La ricca povertà

Umberto Silva

Amo la povertà se davvero lo è, ricca di gloria. Tale, purtroppo, spesso non è, è piuttosto assai dissoluta, sciocca e malandrina, la vera bella povertà è dell’anima. Non si creda di essere “quel che si è” e finisce lì; è bello vivere nella bellezza rara del silenzio, quel silenzio che approda a mute parole di saggezza e grazia. E’ assai difficile: il bel silenzio è raro e spesso, urlato con astio, al posto del silenzio subentra l’urlo, che non ci allieta, ma ci scaraventa in tristi luoghi e pensieri. E’ anche patetico il pensare di guarire facilmente dall’insonnia, si corre piuttosto il rischio di urlare come pazzi, quando invece un’insonnia simpatica spesso ci guarisce dal furore di salvar la pelle a tutti i costi, e si vive, si gioca, ci si guarda attorno in un mondo, e in un modo, nuovo e sconosciuto. Il buon sistema di godere le ore della notte non consiste nell’ingoiare un potente sonnifero, al contrario. Nel momento in cui sento che il sonno arriva con i suoi soldati vincitori, così forte è l’emozione e la gioia... che mi sveglio completamente, eccitatissimo. Il Saggio Insonne non teme l’abbraccio di Morfeo, non lo respinge, non lo frusta nella veglia; il dormiveglia è il suo giardino di delizie, anno dopo anno diventa un Vegliardo, Colui che nelle veglie arde.

  

Tuttavia, dopo avere goduto la lussuriosa graticola, le poche ore di sonno a un certo punto le si vorrebbe quiete e riposanti; invece spesso sono un susseguirsi di selvagge imboscate. I piani di pace sono continuamente spiati e spianati, e quando nel fondo della notte la storia della vita, i nomi e i volti, tutti insieme si presentano come un’orda d’invasori famelici... non resistere è peggio, ti annienteranno, non fuggire, t’inseguiranno, non arrenderti, non avranno pietà. Sii mansueto e fa dono di te. Scrivi poesie e canti che ti rallegrano e ti aprono la mente, preghi gli dei che te le concedano. Questo non significa che le parole debbano essere rade, sfumate o fumose, graficamente sparse o altrimenti astute, esse fanno il loro dovere, ma occorre che lo facciano fino in fondo, Tramontando. E’ il miracolo della Poesia, che è sempre altro, oltre, alto, altissimo: l’Eucarestia.

  

Quando anni fa un caro amico mi confidò che stava morendo, per rincuorarlo gli dissi che ero morto; scoppiò a ridere e insistetti, dicendogli che in assoluto preferisco nascere in una tomba e morire in una culla, con le cicogna che ci portano via. Rimase un po’ perplesso. Pensavo di rallegrarlo, ma dopo un po’ si annoiò voltandosi dall’altra parte. Ahimè! Non c’è tragedia che non sia insidiata da una corrosiva fatuità, la mia, in questo caso, la mia miseria umana; macchina celibe e infernale il fatuo assorda con note scanzonate, rassicurando che niente è da ascoltare; fischiettando, si concede una passeggiata, dal vago splendore della corte all’austera vanitas del convento, ove potrà dire e gustare il frastuono del mondo e catturarne la miserabile attenzione. Sciocco fui, e non solo una volta. Severità e fatuità, i due guardiani della città dolente che si danno da fare affinché non entri Amore. Eppure degli stanchi pirati e mascalzoni a volte, per strano destino, ci si può fidare. Si diffidi, invece, di coloro che sono nati santi e sempre paiono degni, onesti e leali: il delitto a volte rappresenta un’appetibile novità.

  

Ambisco ad altro, a diventare un verme, e a volte ci riesco. Verme è l’essere nudo e senza difese, chiunque lo calpesta senza accorgersene, in apparenza, ma il verme è amico della polvere e del fango sì da affondarne felicemente. Perché un’anima si attacchi alle nostre costole occorre esporci nudi ai venti più gelidi. E’ qualcosa al confine del nulla, un raggio di luna: sentirsi verme è l’Estasi. Le cose più belle sono quelle che nemmeno sappiamo cosa siano.

  

Discreta e amichevole quella creatura batte sulla tapparella. Non vuole entrare, bussa solo per dirmi che lei c’è, la pioggia.

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