Propaganda olimpica e altre storie d'amore

Tutto quello che c'è da sapere sui Giochi invernali di Pyeongchang, che iniziano tra pochi giorni

Giulia Pompili

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5 Febbraio 2018 alle 16:43

Propaganda olimpica e altre storie d'amore

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In primo piano: Sì, le Olimpiadi

 

 

Finalmente, tra una settimana esatta, iniziano i Giochi olimpici invernali di Pyeongchang, nella provincia di Gangwon, Corea del sud. La cerimonia d'apertura in Italia si potrà vedere venerdì prossimo a mezzogiorno (le otto di sera in Corea) sulla Rai. Dopo lo spettacolo del regista Yang Jung-woong, che si terrà nel mastodontico stadio olimpico – uno stadio costruito esclusivamente per la cerimonia d'apertura e chiusura di questi Giochi – ci sarà la tradizionale sfilata delle nazioni, e quindi il momento della Corea unita. Il tema dello spettacolo quale sarà? La pace, naturalmente – nello specifico "una bambina che esplora la cultura coreana", ha detto Yang.

 

Chi ci sarà alla cerimonia olimpica più politicizzata dell'anno? Sembra che il primo ministro giapponese Shinzo Abe abbia messo da parte i rancori nei confronti del presidente sudcoreano Moon Jae-in (per via delle donne di conforto), e farà lo sforzo di essere a Pyeongchang il 9 febbraio. Ci sarà anche Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite (in pratica i caschi blu dell'Onu, serviranno?), Mike Pence, vicepresidente degli Stati Uniti, Han Zheng, uno dei sette membri del comitato permanente dell'ufficio politico del Partito comunista cinese. E poi i capi di stato o alti rappresentanti di Germania, Olanda, Svezia, Canada, Svizzera, Slovenia, Polonia, Estonia, Danimarca, Monaco, Norvegia, Finlandia. L'Italia? Boh. Tutti troppo impegnati con le elezioni del 4 marzo, forse. La nostra portabandiera però è Arianna Fontana, pattinatrice di short track, ventisettenne di Sondrio, argento a Sochi 2014.

 

L'attrazione principale, naturalmente, sono gli atleti nordcoreani. Il loro arrivo al villaggio olimpico di Gangneung è stato super fotografato. Un po' di imbarazzo per la bandiera nordcoreana, che è stata dovuta issare solo ieri per non violare la legge sudcoreana che vieta l'esposizione dei simboli del Nord. Sin dal 1953, è la quarta volta che quella bandiera sventola durante eventi ufficiali sportivi in Corea del sud.

Intanto i biglietti per i due concerti dell'orchestra nordcoreana Samjiyon sono stati messi alla lotteria. In palio ci sono 1.060 ingressi gratis in tutto, ogni vincitore ha diritto a una coppia di biglietti, ha detto il ministero dell'Unificazione di Seul

  


 

La settimana

 

Il bloody nose strike, così come ricostruito dal quotidiano sudcoreano Chosun ilbo

 

Penisola coreana

  

Sono giorni che si fanno sempre più insistenti le voci di un possibile attacco militare degli Stati Uniti contro la Corea del nord. Anche in Corea del sud, dove generalmente i momenti di tensione con il Nord vengono vissuti come la normalità, si comincia a sospettare che l'America stia davvero studiando una opzione militare contro il regime di Kim Jong-un. Alla base di tutto c'è la nomina di Victor Cha come ambasciatore degli Stati Uniti in Corea del sud, che è saltata improvvisamente qualche giorno fa. In questo articolo cerco di mettere un po' le cose insieme. Quella che vedete qui sopra è la ricostruzione che ha fatto il quotidiano conservatore sudcoreano Chosun: l'ha chiamato "bloody nose strike", perché è l'espressione che ha usato Victor Cha per spiegare perché non era d'accordo con l'idea di uno strike – è una espressione idiomatica che vuol dire far male a qualcuno per avvertirlo, senza eliminarlo, ecco. "L'operazione prevede di bombardare una o due strutture simboliche in Corea del Nord", come la Uss Pueblo americana, sequestrata nel 1968 e oggi usata come sito turistico di Pyongyang. "L'obiettivo non è rimuovere le armi nucleari e i missili nordcoreani, ma confermare la volontà e la capacità degli Stati Uniti di agire".

 

Solo che adesso Washington dice che Cha non è stato allontanato per le sue posizioni contrarie a un intervento armato in Corea del nord.

 

Lee Sung-eun, reporter del Joongang daily, qui racconta perché, secondo lui, la crisi del 1994 tra l'America (guidata da Bill Clinton) e la Corea del nord (guidata fino al luglio da Kim il-Sung, poi da Kim Jong-il) è stata molto, molto peggio di questa.

