegno statunitense nell’area.Analizzando il posizionamento della Cina tra il vicino democratico Giappone e l’alleato di convenienza iraniano, emerge un quadro complesso dove a creare una partnership di pura convenienza non è la vicinanza ideologica ma la consapevolezza dell’avere un comune avversario. Entrambi i paesi escono infatti da una forte interferenza occidentale, laddove il governo cinese ripropone il tema del “secolo dell’umiliazione” e la storia appena precedente al regime attuale racconta della rivoluzione iraniana contro un governo filo statunitense. Più la Cina stringe i ranghi con autocrazie sanzionate e aggressive, più spaventa i suoi nemici, soprattutto quelli alle sue porte di casa.
Tommaso Bettella, Gaia Crispo, Fosca Girardini, Caterina Mattioli