Salvami, o donna

Umberto Silva

Ci sono uomini che grazie al cielo resistono, molte donne in particolare, ma molti altri no. Se lei nota, gentile signore, da giovani costoro hanno una grande carica, vittoriosa in partenza, che a un certo punto incontra il crollo. Ci sono nella famiglia, nello studio, in tante cose ma .... Io credo di essere una di queste, e me ne dolgo assai. Me ne perdoni. Recentemente ho fallito nella mia vita, e io penso che questo clamore col tempo diverrà ancora più orrendo”.

 

Così giorni fa mi parlò un uomo sui quarant’anni, molto bello ed elegante, di origine antica. Si sedette davanti a me, i suoi occhi erano chiari e senza timore, perduti piuttosto, come in una grandiosa sconfitta del tempo e della vita. Pareva triste ma vittorioso, in una qualche lotta senza fine, senza una vera gloria. Lo invitai a parlare, sembrava non attendesse altro, da sempre. Sempre aveva parlato ad altri, senza freno. Ma a chi veramente parlava?, mi chiesi, curioso nel mio mestiere che è sempre diverso dal mio.

  

“Se devo dire il vero, e devo, dire quel falso che è pura verità, – continuò a parlare l’ancor giovane uomo – niente m’interessa, non la gloria né la ricchezza né la morte ora né mai: m’interessa camminare. Amo la notte, quando tutto cammina, ed esco dal palazzo e mi addentro nell’altro, qualunque sia, guardo l’altrui silenzio e lo condanno e mi condanna. Gli antichi palazzi stabiliscono colpe e salvezze, le case dei ricchi sono una meraviglia di ferocia, gli stessi bambini devono avere paura ma li salverò, nonostante certe e tante robacce; l’uomo che nella notte mi passa accanto lo sento santo e la sua dannazione mi è sacra, lo sento condannato da me e da tutti, lo porterò via. Gli uomini peggiori sono assolutamente necessari da salvare, la loro incapacità ha una salvezza che dapprima spingo al nulla ma intanto va su al cielo che mai vedranno, e questa grazia è qualcosa, non nulla, qualcosa. Cammino per le strade della città nera come la pece, pece bellissima e pestilenziale, incontro un uomo e lo guardo in faccia, ci fermiamo l’uno davanti all’altro, lui sa che sono un assassino dei santi assassini, e s’inchina quando gli do cento euro, un poveraccio io e lui s’inchina, mi inchino a lui e lui a me, ed entrambi al cielo nero, e lui è felice e io no, non basto, vorrei che mi portasse in cielo, ma mi fa capire che non è degno quando invece sì, è più che degno, lui solo è degno. Lei sola, la donna, può salvarci da quel putridume che è la nostra gloria di uomini malnati dal troppo, fin da giorno che i padri dei padri dei padri… Tanti palazzi sono ancora accesi, suonerò, salirò, fuggirò, mi chiameranno dalle finestre, riderò, mi manderanno a cercare, mi nasconderò dietro me stesso. Sempre lui, quello, il disgraziato, mi guarderà sempre più perplesso, altre cento euro, duecento, mille gliene getto... Di gran fretta tutti mi guardano come se fuggissi da chissà che, poi fuggo davvero, fuggo da me, e nessuno mi guarda ma fuggo e sono contento”.

 

E’ un bellissimo uomo non c’è che dire, figlio di una grande famiglia sparpagliata un po’ qui un po’ là. Ci siamo incontrati alcune volte e sempre ha sorriso. Ha una bellissima moglie, due figlioli. Dice che va bene così, che più non riesce a fare, che avrebbe potuto ma qualcosa non ha mai funzionato davvero; prima sì, quando s’innamorò di lei e la rapì a tanti altri che la volevano, ma adesso, in questo putridume di gente si trova male, dice, perduto. Lei sospira, ma i figli l’aiutano e rallegrano. Quando torna a casa alle tre di notte, lei si sveglia e lo bacia, tutta la notte. Mi ricordano un po’ il capolavoro, splendido tristissimo, del grande Lernet-Holenia dello Stendardo, quando nella battaglia lei, la stupenda ragazzina Resa, s’innamorò di lui, che divenne triste per il crollo dell’amatissimo Impero. Ci sono questi uomini coraggiosi, amorosi, carichi di gloria, che quando viene meno un sogno non riescono più a stare in piedi, a capacitarsene. Scoprirò il male di quest’uomo? Una donna non basta, proprio perché non basta è divina?

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