 

Nel frattempo, Donald Trump sta puntando tutta la sua strategia anti-nordcoreana sulla violazione dei diritti umani del regime di Kim Jong-un. Oggi ha ricevuto sette "defector", fuoriusciti nordcoreani, nello Studio Ovale. E tra di loro c'era Ji Seong-ho, che era anche al Congresso durante il discorso sullo Stato dell'Unione (un ospite coreano, e non americano, è un'anomalia). Poco prima, durante una conversazione telefonica con il pres. Moon Jae-in, aveva fatto un riferimento ai diritti umani.

 

C'è da dire che le sanzioni economiche stanno dando qualche risultato, più che altro nell'isolamento di Pyongyang. Secondo i dati preliminari, la Air Kyoro, la compagnia aerea di bandiera, nel 2017 ha effettuato il 22 per cento di voli in meno (837 in tutto), per lo più verso Cina e Russia.

 

Avete presente i dati delle app di jogging che qualche giorno fa sono stati resi pubblici – creando non pochi problemi alle basi militari? Ecco che cosa ci dicono della Corea del nord. (Sì, qualcuno che corre c'è anche a Pyongyang).

 

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Il buddismo coreano è in crisi nera. I templi sono vuoti, e non c'è più nessuno che vuole farsi monaco. O meglio, prima le ordinazioni erano cinquecento l'anno, adesso a malapena raggiungono i 150. E' L'Ordine Jogye, cioè la scuola della tradizione buddista coreana fondata mille e settecento anni fa, a dare i numeri. E a passare al contrattacco con una serie di cartelloni pubblicitari che invitano i coreani a unirsi all'Ordine. Il problema, secondo gli esperti che parlano in questo articolo di Korea Exposé, è che per i giovani coreani - presi dalla corsa economica, dal capitalismo e dalla tecnologia – il buddismo è troppo difficile. "Lo Zen è troppo difficile. Se inviti una persona che non ha mai meditato prima di allora a sedersi nella posizione del loto per 40 minuti, riesce a malapena a respirare".

 

C'è un primo, isolato caso di suicidio per le monete virtuali, secondo la polizia di Busan. Un ventenne è stato trovato morto, e soffriva di depressione dopo aver perso un sacco in cryptovalute.

 

E secondo gli analisti è pure finito (definitivamente?) il "Kimchi premium": dopo quasi due mesi in cui il prezzo dei bitcoin in Corea del sud si vendeva al 25 per cento in più che nel resto del mondo, la valuta virtuale è tornata a standard internazionali. Il ministro delle Finanze di Seul, Kim Dong-yeon, ha detto comunque che il governo non ha intenzione di chiudere le contrattazioni, come si sussurrava nelle scorse settimane.

 

C'è una stranissima storia #metoo anche in Corea del sud, che sta riempendo le pagine dei giornali. La protagonista si chiama Seo Ji-hyeon, è un pubblico ministero, e lunedì scorso è andata in televisione a dire che nel 2010, durante un funerale, l'ufficiale rappresentante del ministero della Giustizia di Seul, Ahn Tae-geun, l'ha molestata, e poi ha disposto il suo trasferimento in una sede "punitiva". E' stata aperta un'indagine indipendente, ma il caso è talmente mediatico ormai che è intervenuto anche il presidente Moon: “Creating an environment in which victims can speak up without fear is particularly important”.  

 


 

Giappone 

 

  

Cose politiche. Anzitutto: qui si ha una passione per il ministro degli Esteri giapponese, Tarō Kōno, nominato dal primo ministro Shinzo Abe nel rimpasto di governo dell'agosto scorso. Kono è un tipo simpatico, sorride spesso, tuitta tantissimo, forse troppo. E infatti sta generando delle critiche, perché durante il suo primo viaggio di stato a Pechino, anche per cercare di smorzare le tensioni tra i due paesi, ha avuto un atteggiamento abbastanza disinvolto. Il suo selfie con la portavoce del governo cinese Hua Chunying non è stato gradito dai falchi anticinesi nipponici ("manda un messaggio sbagliatoohh!!1!").

 

Il ministro della Rivitalizzazione economica del governo Abe, Toshimitsu Motegi, è nei guai seri. L'opposizione chiede le sue dimissioni. Il problema? Ha regalato dei bastoncini di incenso ai suoi elettori tra il 2014 e il 2016, spendendo solo nel 2016 almeno 120 euro di incenso. Spendere soldi della campagna elettorale per dei "doni", anche di modico valore, da fare agli elettori, viola le leggi sulla campagna elettorale nipponica, ed è uno dei motivi più frequenti per cui in Giappone saltano le teste politiche.

