E se l'America mollasse la Nato?

L'Europa si trova dunque costretta a un difficile esercizio di equilibrismo: per poter dipendere meno da Washington nel settore della Difesa, deve necessariamente potenziare la propria industria, se necessario con importanti cooperazioni transnazionali

30 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 09:50 AM | 31 MAR 26
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Donald Trump con il segretario generale della Nato, Mark Rutte

Pubblichiamo un articolo realizzato da un gruppo di studenti dell'Università di Padova - Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali, realizzato nell'ambito del laboratorio "Giornalismo politico internazionale" organizzato dal Corso di laurea magistrale in Relazioni internazionali e diplomazia, curato in collaborazione con il Foglio tra febbraio e marzo 2026.
Padova. Nel febbraio del 2026, i vertici dei comandi integrati Nato di Napoli e Norfolk sono passati rispettivamente a Italia e Regno Unito. L’avvicendamento in questo e altri comandi fa interrogare sui possibili scenari riguardanti l’Alleanza Atlantica.  Il cambio al vertice ha interessato uno dei comandi “joint”, ovvero le strutture operative con responsabilità su un’area geografica specifica. Il Joint Force Command (JFC) South Naples, considerato centrale nella proiezione geopolitica marittima occidentale a guida americana, copre il fianco meridionale dell’Alleanza. Si tratta del comando dove risiede anche la base della Sesta flotta della Marina militare statunitense. E ora è stato assunto dall’Italia. I tre comandi tattici della Nato con prerogativa sul coordinamento dei tre rispettivi domini (terra, mare, aria), hanno visto l’avvicendamento al vertice dal Regno Unito agli Stati Uniti per quanto riguarda il secondo, ed un mantenimento della stessa leadership negli altri due. Con gli americani, quindi, che assumono il controllo del ruolo apicale in tutti e tre.  D’altro canto, il Regno Unito subentra a Washington alla guida del JFC Norfolk, di recente istituzione, con competenza sull’Atlantico settentrionale e l’Artico. Gli Stati Uniti stanno quindi bilanciando il proprio impegno strategico, concentrandosi in altri scenari geopolitici. Una lettura che si può dare di tali trasformazioni in seno all’Alleanza, in combinazione con la dialettica e le scelte concrete dell’Amministrazione Trump, è quella di un graduale ma deciso disimpegno in ruoli anche decisivi rispetto al loro rapporto che li lega agli alleati europei, attribuendosi posizioni con un profilo diverso di responsabilità e impegno nella struttura decisionale. 
Il disimpegno americano sembra essere funzionale a maggiore unilateralità in altre iniziative intraprese negli ultimi mesi: Groenlandia, Venezuela, Iran. Come a voler accompagnare un inevitabile cambiamento dei rapporti coi “colleghi” d’oltreoceano. Ogni paese membro dell’Alleanza conserva formalmente il diritto a recedere, come stabilito dall’articolo 13 del Trattato. Certo è che non solo l’uscita degli Stati Uniti risulta estremamente improbabile vista la storia e lo scopo dell’Alleanza, ma anche alla luce della formulazione dello stesso articolo 13, che attribuisce al paese nordamericano un ruolo chiave nella stessa procedura di recesso. Improbabile ma possibile appare lo scenario del cosiddetto functional withdrawal (ritiro funzionale), come quello effettuato dalla Francia nel 1967 e durato ben quarantatré anni, con il quale, pur rimanendo alleati militari a tutti gli effetti degli altri paesi membri (con tanto di mantenuta validità dell’articolo 5), gli statunitensi reclamerebbero una piena autonomia dai comandi militari integrati. Se tale eventualità diventasse certezza, gli europei dovranno assumersi maggiori responsabilità. In primis di bilancio, come dimostrano le continue richieste di aumento della spesa per la Difesa, con la volontà di raggiungere quota 5 per cento del Pil entro il 2035. D’altronde, i paesi europei dell’Alleanza si stanno già adeguando alla nuova postura statunitense. Se l’Italia e la Polonia ottengono importanti ruoli di comando operativi nella Nato, Francia e Regno Unito hanno avviato discussioni al fine di mettere in comune e potenziare il loro arsenale nucleare. E proprio la Francia sembra stia cercando di colmare il “vuoto” prodotto dal ritiro statunitense, con il recente dispiegamento della portaerei Charles de Gaulle e relativo gruppo navale nel Mediterraneo orientale.
L’obiettivo è fare da scudo protettivo nei confronti degli alleati europei/atlantici della regione che potrebbero essere interessati da danni collaterali dovuti al conflitto in corso. Il passo successivo sembrerebbe essere quello di creare un corridoio di scorta per le petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz.  Rimane la dipendenza europea nei confronti dell’apparato militare industriale statunitense, con le fabbriche europee che non riescono da sole a sostenere le richieste di approvvigionamento militare per l’Ucraina, e la dipendenza britannica nei confronti della tecnologia missilistica americana. Parigi, pur disponendo di un sistema di deterrenza nucleare totalmente autonomo e di sottomarini all'avanguardia, possiede una forza dimensionata per la sola protezione nazionale, non adeguata a sostituire l'immenso "ombrello" nucleare americano che ha garantito la sicurezza europea per decenni. 

Quel che è sicuro è che gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di abbandonare le proprie basi strategiche in Europa, specialmente quelle che ospitano testate nucleari. Un disimpegno sul continente europeo sensibilmente maggiore rispetto a quello già in atto non è quindi all'orizzonte, a meno di una riformulazione del quadro di sicurezza comune che lega gli americani agli europei, con un eclissarsi della struttura creata nel 1949. L'Europa si trova dunque costretta a un difficile esercizio di equilibrismo: per poter dipendere meno da Washington nel settore della Difesa, deve necessariamente potenziare la propria industria, se necessario con importanti cooperazioni transnazionali come quelle messe ultimamente in atto da aziende come Leonardo. Pur sapendo che, senza il legame con gli Stati Uniti, la difesa del continente resterà comunque compromessa a causa del gap tecnologico, atomico e di bilancio. 

Nicoletta Pasquale, Benedetta Zambello, Riccardo Maiutto, Bruno Daniele Libardo