Odio ogni tempo

Umberto Silva

Il pomeriggio di una settimana fa, arrivò al mio studio un uomo molto interessante, mezzo francese e mezzo italiano, misterioso direi, un uomo sui settant’anni ma forse più. Mi guardò con occhi smarriti, poiché lo invitai sulla chaise longue, ringraziandomi si sedette. Stette muto per un paio di minuti, poi disse: “Parlerò di due persone, mi permette?”. “Certo che sì, gli dissi, sono tutt’orecchi”. Sorrise, e così parlò.

  

“Una sera, a Montmartre, si pranzava al lume di candela sotto le stelle, tante volte lui era lì poche volte lei, ed era contenta. Lei gli disse che aveva venticinque anni, lui cinquanta, lei era affascinante lui disse sì, lei guardò le stelle lui le guardò, lei guardò lui lui la guardò, lei non staccava lo sguardo di lui lui da quello di lei, lui le disse che non sapeva che dirle lei gli disse che nemmeno lei sapeva, ma bastava così’, lui si alzò e la baciò sul collo, lei tutto glielo donò, lui si allontanò sospirando, lei sospirò, lui si sedette lei bevve, lui si sentì smarrito lei gli strinse la mano, lei disse che le donne sono più forti, lui annuì, anche lei annuì anche lui, lei rise lui con lei, lui le accarezzò la gonna lei gli accarezzò la mano, lei gli chiese di amarla lui non rispose, lei gli chiese ancora di amarla lui disse che l’amava così come lui poteva, lei gli disse di non fare il pazzo che lui l’amava, lui le disse che era vero lei l’amava, lei sorrise anche lui sorrise, lei disse che erano nella luna, la luna li guardò ne erano sicuri, lui era un pazzo lei un angelo, lui glielo disse, lei sorrise, lui le chiese se aveva un altro, lei disse mai, lui le disse che presto sarebbe morto lei annuì, lui le chiese cosa avrebbe fatto quando morto lei l’avrebbe portato al cimitero davanti a lei spingendolo su una carrozza, lui rise lei meditò, lui meditò lei rise, lui la alzò lei lo abbracciò, lui la strinse, mi abbandonerai disse lei, mai disse lui, ci sarò sempre sempre sempre...

  

S’incamminarono verso il palazzo che un potente amico offriva loro, entrarono e salirono. Una stanza meravigliosa li attendeva, spalancarono le finestre, l’amore li invase, ma anche Lui invase, Lui. Ascolti, Professore, è l’inferno di Jacques Prévert: le temps qui passe, le temps qui ne passe pas, le temps q’on tue le temps, le temps qu’on tue le temps qu’il fait, le temps de s’ennuyer, le temps de l’agonie, le temps qu’on perde, le temps d’aimer, le temps des cerises, le mauvais temps et le bon et le beau et le froid et le temps chaud, le temps de se retourner, le temps des adieux, le temps qui n’est même pas, le temps de cligner de l’œil, le temps relatif, le temps de boire un coup, le temps d’attendre, le temps du bon bout, le temps qui ne se mesure pas, le temps de crier gare, le temps mort, le temps mort et puis l’éternité”. Così scrive l’amato Prévert, ma io sono leggermente diverso, incorreggibile. Io odio il tempo che passa, odio ogni tempo, odio solo me, per odiarmi e solo lei, il mio amore, per amarla, infinitamente, perdutamente perduta”.

  

L’uomo tace, taccio un po’ anch’io perché, in effetti, questa sua storia amorosa è avvincente ma anche nemmeno o forse sì, insomma ora viene voglia di dirgli qualcosa di sbalorditivo, come mi accade in certi casi di psicoanalisi superiore nel senso inferiore, senonché m’incuriosisce non tanto lui quanto la bellezza della ragazza e il perché e quanto è durata la loro storia. La risposta è stata assai semplice, pochi minuti; venticinque anni fa quella splendida fanciulla era morta per asfissia; inutilmente tutte le stanze, le case, le ambulanze sono accorse, lei era morta di colpo, senza più respirare. Così disse l’uomo che mi disse la storia, e poi tranquillamente si alzò, mi salutò, lasciò una sconcertante mancia all’assistente che invano cercò di rendergliela e frettolosamente se ne uscì dalla casa, scomparse nonostante la mia protesta. Non so chi davvero fosse, forse un mentitore, solo uno che ama follemente pur senza amare niente e nessuno, direbbe Prévert, o chi per lui o per lei.

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