 

E a proposito di Olimpiadi: nonostante gli sforzi della governatrice Yuriko Koike di tagliare tutto il tagliabile, i costi delle Olimpiadi di Tokyo 2020 crescono ancora.

 

E' stata alzata l'allerta sul vulcano Zaō, al confine tra le prefetture di Yamagata e Myagi. a una settimana dalla tragica e improvvisa eruzione del monte Kusatsu-Shirane che ha fatto un morto.

 

Sapete quanto costa un grammo di marijuana a Tokyo? In media, quasi ventisei euro. L'erba di Roppongi è la più cara del mondo, secondo l'indice globale dei prezzi (basti pensare che qui da noi un grammo si porta a casa con una decina di euro, in media). Il Giappone è uno dei paesi con le leggi più restrittive riguardo al possesso e all'uso delle sostanze stupefacenti, ma la situazione non è migliore in Corea del sud, dove per la stessa quantità di erba si paga venticinque euro. Qui c'è il musicista Jarell Perry che racconta che cosa vuol dire essere beccati a Tokyo con la marijuana (utile per i turisti in cerca di avventure oniriche nella capitale giapponese). Nel 1980 pure Paul McCartney passò nove giorni in galera, all'aeroporto di Narita, per aver violato la legge sui narcotici.

 

Muji, proprio quella Muji, quella dove comprate i blokc notes e le penne giapponesi, ha dovuto ritirare uno dei suoi cataloghi in Cina perché in una mappa aveva inserito le isole Senkaku. Lo hanno chiesto, naturalmente, gli ufficiali cinesi che già avevano chiuso un occhio nel 2017. Se non vi ricordate quanto siano importanti quelle isole sia per Tokyo sia per la politica cinese, vi rimando al reportage di qualche mese fa, quando siamo andati da quelle parti.

 

Il 3 febbraio è Setsubun! Uno dei rituali più antichi del Giappone, una celebrazione per festeggiare la primavera che arriva. E' molto famosa per l'usanza di lanciare i fagioli addosso al capofamiglia, travestito da demone. Il rituale si chiama mamemaki. Poi i fagioli si mangiano. Se vi trovate a Tokyo, qui è dove dovete andare per partecipare.

 


 

Cina

 

 

Questa settimana si è parlato parecchio di Nuova Via della Seta. L'ambasciatore italiano a Pechino, Ettore Sequi, dice che lo scorso governo, con il suo lavoro fianco a fianco con le autorità cinesi, ha "garantito all’Italia l’ingresso a pieno titolo nell'iniziativa". L'intervista completa è qui.

 

Ma la partnership tra Cina e Italia funziona bene anche nel campo aerospaziale: ieri è stato lanciato un satellite elettromagnetico, progetto congiunto tra i due paesi. Leggete qui il lancio di Xinhua, da cinegiornale.

 

L'altra notizia fondamentale, in questi giorni, riguarda le mosse del Vaticano di avvicinamento, lento e costante, alla Cina. "Il Vaticano e Pechino potrebbero essere sul punto di un importante passo in avanti nelle relazioni dopo quasi settant'anni", scrive Ilaria Maria Sala su Quarz, "dopo che Reuters ha diffuso la notizia che la Santa Sede ha approvato sette vescovi, che erano stati nominati dalla Cina ma precedentemente non erano stati riconosciuti dal Vaticano".

 

Per capirci qualcosa, è bene leggere cosa ha detto sul tema Francesco Sisci, docente presso l’Università Renmin a Pechino, in un'intervista con il nostro vaticanista Matzuzzi: “Veniamo da una spaccatura storica tra le due anime della chiesa cinese. Una che è rimasta leale al Papa e ha rifiutato ogni rapporto con il governo cinese – e per questo ha scelto anche di soffrire – e l’altra che ha preferito fare compromessi. Entrambe le posizioni avevano una logica, ma questa era una storia all’interno della Guerra fredda. La chiesa allora era parte di un’alleanza, aveva troncato i rapporti con il governo comunista e li aveva mantenuti con Taiwan. La chiesa cattolica era percepita come la quinta colonna delle forze imperialiste. La Lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI ha tolto ogni velo. Ratzinger in quel documento disse chiaramente che in Cina c’è una sola chiesa. Da allora è iniziato un processo di riconciliazione, ma alle spalle ci sono pur sempre settant’anni di spaccatura. E’ una situazione non facile ma se continuiamo a parlare della divisione, non ci si muove, ognuno resta sulle proprie posizioni. La domanda è: vogliamo colmare questa spaccatura o lasciarla così com’è, magari allargandola? Farei un parallelo con quanto accaduto nel 1951, durante la ‘prima’ Guerra fredda. Allora la chiesa si schierò da una parte. Oggi che si sta aprendo una ‘seconda’ Guerra fredda con la Cina – basta guardare l’ultima copertina dell’Economist – cosa intende fare la chiesa con Pechino? Ci sono due aspetti che vanno analizzati, il primo – che è quello evidenziato dal cardinale Pietro Parolin nell’intervista alla Stampa di ieri – è religioso, e punta alla pura riconciliazione. Ma ce n’è anche uno politico: una riconciliazione non avviene ‘in vitro’ bensì in una realtà delicata e complessa. Proprio per questo è fondamentale non schierare la chiesa da una parte e mi pare che l’azione di Francesco si inserisca lungo tale linea”.

 

Ma una spaccatura c'è. Qui c'è AsiaNews che pubblica la lettera di "un sacerdote della Chiesa ufficiale", che "ricorda il vescovo 88enne che il Vaticano vuole sostituire con un vescovo illecito, gradito al regime".

 

***

 

La storia di Liu Suli, un libraio di Pechino che cerca di sopravvivere nonostante la concorrenza spietata dell'online.

 

E a proposito di Caixin. L'Ap ha intervistato in esclusiva Hu Shuli, che si era misteriosamente dimessa qualche tempo fa dalla direzione del magazine tra i più famosi di Cina. Lei, la donna più pericolosa di Pechino, dice: tranquilli, non me ne sono andata.

 

E visto che parliamo di giornali. La settima puntata di "Risciò", il podcast sulla Cina di Giada Messetti e Simone Pieranni, è tutta dedicata alla censura.

 


 

... e  altre storie

 

Thailandia. Finalmente Massimo Morello, che è un po' il mio sensei residente a Bangkok, ha spiegato per bene questa cosa del boom dello sbiancamento del pene in Thailandia. E dice: il boom c'è, effettivamente, ma il motivo di questa ossessione per la pelle (anche intima) bianca ha radici culturali ben più profonde. E' il mito della "pelle bianca", occidentale, e di una società classista che considera quelli dalla pelle scura appartenenti alle classi povere, costretti al lavoro nei campi.

 

Nepal. Ho scritto qui un lungo pezzo sul cambio di strategia del governo nepalese, che fino a poco tempo fa sfruttava fino all'osso le spedizioni commerciali straniere sull'Himalaya e adesso ha virato verso il protezionismo. Le nuove regole per salire sull'Everest lo dimostrano.

 

India. A proposito di Himalaya. Qui c'è un meraviglioso reportage (in francese) dalla regione del Ladakh, 5,300 metri di altitudine e 150 mila abitanti.

 

Mongolia. "Sette parrocchie, settantasette missionari, un solo sacerdote locale, milleduecento battezzati in un territorio immenso, grande cinque volte l’Italia e incastrato tra la Siberia e la Cina. Della Mongolia si sa pochissimo, a parte qualche racconto sulla sua epica e millenaria storia. Della presenza cattolica in quella terra, dove la popolazione si divide per lo più tra buddisti, seguaci dello sciamanesimo e atei, ancora meno". La chiesa cattolica sono i settantasette missionari stranieri, un solo sacerdote locale. In un altro longread del Foglio Matteo Matzuzzi intervista Padre Giorgio Marengo, missionario in Mongolia dai primi anni Duemila.

 

Vietnam. L'incredibile storia della nazionale di calcio Under 23 che è arrivata per la prima volta in finale alla Coppa d'Asia. Si è giocata sabato scorso contro l'Uzbekistan, in Cina, e anche se il Vietnam è stato battuto, quella partita è molto simbolica per un sacco di motivi.

 


 

Save the date. Mercoledì 7 febbraio, ore 19

 

 

Mercoledì prossimo al Circolo degli Esteri c'è un evento al quale tengo molto. Perché si parla di un libro e di una vicenda incredibile, ma quantomai reale, che ancora influenza la politica internazionale (soprattutto giapponese), e che il collega dell'Aska Antonio Moscatello è riuscito a proporre in modo chiaro e diretto al pubblico italiano. Del libro "Megumi" avevo scritto qui, ma vi consiglio di acquistarlo qui, e poi vi consiglio di venire all'incontro per parlarne con l'autore, con l'ambasciatore Katakami e con Mario Vattani (e con me, ma credo di avervi già fatto una testa così sul tema). Per riservare un posto bisogna telefonare alla segreteria del Circolo: 06 8086130.

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